Domenica 26 giugno 2016, ore 18.30

Museo della Civiltà Contadina – Villa Smeraldi

via Sammarina 35, 40010 San Marino di Bentivoglio (BO)

 

Le estati di un poeta. Roberto Roversi a Villa Smeraldi

 

Letture scelte e interpretate da Antonio Bagnoli

Le canzoni con i testi di Roberto Roversi sono eseguite da Roberta Giallo e Paolo Piermattei

 

Evento organizzato in occasione di “Dove abitano le parole. Scopriamo le case e i luoghi degli scrittori in Emilia-Romagna”

A cura di I.B.A.C.N. Istituto Beni Ambientali Culturali e Naturali dell’Emilia-Romagna

 

A seguire Drink Factory

Aperitivo con frutta estiva a cura della Locanda Smeraldi

Venerdì 18 marzo 2016, ore 19-20.30

BELLISSIMA – LIBRI E CULTURA INDIPENDENTI

Palazzo del Ghiaccio – Balconata

Milano, Via Giovanni Battista Piranesi, 14

 

Roberto Roversi. Libri e canzoni per cambiare il mondo

 

A cura di Antonio Bagnoli

Con la partecipazione del compositore Alberto Ravasini

Venerdì, 12 Febbraio 2016 15:11

Quel mio bosco

Disteso nel bosco ero

acquattato nel bosco. Freddo molto gelato il suo fiato.

Un bosco in profondo mistero un bosco nero.

Dove era lontano quel bosco?

Sulle mani dai rami piove un ghiaccio di fuoco.

Aspetta: dicembre gracchia striscia ansima tuffa

nella neve gli occhi verdazzurri fra i suoi tronchi incastrati.

Ma il bosco mi custodisce e io mi sento

avido in questo sole che sta immobile quando

(e un momento) il primo

aereo da caccia nasce da un riflesso vibrante

a sud poco distante

così giallo è un ospite inatteso.

Proteso scivola sul marmo delle nubi

taglia il cielo a pezzi con la polvere e il fumo

è l’ape che si distende nel cuore bianco del fiore.

L’aereo rosso da nord arriva infuriato

è un tordo sul tronco del cedro sbattuto dal vento

quando aspetta la tempesta e senza fretta la vede arrivare.

Sento che annusa il bosco vola basso segue le orme.

Uno l’altro non vede, ciechi d’odio non si vedono ancora.

È l’ora di un mezzogiorno pieno nei paesi che odorano di pane.

Un ramo sussulta

io con la fame addosso sono disteso nel bosco

Il bosco è dentro di me e io dentro quel bosco.

Foglia tronco arbusto albero vecchio frammento secco di ramo.

Io la meraviglia dell’ombra

che cammina sulla schiena del vecchio cinghiale.

Io il suo respiro che piange.

Io la foglia fradicia l’orma di un piede lo sterco del cerbiatto.

Nell’attesa d’altra neve io ero anche l’inverno

e dentro la neve mi acquatto.

Sono l’occhio buono del bosco

il suo braccio mi circonda

ma sono anche il suo inferno

ascolto la sua paura del fuoco.

L’aereo giallo si inchina si rivolta è colpito

l’aereo rosso esulta balla nell’infinito

vola come la farfalla di settembre

dentro alla prima nebbia. Scompare lontano.

L’aereo giallo cade esplode nel bosco

il bosco grida sfavilla ha brace di sangue sul viso

un cinghiale è sventrato

un uccello nero brucia ancora sul ramo appollaiato.

Ascolto il bosco soffrire grido in mezzo a quel fuoco

come ho gridato al compagno

inseguito nell’alba correva verso il bosco

al limite della radura.

Non ha avuto paura. Poi è caduto fulminato.

Io vivo sono restato.

Venerdì, 12 Febbraio 2016 12:17

Nota a “Poesie” di Simone Cattaneo

Subito, noto e percepisco un gran movimento, sfogliando le pagine di questi versi; e un ritmo che è un ritmo veloce ma preciso; un ritmo, direi, di cose che si muovono; quindi, un ritmo scandito dalle cose. Quasi che si incontrassero e si scontrassero, anche. Il ritmo dee cose, che è poi un ritmo, comunque contrastato e contrastante, di vita. C’è una costante, quasi trascinante vibrazione qua dentro, da batteria (in movimento instancabile) di una band in concerto; sotto le luci. Sicché a un certo punto, per un coinvolgimento pieno, verrebbe voglia (o si è sospinti a farlo) di cantarli, questi versi; o almeno di recitarli ritmicamente. Molti dei primi versi di questi testi, dando l’avvio, suonano rapidi e improvvisi proprio come l’avvio, l’aprirsi di una canzone – di una rapida narrazione a voce alta – e si propongono poi per intero come una poesia (tutte, come poesie) per disporsi a ricoprirsi di note (che in tanti casi risulta essere la somma esaltante o coinvolgente di specifici elementi, strutturalmente precisi e indispensabili). Non c’è nulla, qua dentro, che non risulti risucchiato e preciso; ma senza durezza o fragilità o monotonia; e nulla, inoltre, che non ci leghi, non ci rapporti al vivere quotidiano, a una normalità un poco esaltante; alla sua patetica fragilità o al contrapposto rigore. Ma, un momento!, c’è anche qualcosa di infernale (nel senso di cose che bruciano, anzi, più che bruciare, ardono) in questi testi, e di terribile (nel senso che ci si può aspettare che s’apre una porta anche solo disegnata sul muro, ed entri il lupo, un lupo, un predatore). Quindi la puoi ascoltare – questa poesia – detta o cantata mentre vai sull’autostrada e l’hai messa in moto sul registratore; ma accade a un certo momento che entrano violentemente, o improvvisamente in giuoco, frasi che ti colpiscono come pugni allo stomaco. “Poi ho dato fuoco a tutto” (dentro a quella che sembra una normale crisi di nervi) e questo fuoco fuochetto non sai se sia per giuoco o un fuoco purificatore; eppure ti brucia dentro e scotta come fuoco vero di sigaretta. Ma è tutto aperto e “stracciato” – come fogli riempiti e poi rifiutati e buttati nel cestino – in questo discorso poetico aperto e nello stesso tempo contratto, cantato e suonato ma nello stesso tempo con un rimbombo interno da cantina svuotata; con momenti liberi e narrativi e una sorta di amarezza rapida e improvvisa, da nube grigia che oscura il sole. “E allora ho deciso che non sarei morto soffocato dalle parole”. Ancora un guizzo di vita.

Venerdì, 12 Febbraio 2016 12:13

Nota a “Poesie” di Riccardo Ielmini

Dei tre autori che ho avuto la fortuna di leggere, giovani abbastanza per essere giovani e nuovi, ognuno lavora in un campo proprio, ciascuno osservando, senza malizia, il campo del vicino al di là della siepe. Questa varietà di stimoli e di umori, dentro a un controllo linguistico già maturo, e senza sbavatura, è l’ineffabile autentico della poesia, per ogni lettore che legge davvero nel silenzio della propria stanza (che è poi, come a dire, nel silenzio e nel rigore del proprio cuore). Questi versi sono come intrisi di una narrativa rossa di sangue. Non da una ferita ma da uno strappo che di continuo è ricomposto e di continuo si rinnova. C’è dunque il bisogno quasi quietamente ossessivo di riconsiderare e disporre tutti i dettagli di vicende private e di rapporti familiari, con una insistenza da entomologo che blocca con uno spillo un corpo minuto sulla carta. “È notte, ed io non so nient’altro: solo penso a mio padre che resiste”. Una resistenza che sembra fuori dalla storia intesa non come violenza dei giorni ma come memore e faticoso itinerario dei sentimenti e del cuore. “Ma quando e dove e come cessa una verità di essere vera?”. Basterebbe questo sasso appuntito trascelto, direi individuato, ai bordi di un percorso poetico in continua salita a bloccare il lettore in una riflessione ispida e acuta. Sicché il padre esorbita fuori dalle righe e diventa prima padre comune, poi si trasferisce ad essere padre del lettore, a caricarsi dei nuovi ricordi a indossarne non dico, per carità!, la maschera ma l’autentica pelle del viso. Il padre con memoria allargata della propria vita, come fiume di ogni percorso sentimentale culturalmente esistenziale, disposto ad accogliere ogni atto d’affetto, ogni gesto di gratitudine ma anche ogni momento di rapido oppure di prolungato rancore. Il muro contro cui andiamo o siamo andati a sbattere o da cui siamo discesi.

L’ideogramma della nostra vita, il luogo della nostra relegazione o del nostro amaro rispetto. L’autore, qua dentro, si interroga in modo diretto o coperto con una continua mormorazione che sembra una preghiera in una chiesa deserta, o, talvolta, un pianto discreto di liberazione. È come ci allungasse la mano, ad ogni inizio di testo, perché ci avviassimo insieme a lui, lungo un percorso, ripeto, in salita. Una salita ardita.

“La voce e il tempo” a me pare un testo centrale, per intendere e riflettere; direi, anzi, il centrale. Rigorosamente denso, cioè riflessivo ma anche affabile, retto sulle punte delle dita e lavorato con estrema affidabilità. Il risultato, a mio parere, è eccellente; e accoglie, assemblandoli, i due aspetti, direi i due momenti di questo autore che ha già una buona sapienza di scrittura; e vale a dire, la riflessione della testa e la riflessione, spesso acuta, degli occhi; non, e per sua fortuna considerando i contesti, la riflessione del cuore. La testa, dico io, per i pensieri che si smuovono avvinti ma senza precipitazione; gli occhi, perché sia il riverbero (come un soffio) continuo di un movimento rapido dello sguardo, a cercare gli oggetti, le cose, direi il palpito di polvere che indugia sugli oggetti, sulle cose – inseguito da quella voce dal suono familiare, che da ore / lo seguiva. Le cose, gli oggetti, sembrano essere sul punto di spogliarsi (come a dire, svelarsi) con gesti calmi e perfetti; quindi con un moto che non suscita offesa ma, al contrario, predispone a una indagine, a una visitazione sempre più accurata e quindi, in conclusione, emozionante. Ecco, anche il dato dell’emozione soprassiede al nuoto (al volgersi) di questi testi, molto accentrati (ripeto) e via via sempre più articolati nell’intreccio, a cui ho già accennato, di situazioni d’esistenza contrapposte – e che sono lucidamente indicate (direi, catturate e fissate) in due versi esemplari della “favola” e che mi risultano, al fine di intendere, molto determinanti: “mentre una mano spoglia la distanza / fra la gioia e il dolore, senza fretta”. Anche quel “senza fretta” è un esplicito (se non sbaglio) invito al lettore per una concreta e diretta individuazione critica. L’attenzione che non si placa mai; che non tende a placarsi; e quel costante bisogno di ripercorrere le cose con gli occhi per esplorarle più a fondo e, sul momento, per far scivolare via la polvere, come ho già detto, e farne risaltare, risvegliandole dal sonno della memoria (o della vita), le disperse bellezze. Quanto dico, può essere convalidato anche, per un rapido invito tecnico, metodologico, da un controllo sull’aggettivazione (che corrisponde a mio giudizio, sempre, ai containers instivati su una nave); qua, mai opprimente, anzi esiguo. Una secchezza agile. Una aggettivazione di definizione (multiforme, industriale, immortale, irreversibile, reale), mai o quasi mai di decorazione. Questi testi, dunque, a me arrivano come scritti su un lucido vetro ghiacciato. Appena appannato dal fiato. Da un respiro.

Zizzi: Da qualche mese lei ha ripreso la pubblicazione della rivista letteraria “Rendiconti” dopo un’interruzione di diciassette anni. Gli scrittori oggi considerando la ricchissima produzione di carta stampata, di cosa si devono occupare oltre che della creazione?

Roversi: I giovani che scrivono, per lo più identificano la distribuzione delle proprie comunicazioni nei canali ufficiali; cioè un libro di poesie viene spedito a Mondadori, a Einaudi, al critico Luzi, a Zanzotto. Quando decidono in modo susseguente alle prime delusioni, secondo il mio parere, di pubblicare in proprio, loro pensano di mandare per posta a questo o a quello il loro libretto indirizzandolo in alcuni luoghi deputati, di avere esaurito il loro impegno. Hanno una sostanziale disapplicazione teorica in riferimento al problema della comunicazione in quanto tale. Non sanno quale enorme tempesta di carta stampata ci giri sopra la testa, in questo momento. Questa quantità di materiale (scritto) si agita e si muove in un situazione culturale che è ottocentesca. Non depreco il fatto che ci sia tanta scrittura in alto sopra le nostre teste, ma che in basso, cioè nella nostra società, non ci sia un’organizzazione aggiornata a recepire e a distribuire queste quantità di comunicazione, e per questo è destinata a bloccarsi.

 

Teresio: Perché succede questo?

Posso dare dal mio punto di vista una risposta poco sociologica e un pochettino sentimentale-culturale. La nostra società letteraria è ancora attestata su parametri che definirei petrarcheschi. Ritiene la letteratura una comunicazione privilegiata che riguarda solamente i grandi, coloro che primeggiano, mentre nello stesso tempo irride l’altro tipo di poesia e di scrittura che non riesce ad affermarsi a quel livello. Perciò, anche nella nostra storia letteraria vediamo ad esempio che i satirici, gli ironici, gli umoristi sono tutti relegati ai margini, fuori dei circuiti editoriali e dei riconoscimenti ufficiali dei nostri critici.

Di tanti importantissimi poeti del ’500 e del ’600 non ci sono edizioni disponibili, bisogna reperirle in vecchie edizioni dell’800 in biblioteche o in alcune antologie scolastiche ben fatte, che alle volte riproducono un sonetto oppure un componimento. Quindi, viene riconosciuto il diritto di esistere solamente ai grandi, e i poveracci, cosiddetti minori, vengono tenuti ai margini o addirittura scartati, si ha la valutazione immediata della situazione organizzativa della nostra cultura.

 

Zizzi: In questo non hanno una responsabilità gli artisti nella loro incapacità di aggregarsi, oggi?

La responsabilità è di tutti. Quindi anche all’interno degli operatori letterari, che non si sono mai impegnati a proporre questo problema come determinante.

Già negli anni ’60, nel momento violento della contestazione, decisi, riconoscendo una situazione drammatica che era in atto, di venire fuori dalle istituzioni ufficiali.

Io ho pubblicato con Mondadori, Feltrinelli, Einaudi. Era il momento di scegliere se star dentro, e quindi di adattarsi ad accettare una serie di regole, oppure uscirne in modo deliberato. Le regole alle quali avrei dovuto adempiere non mi soddisfacevano affatto, non appartenevano al mio modo di ragionare, ne uscii. In quel momento cominciai assieme ad altri a impegnarmi direttamente su questo problema, partendo dalla grossa novità degli anni ’60: la fondazione del “Manifesto” ed altri giornali politici di allora. Questi proponevano già la soluzione di un aspetto determinante del problema, cioè la gestione della propria comunicazione, che veniva sottratta agli obblighi ufficiali e tradizionali per essere assegnata a chi a queste comunicazione faceva capo, a chi voleva che queste potessero continuare, cioè ò lettore e a chi faceva giornale, e allora gestione diretta.

In quel momento non fu altrettanto chiaro che mentre si risolveva il problema della comunicazione, veniva disatteso come problema secondario, ma per me importante, la gestione della distribuzione delle comunicazioni. Questo ha portato a una serie di ingorghi e di contraddizioni, fino ad annullare completamente quella parte di autonomia che si era ottenuta nel corso delle lotte studentesche, operaie, politiche, degli anni ’60 e ’70.

 

Zizzi: Lei però viene da più lontano, cioè dagli anni ’50, com’era la realtà di allora?

Era una situazione completamente diversa, in equivoca ascesa. Cioè, c’era tutta una serie di riferimenti a venire che sembravano abbastanza immediati, se pur da conquistare con difficoltà, interruzioni, errori, ecc.

La nostra situazione era piuttosto di tensione in avanti, pur mantenendo sempre quel minimo di autonomia. “Il Mulino”, ad esempio, che nasceva contemporaneamente, fece un’altra scelta; era fatto con persone giovani, di grande talento, ma subito si appoggiò alle istituzioni, potendo così ottenere quegli appoggi politici che gli consentirono poi di svilupparsi.

Con “Officina”, che facemmo allora, si tentò in una forma abbastanza convinta ma non così rigorosamente precisata come si farà poi con “Rendiconti” che seguì dopo, di operare nella direzione dell’autonomia e della sottrazione della propria comunicazione ad ogni tipo di rapporto ufficiale. Infatti, sia l’una che l’altra rivista non hanno mai avuto una riga di pubblicità.

 

Zizzi: Qual era la forma di finanziamento adottata?

Ce la toglievamo dalla bocca, anzi me la toglievo dalla bocca io perché era un’operazione che non poteva andare avanti se non in questa direzione. Si poteva anche se con grosse difficoltà perché le spese erano ancora accettabili.

Quando, appunto a metà egli anni ’60, decisi di uscire, io avevo pronta una raccolta di poesie “La descrizione in atto” che decisi di ciclostilare in proprio e di distribuire gratuitamente, quasi 5.000 copie nel corso di alcuni anni. Me la chiedevano e io spedivo.

 

Zizzi: Sempre in forma di ciclostile?

Sì, ben chiaro e leggibile.

 

Teresio: La distribuzione gratuita porta a una maggiore popolarità?

Non lo so. Forse un po’ di più. Le 5.000 copie furono anche un po’ avviate da un articolo comparso su “Paese Sera” e da un altro sull’“Espresso”. Non so quanti di questi lettori furono suggestionati dal fatto che il testo veniva distribuito gratuitamente, o l’avessero richiesto per curiosità, per poi non leggerlo, o quanti l’abbiano letto veramente.

Questa distribuzione l’ho potuta fare perché, in ciclostile, una risma di carta costava quattrocento lire, un barattolo d’inchiostro mi pare cinquecentottanta lire, spedire costava trentadue lire. Potevo spedire come libreria, quindi con tariffa ridotta.

Dovessi farlo adesso, come spese, non riuscirei nemmeno più a trovare carta per ciclostile poiché superato come strumento di riproduzione. Oggi ci sono strumenti molto più costosi (ci vogliono milioni), la spedizione ora verrebbe a costare 1.750 lire. Quindi, porterebbe tutta l’operazione a costi tali che converrebbe piuttosto stampare.

 

Teresio: La veste grafica tradizionale, in forma di rivista o di libro, è ancora efficace considerando che ci si rivolge anche alle nuove generazioni?

C’è un trapasso, sicuramente, nell’ambito della comunicazione. Il problema nasce dal fatto che i giovani hanno una formazione di lettura e di visione completamente condizionata dall’immagine. I giovani non leggono meno, per esempio “Dylan Dog”, che è un fumetto che vende 900.000 copie ogni settimana (e non si può dire che sia scherzoso o divertente), è pieno di sostanza, va letto con una certa attenzione, è molto problematico seppur discutibilissimo.

Il libro, la pagina tradizionale, la pagina stampata, non è più così coinvolgente rispetto all’attenzione del giovane che si stanca facilmente, che ha bisogno dell’immagine, del segno colorato, di emozioni visive. Questo è dovuto sia all’educazione televisiva, e poi perché tutta la città è sempre colorata nei suoi messaggi, i tabelloni, le pubblicità, tutto è fortemente colorato e condizionante. Perciò il giovane recepisce la comunicazione prevalentemente in quella direzione.

 

Teresio: Una rivista come “Rendiconti” si pone l’obiettivo di arrivare anche ai giovani?

No. Di arrivare ai giovani è un problema che non mi sono posto, cioè di arrivare prevalentemente a loro. Mi sono posto di arrivare, con qualche fischio sparso nel bosco, a personaggi che sono qua e là, essi stessi sono disperati, e di cercare di radunare qualcheduno che abbia bisogno di assemblarsi con gli altri.

Quindi, il pubblico iniziale di questi primi numeri è un po’ indeterminato. Può essere anche giovane, misteriosamente interessato a questa sorta di problematica.

 

Zizzi: Da un lato lei dice che le forme di comunicazione sono cambiate, la pagina tradizionale anche non è più tanto efficace. Dall’altra, però, ripropone una rivista completamente tradizionale…

Perché non so fare altro, esplicitando tutti i miei limiti, quindi la mia debolezza. Sapessi ben disegnare farei fumetti, userei anch’io questi mezzi. Mi sono anche interessato alla realtà virtuale, senza lasciarmi travolgere, cercando di rapportarla alla letteratura e alla poesia (che sono sempre stati campi un po’ chiusi), alla tecnologia, senza cedere nulla.

 

Teresio: Esistono, a livello di fumetto, riviste quali il “Grandevetro”, “Città d’Utopia”, “Rendiconti”?

Non conosco una pubblicazione di questo genere anche se sarebbe interessante. Nei primi fascicoli di “Rendiconti”, usciti negli anni ’60, volevo fare con Forti, maestro del fumetto (che insegna all’università di Bologna e che scrive anche sul “Manifesto”), la critica letteraria attraverso i fumetti. Mi parrebbe davvero interessante se ci fosse, in questo senso, qualcuno disposto a lavorare con me.

 

Zizzi: Non pensa che si dovrebbe tornare, nel campo della scrittura e della comunicazione, a un atteggiamento di maggior verità parlando soltanto di ciò che realmente si conosce e che si è andati a verificare, al contrario della comunicazione borghese, che parla ormai soltanto per dispacci d’agenzia, o per sentito dire?

Questo è anche vero; solo io redo che in questo momento, proprio perché tutto è in movimento, sia quasi impossibile riuscire a fare, come è stato fatto in tempi passati, delle enciclopedie che fissino la situazione della cultura e della scienza in un certo periodo storico, con la certezza di una durata decennale. Risulta anche impossibile essere medico, avvocato, scrittore proprio perché la realtà si mescola vorticosamente con le cose; quindi, a meno che non si vogliano chiuder nevroticamente le finestre guardando soltanto al proprio cuore, è necessario per un poeta non solo scrivere, ma prestare attenzione a tutti i problemi della società.

 

Zizzi: Un’azione di verità, dunque, non solo nella produzione artistico-letteraria, ma comportamentale…

Penso anch’io questo. La verità e la fruizione di un artista è determinata dal suo modo di essere al mondo, nella società.

 

Zizzi: Bene, la realtà è complessa. E a Bologna?

Anche Bologna è una realtà estremamente complessa. Se noi siamo senza curiosità, percepiamo la verità del nostro essere nel sociale soltanto in modo parziale. Per quale ragione? Bologna, ad esempio, ha una città del centro storico con una struttura, organizzazione, cultura ed amministrazione, e poi ha una terrificante, enorme periferia, dimenticata e non vista.

 

Teresio: Ho sempre seguito il suo percorso già da quando è partito con “Caccia all’uomo”, “Diecimila cavalli”. Con la sua poesia e letteratura lei ha proseguito in concomitanza con quello che accadeva…

Partendo da concetti marxiani, per me tutt’ora validi, uno dei quali di estrema semplicità e ovvietà (e per me di estrema importanza attuale e futura, che stabiliva che la ricchezza degli uni è fatta sulla povertà e sulle spalle degli altri), se c’è una ricchezza determinante che non abbia un rapporto con una vincita al lotto, va immediatamente verificata perché è stata sicuramente sottratta. Questo nostro impressionante e ossessivo e volgare arricchimento nel corso degli ultimi venticinque anni dell’Occidente, va a scapito (ce lo diceva non solamente la sinistra), ma anche i cattolici del dissenso, del Terzo Mondo e dell’America latina, portando agli sfaceli attuali. Quindi l’attenzione a questi problemi non è solo dovuta, bensì naturale perché non si appaga di vivere in una società come l’attuale, competitiva dell’americanismo più sfrontato e più volgare, riportando il vivere sociale alla foresta, dove il più forte prevale e il più debole viene azzannato e lasciato morire.

 

Teresio: È sgomentante, siamo arrivati al livello di vero e proprio cannibalismo.

Certo, questa società, così com’è divenuta, è la più ignobile nella quale ci è dato di vivere nel corso degli ultimi cinque-seicento anni. Ci sono state in passato aggressioni di uomini verso altri uomini, di stati ad altri stati, ma mai così globalmente ossessive e generalizzate. Ormai ci viene prospettato come solo modo di vivere possibile.

 

Teresio: Ormai non è più un degrado soltanto locale, ma planetario…

Arricchiamo, succhiando e degradando la terra ma anche l’altro che ci sta vicino, sopraffacendolo, riducendolo nella miseria e nella desolazione, nella tristezza e nella morte.

Questo modo di vivere produce una violentissima emarginazione e separazione per cui sopra vivono solamente i forti.

 

Teresio: Stiamo entrando in quella che già negli anni ’70 si chiamava incomunicabilità. A che punto siamo oggi?

L’incomunicabilità è generalizzata, anche se sembra che il mondo si trovi in un momento di massima comunicabilità, di massima informazione, ma a mio modo di vedere questo è più pericoloso dell’informazione censurata perché mentre l’informazione scritta, cancellata col pennarello nero che stava a indicare ciò che non potevi dire, ti permetteva di identificare il punto della censura, quindi avevi con essa un rapporto preciso, ora ti è detto tutto di tutti, non c’è più una censura sostanziale, e questo crea un tale ingorgo di informazioni che non si riesce più nemmeno a selezionare le proprie emozioni.

 

Zizzi: Non si riesce più nemmeno a formarsi eticamente.

Non si ha nemmeno tempo di immagazzinare razionalmente quel che ci viene detto.

 

Zizzi: Non c’è tensione.

E non c’è il tempo, perché tutto viene sopraffatto da altre informazioni che ti sommergono. La sola salvezza, a livello personale, è di produrre una propria censura.

 

Zizzi: Una sorta di auto-censura come un nuovo codice espressivo…

Non leggere più tanto, ascoltare sempre meno, selezionare.

 

Teresio: Bisogna inventarsi tutti i giorni un proprio momento di autodifesa intellettuale, salvaguardare la propria integrità mentale.

Prendiamo, ad esempio, un grande quotidiano italiano quale “Repubblica”: leggerlo è estremamente pericoloso, è talmente pieno di contraddizioni, di agglutinamenti informativi, che se non hai altri strumenti che ti consentono di decodificare l’informazione, sei totalmente alla sua mercé. Una lettura di questo genere andrebbe corretta con altre cose; siccome non si possono leggere cinquanta quotidiani al giorno, bisogna selezionare determinati giornalisti cui si assegna una certa fiducia.

 

Teresio: Questo vale anche per i libri?

Per i libri pubblicati dalla grande editoria ufficiale il problema non si pone. Ma c’è una grande quantità di opere pubblicate dall’editoria minore, spesso, prevalentemente, a livello saggistico, storico o filosofico, interessantissime e spesso è difficile procurarsele.

Ad esempio, un anno e mezzo fa circa, a Catania o Agrigento non ricordo bene, è stato pubblicato un libro su Elio Vittorini, della sorella, da una piccola casa editrice. Sono riuscito ad averlo dopo nove mesi.

Per dare una conferma delle contraddizioni in atto parlo della mia libreria “Antiquaria”. Non è una libreria di libri antichi ma di testi esauriti o no dell’800 e del ’900 (libreria di R. Roversi, via de’ Poeti n. 4, 40124 Bologna, agibile da chiunque, a cui ci si può rivolgere per ottenere il catalogo dei libri).

Lavoriamo prevalentemente con un catalogo che distribuiamo, molte copie del quale vanno all’estero, a studiosi, giapponesi, canadesi, americani… Avevamo l’abitudine di inserire un gruppo di opere nuove da offrire. Da qualche tempo ciò non può essere fatto perché non raggiungiamo il fatturato annuo richiesto dalle grandi case editrici, che ci consentirebbe di essere incorporati nella loro contabilità computerizzata. Se abbiamo bisogno di un testo, dobbiamo rivolgerci all’attigua libreria Minerva che lo ordina per conto nostro.

Altri piccoli librai sono in difficoltà per problemi di aggiornamento, perché la grossa distribuzione ha regole rigorosissime, e arriva dove ne ha la convenienza; e perciò tu, piccolino, sei fuori dal loro giro, non interessi.

 

 

Il Grandevetro. Bimestrale di politica e cultura, 1993.

Venerdì, 12 Febbraio 2016 10:47

Una dedizione disperata e mostruosa

Il titolo è una definizione, direi meglio, una conclusione di Leonardo Sinisgalli reperibile in quelle due paginette davvero esemplari premesse, nell’aprile del 1961, alla pubblicazione de «Le poesie di Villa Nuccia» su L’Europa Letteraria. Quando Lorenzo Calogero era morto suicida, da appena un mese. Morto solitario e triste; morto veramente infelice; a Melicuccà, il 24 marzo.

Ma questo eccezionale gruppetto di testi doveva essere pubblicato già prima, il mese precedente («Calogero, così colpito da sventure, senza credito e senza speranze, come sempre fu, ne attendeva la pubblicazione quasi con ansia; le sue lettere sono commoventi al riguardo»), con 18 righe di una annotazione bio-bibliografica che si concludeva con un altro esatto, molto esatto e stimolante, riferimento critico: «Sinisgalli, che è convinto della sua scoperta, ne ripropone qui su L’Europa Letteraria il «caso», non soltanto letterario, che sembra inscriversi tra quelli eccelsi di Campana e di Artaud».

Splendida indicazione, che mi è sempre confermata ad ogni incontro di lettura; ma che può essere, intanto, immediatamente esemplificata dalla prima poesia proposta sulla rivista; e adesso inserita nel volume, a cura di Luigi Tassoni, pubblicato nell’86 da Rubbettino:

 

«Un cipresso, un corpo rettilineo,

una guancia tesa, la tua.

Per questo mi sei sempre in piedi

sempre pallida e vicina,

e poi che una strana superficie

di una meta avevi scorta.

 

Ma forse tu eri più di me di là dal vero

e più di me vicina e si scambiò la strana

superficie tesa con l’effigie di una morta

(ora che monta e rimonta su la luna)

con l’effigie di una morta,

 

che calma e stanca sul fianco con l’effigie sua riposa».

 

Si ascolti l’eccezionale tensione ritmica del testo e la straziata combattuta lacerazione, che non è mai definitiva; perché l’ultimo capo è sempre ripreso a tentare disperatamente un riordino nuovo.

«Ossessivo sperimentatore», appunto; ma non disperso a ricercare solo la forma; invece, in una specie di delirio ebbro, dedicato a esplorare, approfondire, talvolta a calpestare, con amara crudeltà se stesso. Una poesia «pia» e impietosa; lucida e crudele; smarrita nell’impossibile inseguimento di un ordine di vita e illuminata, intenerita – in maniera quasi imprevedibile – dall’attesa, sempre, di qualche evento; di qualche dispaccio; di una presenza alla porta (la donna / beatrice che si incontra a un bivio? su un ponte? quindi la donna / poesia? il fulgore del sentimento di una scoperta che si fissa nella memoria?).

Intorno a queste rapide esplosioni di fuoco, un fuoco pericoloso e difficile, il paesaggio è così poco mediterraneo, così poco coltivato. La luce tende a sperdersi, a smorzarsi in una opacità che riconduce sempre alla sera, cupo ricettacolo di una riflessione che non può avere testimoni. Il paesaggio intorno rimanda piuttosto a «un oceano ghiacciato»; ghiacciato di nulla. Piazza desolazione, perché privo di speranza.

Quindi è molto vero che l’opera di Calogero «è di lettura difficile». Non complicata ma complessa; stravolta sempre in una quantità di indispensabili, minuti, eccezionali dettagli; e dove gli eventi, gli accadimenti «sono allineati in un flusso inesauribile di parole».

È dunque un autore che non si legge, non si può leggere senza grande emozione. Con la decisa volontà, che è conquista esercitata dal testo, di rallentare al massimo il distacco dalla pagina; perché si è come risucchiati in un mitico labirinto (dove tutto è possibile), in cui il richiamo del testo che si disnoda via via sottraendosi a un proprio affannato e doloroso groviglio, scava con forza per compiere l’opera più alta e suggestiva di conquista, di convinzione. Certi testi, credo, sono assoluti.

In calce, è appena il caso di ricontrollare a tutt’oggi l’indifferenza della ufficialità contemporanea per questo autore; e non solo per questo autore. Ma per rintracciare Clemente Rebora, perso nei meandri delle grandi, assorte sale rosminiane a cercare dio con una intensità quasi medievale, e per ricollocarlo nel posto più alto che gli compete per la nostra giusta ammirazione e per la nostra necessità, sono occorsi cinquant’anni.

Calogero, nell’attesa prolungata ha consumato la vita, ma dopo la morte non ha ancora passato il mezzo secolo. Forse nelle terribili stravolgenti novità che sono in atto in questo tempo nella nostra società e naturalmente, in modo implicito ed esplicito, nella nostra cultura, è possibile che si dilaceri il cappio istituzionale retorico accademico che da secoli elargisce il benestare per la notorietà che dura; e che alla fine anche questo vero poeta («la cui operazione temeraria… ha proprio l’indeterminatezza di certe analisi portate sulle quantità sfuggenti, di certe indagini al limite della catastrofe») abbia il riconoscimento, costante e convinto, dovutogli. E che la sua tomba non sia più, foscoloniamente, illacrimata.

 

 

I Quaderni de Battello ebbro, n. 2, aprile 1989

Venerdì, 12 Febbraio 2016 10:21

Il mondo si cancella

Il mondo si cancella

adagio i ghiacci franano

sul pelo degli orsi che si fanno guerra

(rapida primavera con poca luna)

– le torri delle città sono dipinte di bianco.

Spezzato in cento pani è il fuoco del futuro.

Si calmarono le acque dopo il primo diluvio.

Le acque dopo il secondo diluvio si calmarono.

Al terzo diluvio le acque si calmarono.

Al quarto diluvio la prima specie dei pesci scomparve

dentro le caverne dei mari.

Sulle pianure cominciarono ad esplodere i soli.

Il quinto diluvio sorprese un esercito all’assalto di

fortezze di pietra

spade spezzate gettavano ombra sull’uomo che gridava

così il sesto diluvio scoprì la voce il canto il grido la morte

d’amore

e odorò nel bosco il fuoco della foglia appena caduta.

Il settimo diluvio è il nostro calpesta il nostro piede lo

stringiamo nel pugno la coda ci ferisce

che mondo scegliamo?

Il mondo della memoria di una vecchia storia

il mondo incerto duroche apre il futuro?

Per le sue altere solitudini

e il suo sovrapposto furore

situazione d’emergenza.

 

 

Il Grandevetro. Bimestrale di politica e cultura, 1998-1999; già in L’Italia sepolta sotto la neve.

È LA MISERIA D’ITALIA NUMERO DIECI

UNA SCIA DI SANGUE LUNGA VENT’ANNI

la mafia è una pantera

agile feroce dalla memoria di elefante

un nemico sempre in attesa pronto a colpire

è il CORVO la TALPA ma non è il FALCONE

il falcone s’alza nel cielo guarda vuole colpire punire

Cosa Nostra delinque senza soste

mentre noi litighiamo litighiamo litighiamo e

stiamo perdendo un’occasione storica

per mettere in piedi una struttura vera.

Non credo che sarò io il superprocuratore

ma non m’importa

perché è l’unica arma con la quale si può cercare

di bloccare l’avanzata di mafia l’avanzata bloccare.

Senza coordinamento la guerra

si può considerare perduta senz’appello.

Lui non ha smarrito l’amara ironia la cadenza

ma ha messo da parte il linguaggio burocratico

e i grandi silenzi che

hanno scandito

la sua attività come perno del pool.

La mafia non è un frutto malato

il frutto malato di una società sana

è una realtà autonoma con leggi severe create

al proprio interno dotate di una struttura di vertice

una piramide fitta unita mattoni compatti infiniti

Cosa Nostra si fonda sull’assenza dello Stato in Sicilia

è come una chiesa

ha un ordinamento paragonabile a quello ecclesiale

come la Chiesa sa rinnovarsi senza rinunciare

alle proprie fondamenta – e non è un caso

che il capo della Cupola Michele Greco

sia stato soprannominato il Papa.

La camorra invece polverizzata in decine e decine di clan

non si oppone ma vive

dei buchi neri del Palazzo.

Cosa Nostra e Camorra hanno comunque una base comune

sono ancorate alla sub-cultura mafiosa

del Mezzogiorno

all’omertà che si è trasformata in memoria storica

di uno Stato che non ti garantisce

che non garantisce più niente.

Sono organizzazioni che rispecchiano e travisano

valori tipici delle popolazioni meridionali

valori in sé non censurabili

la famiglia, l’amicizia, il coraggio, la lealtà

tutti presupposti di mafia e camorra

non sono caratteristiche disprezzabili in assoluto.

Diventano valori strumentali e loschi scopi in camorra

e in mafia caricandosi di sentimenti assolutamente

deprecabili.

Cosa Nostra è autonoma rispetto alla politica. Il rapporto

è alla pari.

In parecchie occasioni addirittura di superiorità

del boss sul colletto bianco.

Mentre la camorra è abilissima a infiltrarsi

nelle pubbliche istituzioni

ma vive ancora un rapporto subalterno

con il politico.

Cosa Nostra è una pantera, immagine della potenza

della ferocia

la camorra è una volpe senza grandissima forza

ma intelligente astuta spietata al momento opportuno.

Fanno paura mafia e camorra

è il momento di muoversi

di accantonare simpatie antipatie

è il momento della Superprocura

perché la pantera è vigile e

non dimentica mai.

 

HANNO MEMORIA LUNGA I MANDARINI DI COSA NOSTRA

Cosa Nostra è pronta a colpire.

Doveva essere il successore di Chinnici

il CSM gli preferisce Antonino Meli

negano il suo lavoro l’intero lavoro istruttorio

con disprezzo definito il teorema Buscetta il teorema Falcone

un corvo lo accusa

la mafia sistema 50 chili di tritolo

c’è chi dice a Roma c’è chi dice a Palermo l’ha preparato da solo

l’accusano d’avere insabbiato le indagini sui delitti politici

corre per il CSM e lo impallinano gli stessi compagni di corrente

ripiega a Roma il Ministero

dicono che si è inginocchiato al Palazzo

è candidato alla superprocura

il CSM lo boccia.

La mafia doveva solo presentare il conto

l’ha presentato ieri

come aveva previsto Buscetta

«l’avverto signor giudice

dopo questo interrogatorio lei diventerà forse una celebrità

ma la sua vita sarà segnata

cercheranno di distruggerla

fisicamente e professionalmente

non dimentichi che il conto con Cosa Nostra

non si chiuderà mai.

È sempre del parere di interrogarmi?».

Era l’oggetto di un odio implacabile

di un odio irriducibile

Falcone alla Superprocura sarebbe stato un guaio

per i signori del malaffare

Falcone al ministero era già un grosso problema

lui aveva cambiato l’indirizzo

della politica giudiziaria del Governo.

Brucia ancora il decreto

che riportò i boss in carcere

la beffa della Cassazione

e la riabilitazione del teorema Buscetta

che Falcone era stato costretto a dimenticarlo

sotto i colpi di Corrado Carnevale.

E qui torna un nome quello dei Madonia.

La morte di Falcone è il regalo di nozze per Salvino

il figlio di don Ciccio Madonia

catturato qualche mese fa

in una megavillla di Carini

a due passi dal luogo del cratere

si è sposato in carcere.

Proprio sabato mattina.

Non c’erano uomini alla cerimonia

sono tutti in galera o latitanti.

Cosa importa agli altri se muore Falcone?

Falcone è morto.

Spadolini il presidente buono

che dorme sempre alle cerimonie

dormiva quietamente

al funerale.

Addio alle arance, addio

alle zagare addio ai limoni

la terra di Sicilia è sul piede di Empedocle

che gira e gira e gira intorno al vulcano intorno al vulcano.

 

 

ilfilorosso, anno VII, n. 12, gennaio-giugno 1992.