Venerdì, 27 Novembre 2015 10:55

Passato e presente

La nota scritta da Roberto Roversi per Casadeipensieri2010, ventennale della rassegna culturale internazionale del Parco Nord.

 

Il passato è una discarica a cielo aperto sulla quale volano e si azzuffano centinaia, o migliaia, di gabbiani.

Il presente è un fiume che si inoltra in una buia caverna in cui tremula, laggiù in fondo, un lumicino.

Ma il presente, nel suo divagare misterioso, canta o urla secondo le occasioni.

Fra presente e passato permane la porta girevole dell’oblio, che si apre e si chiude, lasciando entrare nell’archivio delle singole memorie le spoglie vuote ma tuttavia ancora fumiganti delle azioni o delle idee o dei sentimenti già consumati, patiti, goduti, sofferti, rimpianti.

Il passato è dunque fatto di ombre e luci già riconosciute, restaurate, catalogate, riconoscibili da date trascritte e ben visibili sulla fronte.

Il presente è indiscutibilmente ambiguo e faticoso, incerto e violento, non lasciando tregua all’ansimare frenetico della vita, che ci alita sul collo.

Ma oggi in questo agosto dell’anno 2010, il presente è terribile e vile e ci costringe a vegliare insonni e a lacrimare per freddo furore.

“Da FIAT una scossa al paese”.

“FIOM capisca che il mondo è cambiato, non c’è spazio per attività non rimunerative”.

“Per i lavori ci sono diritti ma anche doveri, decisivi per tutelare la nostra competitività”.

Il presente:

Obama a Marchionne: Grazie Sergio, l’ad FIAT riceve il presidente alla Chrysler: rinati grazie al suo coraggio…

“Hai fatto un gran lavoro”.

La replica: “Il ruolo del governo USA è stato diverso da quello italiano”.

Il presente:

Nuovo incontro FIAT – sindacati e nuovi diktat in tutte le fabbriche come a Pomigliano sennò niente investimenti.

Il presente: venti miliardi di investimenti nella Fabbrica Italiana, ma alle condizioni di Marchionne.

Il presente? Questa estate è un mare di sangue lungo 50 chilometri.

C’è una battaglia all’ultimo sangue che si combatte sul campo ma gli operai per farsi riconoscere devono salire sui tetti.

 

 

Giovedì, 26 Novembre 2015 08:47

Amo Bologna

Per far parlare, terrei sempre come base le seguenti domande (che non dovranno mai essere poste in diretta ma via via sottintese):

 

1) Come ti trovi in questa città?

2) Ti sei fatto degli amici?

3) Come trascorri le ore libere, le giornate libere?

4) Alla sera, cosa fai di solito?

5) Quali particolari differenze trovi fra questa e la città da cui provieni?

6) Ami Bologna?

 

 

***

 

 

SCENA I

VIALI E STRADE DI BOLOGNA

Esterno – Giorno

 

Ore 9 di mattina.

Attraverso il finestrino di una macchina in movimento vediamo sfilare le vetrine e le insegne dei negozi della città, attraverso una leggera foschia che sta cominciando a diradare.

Insistiamo in prevalenza su scorci di vetrine e di insegne indicative di una determinata abbondanza e della prevalenza di certi prodotti e oggetti rispetto ad altri: boutiques, vestiti, scarpe, auto, biancheria, alimentari di lusso.

Fermandoci a un semaforo, riscontriamo abbastanza ravvicinata l’opulenza fantasiosa, e caratteristica per densità cromatica (quindi anche festosa) del negozio di un salumaio.

D’altra parte non possiamo non notare i cassonetti rigurgitanti, per lo più, di rifiuti non familiari ma industriali o commerciali.

Arriviamo in via Paolo Fabbri e subito intravediamo Guccini che aspetta sotto casa, poco distante da un cassonetto chiuso, sopra cui è stato appoggiato un pallone afflosciato; potrebbe essere addirittura rosso-blu.

Prima di salire, a Guccini cade in terra il borsello o il giornale. Si china per raccoglierlo e nel sollevarsi vediamo il suo viso molto vicino, attraverso il parabrezza.

Salendo, può dire una frase brevissima. Per esempio: “Siete perfetti, spaccate il minuto”.

 

 

SCENA II

VIALI E POI COLLINA DI BOLOGNA

Esterno – Giorno

 

Ore 9,30 di mattina.

L’auto procede verso la collina. Guccini siede a destra del guidatore e, parlando, si voltaanche verso ilsedile posteriore su cui siede qualche tecnico chenon sivede.

Ci si avvia verso Casteldebole, centro di allenamento della squadra di calcio del Bologna, mentre possiamo sentire sovrapposto questo discorso di Guccini:

 

GUCCINI

Sì, adesso è molto diverso, qua da noi; anche solo da dieci anni a oggi. Una volta almeno c’era la dimensione di una vita di provincia, ravvicinata, con delle scadenze ma anche con pause; alcune anche lunghe. Si lavorava ma anche si beveva. Si faticava ma anche si cantava… Adesso il ritmo è frenetico ma senza felicità, qua come altrove… La bolognesità, se così si vuol dire, che poteva essere una piccola filosofia della vita, fatta di ironia ma anche di entusiasmo, o se non vogliamo dire entusiasmo si può dire forse speranza mantenuta e difesa, è scomparsa…

Una filosofia della vita a Bologna non c’è più, come nonc’è più in alcun altro posto. Adesso beviamo tutto dall’America; e in questo senso, soprattutto, Bologna non c’è più… Parlare del mitico sindaco Dozza della liberazione e del dopoguerra è come parlare del viaggio di Cristoforo Colombo. Sono passati secoli… I tempi della storia, e quindi anche della storia di questa città, si sono dilatati, allungati fin quasi a spezzarsi. Anche se della storia, cioè della memoria storica, non si potrà mai fare a meno. Per vivere.

 

Oltre i finestrini dell’auto vediamo tutto il verde intorno e la città laggiù in basso. Abbiamo così un momento visivo di grande respiro. Vediamo anche da lontano il centro di Casteldebole.

Sentiamo ancora la voce di Guccini che continua:

 

GUCCINI

Però, c’è ancora qualcosa di buono… A Bologna, per esempio, basta anche mezzo chilometro, cinquecento metri, per cambiare aria e prospettiva. Dalle pietre si passa alle foglie, dal grigio al verde… Si può anche arrivare al cielo partendo dall’asfalto. Le colline di Bologna, intorno a Bologna, sono ancora una sorpresa di verde… quasi intatto. Questo è certamente un risultato fra i più lodevoli, direi fra i più lusinghieri, di questi quarant’anni… Altrove, forse, ci sarebbe solo cemento e cemento… a soffocare la città.

 

L’auto entra nel centro di Casteldebole.

 

 

SCENA III

CAMPO DI ALLENAMENTO A CASTELDEBOLE

Esterno – Giorno

 

Circa le ore 10,15 di mattina.

Sulcampo di gioco gli atleti in tuta palleggiano, corrono, si allenano.

Restiamo al margine; ma in mezzo al campo c’è 1’allenatore il quale, come ci vede, chiama presso di sé con un gesto della mano un giocatore che ha appena calciato in porta un pallone.  Questo glisi avvicina e noi vediamoche è Demol. Scambiano alcune parole poi Demol viene verso di noi, cortese e sorridente.

 

DEMOL

Si dispiace, ma i piani sono cambiati. Non è un buon momento, questo, per la squadra e non posso allontanarmi. Ho dieci minuti, se volete. Dove possiamo metterci? Qua?

 

Indica alcune panche al bordo del campo. Guarda meglio Guccini e può esclamare:

 

Guccini! L’ascolto spesso, lei mi piace… ecc.

 

Siede con Guccini su una pancae sipuò stabilire che lui parla, rispondendo alle domande 1, 2, 5 sottintese, mentre si sente lontano e vicino il vociare dell’allenamento.

 

N.B. Per questo incontro resterei fermo sulla situazione e sul personaggio. Cogliendo magari l’occasione di sua frase per staccare e passare alla scena seguente, che avvia un altro racconto.

 

 

SCENA IV

GRANDE SUPERMERCATO ALIMENTARE

Interno – Giorno

 

Circa le ore 11,30 di mattina.

Siamo dentro a un supermercato (ma potremmo anche essere, dopo avere considerato i personaggi, dentroa uno dei sofisticati negozi d’abbigliamento del centro – via D’Azeglio o via Farini, per esempio).

Due neri altissimi (fuoriclasse di basket di una delle due squadre bolognesi) spingendo un carrello procedono con attenzione a scegliere roba che buttano nel cesto.

 

Vedono Guccini avvicinarsi per il corridoio e prima lo salutano da lontano con un cenno poi gli stringono la mano con vivacità.

Poche parole che non ascoltiamo.

Poi spingono il carrello verso la cassa, pagano e insieme a Guccini escono con la borsa dicartone che contiene laroba acquistata.

 

 

SCENA V

PARCHEGGIO DAVANTI IL SUPERMERCATO POI STRADE DEL CENTRO CITTADINO

Esterno – Giorno

 

Le ore 11,45 di mattina. Appena fuori dal supermercato uno dei due atleti dice:

 

PRIMO ATLETA

Lasciamo questa borsa in macchina e poi andiamo a piedi. Questa è una città dalle strade molto strette.

 

Il gruppetto si avvia a piedi. Lo vedrei per via del Porto, piazza Roosevelt… E intanto noi cerchiamo di cogliere particolari ancora minuti della città: gli ultimi particolari. Alcune botteghe artigiane, un calzolaio, un restauratore di mobili, un idraulico, un droghiere nella sua bottega di legno. E poi, di sfuggita ma con l’intensità di un occhio che cerca, qualche androne di palazzo dove ci sia da scoprire qualcuno o qualcosa, oppure che abbia in fondo un giardino, magari con il muro decorato.

 

Ai due atleti, perché possano intanto parlare non in diretta ma sopra le immagini, farei le domande 2, 3, 4. E questo fino alla conclusione dell’incontro.

 

Proporrei di sentire sempre la loro voce originale, quindi in inglese, con la traduzione a nastro scorrevole a stampa in basso.

 

Intanto, arrivando da piazza Roosevelt possiamo già intravedere – ma solo intravedere – dall’altezza dell’Albergo dell’Orologio, Piazza Maggiore.

Da lì, senza alcun indugio – avremo occasione di scrutare la grande piazza altre volte in seguito – passiamo subito dentro al cortile di Palazzo d’Accursio.

Ammiriamo la grande casa di legno appena allestita…

Ed entriamo dentro seguendo per un momento il lavoro di restauro sul Gigante.

 

A questo punto, e a conclusione dei discorsi precedenti, Guccini potrebbe domandare, accennando al Gigante, se hanno visitato o conoscono altre opere d’arte della città.

 

Un particolare atto o movimento all’interno di questo luogo molto teatrale e molto ristretto – una specie di teatro anatomico per un personaggio di metallo – potrebbe stabilire la fine dell’incontro.

 

 

 

SCENA VI

CASA DI DALLA

Interno – Giorno

 

Ore 12,30 del mattino.

Siamo in casa di Dalla, in piedi vicino all’ingresso. Guccini è appena arrivato.

Qualche libero convenevole, qualche scherzo poi Dalla può dire:

 

DALLA

Mi sembra di essere a “Fantastico” con questa telecamera. Volete vedere la casa? Bene, ve la mostro… Poi magari usciamo.

 

Perlustranola casa, senza sentire voci o discorsi particolari (magari qualche commento o scherzo in diretta); poi, compiuto il giro, Dalla potrà dire:

 

DALLA

Io amo ormai questa casa, che è dentro una torre. Una torre antica di Bologna.

 

GUCCINI

E Bologna, l’ami?

 

Dalla, senza rispondere, indossa il cappotto ed esce, seguito dall’amico.

 

 

SCENA VII

STRADA E POI PIAZZA SAN DOMENICO

Esterno – Giorno

 

Ore 13,30 del giorno pieno.

Seguiamo prima Dalla e Guccini per strada poi mentre arrivano in piazza.

 

DALLA

Se amo Bologna? Ti rispondo adesso… Guarda, tu forse Bologna la conosci meglio di me; ma io voglio che tu guardi ancora una volta quelle due tombe, in questa piazza… Sono tombe di glossatori, cioè giuristi del Duecento… Uno è Rolandino, ha avuto storie con Federico II, ma non è questo che conta… Voglio dire che questa città, dove la tocchi vibra suona di storia, cioè di cose fatte, cose grandi, ma fatte per l’uomo, per gli uomini… Insomma, è una città concreta… Però io credo che abbia anche un po’ di fantasia… Se amo Bologna?

 

Non risponde ancora. Forse la risposta la cerca.

 

 

SCENA VIII

STUDIO DI REGISTRAZIONE

Interno – Giorno

 

Ore 14,30 circa del pomeriggio.

Sentiamo lavoce sovrapposta di Dalla, mentre lo vediamo con Guccini trafficare con i vari congegni, preparandosi per qualcosa:

 

DALLA

Se amo Bologna? Sono sempre qua e là, sempre in giro… Quando sono lontano non ho nostalgia, ma quando ci torno e ci sto non ho voglia di andarmene. Mi trovo bene. È una città che non si fa desiderare ma che ti convince, quando ti trova…

 

Alla fine si rivolge verso Guccini e gli dice:

 

DALLA

Senti questo abbozzo, è appena accennato.

 

Avvia un nastro e si sente la sua voce che canta e dice le parole. A questo punto azione aperta fino a conclusione.

 

 

SCENA IX

NUOVA LIBRERIA FELTRINELLI

Interno – Giorno

 

Ore 15 del pomeriggio.

In questo nuovo modernissimo contenitore di libri e di cultura, Guccini entra per incontrare Luca Carboni.

Convenevoli e poi Guccini può dire, ad esempio: “Cominciamo a parlare un poco qua dentro e poi usciamo?”. Si avvicina Romano Montroni, il direttore della libreria. Guccini può congratularsi (è stata completamente rinnovata e riaperta da poche settimane) e chiedergli come hanno risposto i bolognesi a un’offerta libraria di livello europeo.

Legandoci al breve intervento di Montroni, Guccini può chiedere a Carboni se è buon lettore di libri e commentare che è divertente per loro trovarsi in una libreria piuttosto che in un negozio di dischi. Un negozio di dischi così a Bologna non c’è.

Infine si può entrare in argomento. Guccini: “È per parlare di Bologna che ci siamo incontrati. Parlarne come sappiamo per poterla non spiegare ma semmai farla capire agli altri. A modo nostro”.

Luca Carboni potrebbe rispondere alle domande 1, 3 e 6.

 

 

SCENA X

STRADE DI BOLOGNA

Esterno – Giorno

 

Uscendo dalla libreria Guccini e Carboni possono avviarsi verso via Zamboni, passare davanti all’Università. E lì imbattersi in un gruppo di studenti che li riconoscono, li fermano e con i quali possono mettersi a parlare. Gli studenti sono naturalmente meridionali e quindi è facile coinvolgerli in alcune domande sulla città; per esempio le n. 1 e 5.

 

Ritorniamo su Carboni e Guccini di nuovo soli, mentre camminano sotto i portici: dall’Università verso piazza Aldrovandi e poi verso la chiesa dei Servi, nel colorito mondo della fiera di S. Lucia: gli alberi di natale, pezzi di presepio, torroni a pile (a indicare la permanenza non certo entusiasmante di una tradizione locale che man mano va estinguendosi. Forse anche qui si potrebbe interrogare almeno un venditore, proponendogli la sola domanda n. 1).

Sulla base di un discorso conclusivo, quale: a Bologna manca sul serio, a parte il tendone alla Fiera, un luogo ampio per concerti rock; proporrei di concludere questo incontro nel piazzale delle torri alla Fiera, in un contesto di architettura “nuova” rispetto all’antico o anche nobilmente tradizionale che è il cuore della città. Dato che, come si può ricordare anche dicendolo, lì proprio la scorsa estate Dalla e Morandi dovevano dare un loro concerto.

È interessante anche utilizzare fino in fondo l’inquietudine particolare della luce che va spegnendosi, in questo momento di passaggio verso la sera.

Le luci intorno, man mano, possono accendersi.

 

 

SCENA XI

TENDONE DA CONCERTO ALLA FIERA

Interno – Sera

 

Ore 20,30.

All’interno del tendone è in corso un concerto di vari gruppi rock giovanili.

Uno di questi sta suonando ma è ormai alla fine.

Il tendone è pieno di giovani che ascoltano muovendosi e ballando.

Mentre il gruppo, che ha terminato di suonare, raccoglie materiale e strumenti prima di allontanarsi, i giovani in sala riconoscono Guccini. Festa.

A richieste di cantare o a domande personali, potrà rispondere, per esempio: “Oggi sono, siamo in giro soltanto per sapere da giovani e vecchi, bolognesi o immigrati, come si vive in questa città. O, anche, che cos’è questa città, questo posto, per loro”.

Discorsi vari, scambi di battute.

 

Siamo adesso nel retro palcoscenico, dove i CCCP/Fedeli alla Linea stanno per presentarsi al pubblico per una esibizione.

Festoso incontro con Guccini, che riferisce a loro – anche a loro – la ragione della sua venuta.

Primo inizio di discorso, poi tutto viene rimandato a dopo. I CCCP/Fedeli alla Linea si presentano al pubblico e cominciano a suonare.

Intanto noi possiamo fare panoramiche fuori dal tendone, verso le luci dello svincolo, verso 1’inizio dei viali, seguendo il via vai delle auto e il moto delle luci.

Inuna pausa dell’esibizione, Guccini può salire sul palco per riprendere il discorso e magari concluderlo.

Si riprende a suonare, e i giovani sembrano dimenticare ogni altra cosa o persona e riprendono quel loro movimento che sembra rovesciarli quasi con tenerezza dentro loro stessi.

Li lasciamo così, interrompendo bruscamente (seccamente) la scena per riaprirla con quella che segue.

 

 

SCENA XII

SALA DI UN CENTRO CIVICO DELLA PRIMA PERIFERIA

Interno – Sera

 

Ore 22.

Un primo piano su una coppia di anziani cheballano; in mezzo a tante altre.

È in corso una festa danzante di quartiere per persone anziane.

La gente in sala, che balla i soliti balli tradizionali locali, manifesta però vitalità e molta simpatia. Tutte le teste sono bianche ma i sorrisiaperti e le gambelente ma non del tutto incerte.

L’orchestra è composta di quattro persone, anch’esse non più giovani.

Quando finisce questo ballo, c’è un momento molto rapido di pausa (quasi un assestarsi) e poi, all’improvviso, scoppia un applauso e la gente si apre lasciando un breve varco attraverso il quale passa Quinto Ferrari, con la chitarra, per salire sul piccolo palco.

Si fa subito silenzio e Ferrari comincia a cantare. Proporrei di scegliere “Méll e òtzant quarantòt” e “Nostalgi’d Bulagna”, perché oltre ad essere molto belle, consentirebbero di panoramicare sopra lavoce per far vedere Piazza Otto Agosto, magari nel giorno di mercato (venerdì e sabato), e poi alcune vie tipiche e un tempo popolari della città, quali Via del Pratello,via del Borgo San Pietro, borgo di Santa Caterina (con la vista di via Saragozza). Se si può continuare in questo rapido compendio di autentiche bellezze bolognesi, accompagnati dalla voce viva e reale di Ferrari, proporrei di continuare mostrando scorci di via Santo Stefano, via San Felice.

 

Ritornando in sala, vediamo tutte le coppie ferme, un poco trascinate da questocanto e portate a ricordare. Un momento, io credo, di forte autentica emozione.

E ci accorgiamo che, fra la gente, c’è Dino Sarti.

Quando Ferrariconclude, applausi naturalmente e feste.

Sartil’abbraccia e abbraccia anche Guccini.

La gente si dispone ai tavoli, l’orchestra si dispone a riprendere a suonare, ma ancora per poco.

Intanto Ferrari e Sarti possono rispondere alla domanda n. 6 di Guccini.

Un riferimento di Sarti consente di far vedere un momento del suo ultimo concerto di ferragosto, in piazza Maggiore (una consuetudine durata per anni); e subito susseguente, sempre collegandosi a un confronto o a una frase di Sarti, possiamo vedere il mitico concerto di Guccini, di sera e sempre in piazza Maggiore, certamente di fronte io credo ad almeno centomila persone. La piazza, anche in questa occasione, era una straordinaria arena.

Siamo alla fine. Possiamo vedere Ferrari e Guccini che parlano brevemente fra loro e Ferrari che indica uno dei suonatori, sul palco, che sta rinchiudendo la sua fisarmonica.

 

 

SCENA XIII

IN AUTO, PER UN VIALE CHE PORTA FUORI BOLOGNA, VERSO LA PRIMA CAMPAGNA

Esterno – Notte

 

Ore 24 circa.

Guccini è in macchina con il suonatore di fisarmonica, che tiene lo strumento, abbastanza ingombrante, sulle gambe.

Può darsi che ci sia nebbia, in giro. Parlano.

Andrebbe molto bene se l’uomo della fisarmonica oltre a essere un pensionato fosse anche uno venuto a Bologna da parecchio tempo ma non nato a Bologna.

Allora le domande n. 1 e n. 5 servirebbero da buon stimolo per raccogliere impressioni e memorie.

L’uomo dovrebbe inoltre riferirsi alla sua situazione attuale e al fatto che vicino a lui, oppure nella sua stessa casa, sono venuti ad abitare parecchi africani – che può magari impegnarsi a descrivere.

Mentre si riferisce a uno di questi (e di tutti è da credere parla con simpatia e rispetto, magari commiserandoli) facciamo uno stacco per passare a…

 

 

SCENA XIV

EVEN CLUB

Interno – Sera

 

Ore 24 circa.

Mark, africano del Senegal, animatore incontrastato di questolocale, soprattutto nelle serate del giovedì sera in cui lui propone al “suo” pubblico, tutto o quasi tutto formato da immigrati africani, una certa musica – assolutamente congeniale.

Cerchiamo di vedere bene e anche di capire, sul momento, volti e vestiti,gesti e balli e suoni e voci.

Poco dopo vediamoun giovane africano alzarsi, salutare gliamici e uscire dallocale.

Così anche noi ritorniamo a Guccini e al suonatore di fisarmonica.

 

 

SCENA XV

DAVANTI A UN CASALE POI DENTRO AL CASALE.

Esterno – Interno, Notte.

 

Ore 0,15.

Guccini e il suonatore di fisarmonica sono appena scesi dall’auto.

Vedendo due finestre illuminate, il vecchio dice: “Sì, sono in casa”.

In quel momento, arriva un’auto che si ferma. Ne esce il giovane africano della scena precedente.

Il vecchio si avvicina, gli parla e poi tutti e tre entrano incasa.

 

In alcune stanze troveremo il gruppo da incontrare. Ascolteremo le loro risposte alle domande 1, 2, 3, 4, 5, mentre è evidente che li incontriamo in un momento di intima festa. Sempre ascoltandoli e rimanendo sui loro volti, sui loro gesti e sulle cose, possiamo fermarci quanto è possibile. Solo verso la fine potremo sovrapporre alcune immagini dell’assegnazione della laurea honoris causa a Mandela. La chiesa di Santa Lucia, l’interno pieno di gente, via Castiglione, le due torri…

 

Mercoledì, 25 Novembre 2015 13:32

Bologna, Pasolini, Roversi

Mercoledì 25 novembre 2015, ore 20.45

Circolo Arci “Kino”, Via Gramsci, 71 – Pieve di Cento (BO)

 

Bologna, Pasolini, Roversi

Letteratura come progetto. L’esperienza della rivista «Officina»

 

Incontro con Antonio Bagnoli, editore, Casa Editrice Pendragon – Bologna e Davide Ferrari, scrittore, poeta, direttore della rivista «Riforma della scuola»

Modera: Franco Stefani

Lunedì 16 novembre 2015, ore 17

Biblioteca Nazionale Centrale di Roma

Presentazione del libro

Roberto Roversi – Leonardo Sciascia

Dalla Noce alla Palmaverde

Lettere di utopisti 1953-1972

Intervengono: Giulio Ferroni e Antonio Bagnoli

Mercoledì 11 novembre 2015, ore 19.00

Aula III – Scuola di Lettere, via Zamboni 38, Bologna

 

PIER PAOLO PASOLINI E ROBERTO ROVERSI: POETI CIVILI

 

presentano Gianluca Farinelli, Antonio Bagnoli e Marco A. Bazzocchi

Gaetano Curreri esegue dal vivo alcune canzoni su testi di Roberto Roversi

segue la proiezione di 12 dicembre, documentario con testi di Pier Paolo Pasolini

Martedì, 15 Settembre 2015 14:15

Piccole tiritere per bimbi e bimbe curiose

Indice

 

 

Il cane [1]

Il cane [2]

Il cane [3]

Il cane [4]

Il cane [5]

Il cane [6]

Il cane [7]

Il cane [8]

Il cane [9]

Il cane [10]

Il cane [11]

La mosca

Il gattomerlo

Il silenzio e il topo

L’acqua [1]

Il vecchio. L’uomo vecchio

Il cane e il bambino [12]

La lumachina [1]

Lumache e lumachine

La lumachina [2]

Il cane [13]

Il bambino di Canzano

Il cane [14]

Le rane

Il capretto

La tigre

Un topolino e la giraffa

Parole del vento

Il cane, un leone, un maiale

Il gatto e un cane

Un gatto

Una mosca, una vespa, un’ape e un calabrone a Woodstock nell’agosto dell’anno 1969

I. Due dita e il lombrico

II. Due dita e il lombrico 

Il piccione

L’acqua [2]

L’acqua [3]

I mesi

Tu

Acqua [1]

Acqua [2]

Acqua, ancora

Il topo topino

Pesci

Il bicchiere

Il tempo

 

L’iridescenza delle cose disarmate. Qualche pensiero sulle Piccole tiritere di Roberto Roversi

di Maria Luisa Vezzali

 

 

 

Il cane [1]

 

Un cane è fermo sotto il sole d’estate.

Dietro la rete

guarda la gente passare.

Non ha voglia di niente

e neanche di abbaiare.

Ha una grande sete e la noia addosso.

Una bambina che gioca per strada

si ferma a guardare.

Lo chiama: “Cane, cane, Fido, Fido!”.

Fido fa un balzo, scuote la coda

e si mette a saltare perché vuole abbaiare.

Adesso è molto contento e vorrebbe giocare

ma la bambina per la paura corre via e scompare.

 

 

Il cane [2]

 

Almeno

tu sapessi leggere. Sei scemo

– dice Bibi a Bobi.

Bibi è un bambino e Bobi un cagnolino

bianco e nero

con i due occhi verdi

come l’erba del prato.

– È vero che sei scemo

sei cretino.

Se perdi qualcosa

non la sai trovare

– dice ancora Bibi –

così sei anche meno di un topo

o di un tappo di bottiglia.

Un ladro non lo sai acchiappare

o la mosca che ti vola sul naso.

Non sei un cane ma solo un cagnolino

che per caso

è capace di saltare e d’abbaiare.

Bobi è sdraiato

nell’ombra del giardino

e dice: “Neanche tu

un ladro vero lo sai acchiappare

sei capace soltanto di parlare.

Sei un bambino

come me, che sono un cagnolino

bianco e nero e con l’occhio verdino!”.

 

 

Il cane [3]

 

Geppetto il cagnolino ha il codino

eretto

mentre rincorre una palla

calciata da un bambino

ma non sa ancora

quella cosa rotonda cos’è

e perché balza in alto e corre via.

Sa soltanto che gli mette addosso

una grande allegria.

Per questo Geppetto il cagnolino

ha il codino eretto

mentre corre dietro a quella cosa tonda

calciata da un bambino

qua e là per il giardino.

 

 

Il cane [4]

 

Il cane Bernardo

oggi è in piena malinconia

perché ieri è andato via

il cane Flop, suo amico sincero.

Flop è un cane nero

allegro e scanzonato

che sa tenere allegro almeno un poco

senza abbaiare

il vicinato.

Flop ha traslocato per sempre

in un’altra città

che si chiama Firenze.

 

Così oggi è un bel giorno d’agosto

ma il cane Bernardo sta

come se fosse un giorno di gennaio

e gli mancasse il pane.

È un gran brutto affare

e per chiamare l’amico

comincia ad abbaiare

come se si fosse perduto in un bosco.

 

 

Il cane [5]

 

Questo cane io lo conosco

anche se si nasconde in un giardino

come dentro un bosco.

Un giorno un bambino

lo teneva in braccio

perché era un cucciolo appena nato

e il bambino l’aveva trovato

in un prato.

Poi è cresciuto, è diventato un cane

che abbaia fra le lame del cancello

per spaventare i ladri e farsi bello

ma non è più quello che un bambino

aveva trovato appena nato

in un prato

come uno straccetto abbandonato.

Adesso grande grosso prepotente

corre qua e là abbaiando

contro la gente.

Però non si sa come

ancora non ha un nome.

 

 

Il cane [6]

 

Il cane cagnolino Dolcemare

qualche volta arriva, alle volte scompare.

Sembra un cane vivo o un cane ombra.

Sa abbaiare, tacere secondo la voglia

quando il vento

adagio adagio adagio foglie le muove.

Non lo vedo per giorni, settimane

poi ritorna

con il viso bagnato e qualche riga nera;

ma non ritorna per fame

perché non è ingrato.

Sembra invece contento

mentre si stende al sole

vicino alla ringhiera

aspettando la sera.

 

 

Il cane [7]

 

A mezzanotte circa il cane non dorme,

mi guarda.

Con l’occhio dice “sono qua,

aspetto una parola”.

Ma a notte fonda

chi ha più voglia di parlare?

“Se non rispondi – dice l’occhio – sta’ sicuro

che me ne vado”.

Anche un cane può partire, scomparire,

invece di dormire.

Senza paura

salta il muro del giardino

e via per la pianura.

Non ha timori, un cane.

Guarda il lume delle case, le cime

lontane e saluta la sera.

La saluta con gli occhi prima di partire

forse per sempre.

“Per chi rimane e tace – dice –

basta la posta e avanza”.

 

 

Il cane [8]

 

Il cane cagnolino

corre dietro a un bambino

che gioca a palla.

La palla con un balzo

cade dentro a un giardino

dove c’è un vecchio scalzo

che cura i fiori.

Il vecchio si mette a

imprecare, gridare.

Addio alla palla,

non tornerà più fuori.

La guarda il cagnolino

e la guarda anche il bambino

così grande e gialla.

 

[Pubblicata, con due piccole modifiche, in 16 copie numerate dalle Edizioni Pulcinoelefante nel 1994]

 

 

Il cane [9]

 

Il cane topo in un giorno d’agosto

con il cielo basso e caldo

ai margini di un bosco

di betulle

corre dietro a una farfalla

rossa azzurra verde bianca gialla.

 

La farfalla passa via leggera

sopra fiori e foglie, le foglie del campo.

“Per te non c’è più scampo” abbaia il cane

che corre con la lingua in fuori.

Ma la farfalla in un lampo

vola via

dentro la luce del sole

rossa azzurra verde bianca molto gialla

e piena di allegria.

 

 

Il cane [10]

(vedi n. 9)

 

Il cane in un pomeriggio d’agosto

con il cielo caldo caldo

molto basso

ai margini di un bosco

di betulle

insegue una farfalla

verde bianca rossa azzurra e molto gialla.

La farfalla vola

sui piccoli fiori di un campo.

“Per te non c’è scampo”

dice il cane

mentre corre con la lingua in fuori

ma la farfalla leggera vola via

fra le foglie del sole

giovane d’allegria

verso altri amori.

 

 

Il cane [11]

(vedi n. 8)

 

Il cane Paolino

corre dietro a un bambino

che gioca a palla.

La palla con un balzo

cade dentro a un giardino.

Addio alla palla,

non tornerà più fuori.

La guarda Paolino

e la guarda anche il bambino

che piange in mezzo ai fiori.

 

 

La mosca

 

C’è una mosca nera coi calzoni

che cammina anzi vola

accompagnata dai tuoni

di primavera.

La sera è nera e lei è sola

ma la mosca si accontenta di poco.

Cerca di passare la nottata

sdraiata sul dorso di una cicala

innamorata, vicino a un fuoco

che comincia dopo poco a crepitare.

La mosca tace e ascolta

ascolta una cicala con il fuoco cantare.

 

 

Il gattomerlo

 

Il gatto ha preso il merlo

– il gattomerlo.

L’ha preso quasi al volo, questo è un fatto.

Brutto gatto

lascia subito il merlo

così giovane e solo.

Il merlo non sta zitto

ma chiede aiuto

arrivano Enrico Gianni Renatino

arriva Pia

“gatto gattaccio con quel pelo ritto

lascia il merlo

lascialo volare via”.

A tante grida

lu’ gatte s’asprittette

apre la bocca e il merlo schizza via.

La giornata si chiude con questa fantasia

e in questa libertà.

Ormai si sa

che il brutto gatto con il pelo ritto

non mangerà più il merlo.

E, a pancia vuota, deve stare zitto.

E sdraiato accovacciato in un angolo

deve stare zitto.

 

 

Il silenzio e il topo

 

Il buio assoluto non c’è

non c’è

il silenzio.

Il silenzio assoluto non c’è. Non sento

il silenzio e davanti agli occhi

ho un bersaglio di fuoco in una lunga

mattina.

Nell’orecchio i sassi insistono

con un rumore

di topi.

Alla notte svegliano nel letto un bambino

correndo

su una trave.

Sono i ghiri, dicono in casa,

e raccontano una storia vera

per non dare spavento

oppure è il vento della sera.

L’ombra del piccolo topo che sale contro

il muro.

Poi arriva il sole.

 

 

L’acqua [1]

 

L’acqua invece c’è.

L’acqua esiste.

L’acqua non si scioglie

è sciolta.

L’acqua non si calma

è calma.

L’acqua non rotola, corre

e cresce sbianca urta si ferma.

Rispecchia un piccolo cielo vicino

a una luna-gatto, così impolverata.

L’acqua la raccolgo con la mano

e non brucia. L’acqua è fontana.

L’acqua mi riflette durante la giornata

vede la mia bocca e io guardo lei.

L’acqua non si stanca mai.

Neanche quando chiudo gli occhi

l’acqua manca.

Mi aspetta. Se sto correndo dietro i pensieri miei

e la mia bocca.

 

 

Il vecchio. L’uomo vecchio

 

Un vecchio? Quale vecchio?

Il vecchio che si addormenta vicino al fuoco

mentre fa friggere un uovo?

Ma quale fuoco?

Il fuoco del caminetto? O

il semplice calore del termosifone?

Il vecchio che raccoglie l’acqua con un secchio?

Dov’è il fuoco che può addormentare un vecchio?

E dov’è l’acqua? Manca? Il

vecchio vicino allo specchio. E poi:

quale vecchio? E quale fuoco?

Non facciamo un poco confusione

nel fare riferimento allo specchio

di questo vecchio?

O al secchio?

 

 

Il cane e il bambino [12]

 

Michele Michelino è un bambino

abruzzese.

Abita vicino alla marina

un poco lontano dal paese.

E una mattina per andare a scuola

pedalando in fretta

sul prato in bicicletta

è caduto e si è fatto male

a un piede.

Adesso è a letto col piedino ingessato.

 

Siede appoggiato al cuscino

e ha teso per terra, lì vicino,

il cane, che dorme.

Il cane è un cagnone

e ha un bel nome antico,

si chiama Teodorico.

Dorme sempre,

anche quando è il tempo di abbaiare.

O di mangiare.

 

 

La lumachina [1]

 

La lumachina sul gambo di un fiore

dondola come una vela leggera

nel vento rosso di cielo

mentre aspetta la sera.

La lumachina si lascia dondolare

ma sta con gli occhi aperti

perché vuole guardare

un maggiolino che sale

per il gambo della malva lì vicino.

Poi e non dico una bugia

ho sentito la lumachina cantare

con una vocina leggera leggera

mentre aspettava sul mondo

il sonno della sera.

Chiamava le stelle una per una

poi parlava alla luna

poi sgridava il rospo dentro al fosso

e con un grido giocondo

salutava una lucciola solitaria

che correndo nell’aria

dava luce a tutto il mondo.

 

 

Lumache e lumachine

 

Lumache e lumachine si vedono

da tutte le parti

per terra vicino a un muro

su una siepe appena annaffiata,

addormentate sul gambo

della ruchetta selvatica

o all’oscuro

sotto una foglia.

Lumache lumachine sono

di formato diverso

piccole come un granello di sabbia

o grandi come l’occhio del bue

che grida perché è solo

dentro una stalla vuota.

Però tutte si muovono

con grande rapidità;

sembra che debbano partire

per l’America ma

quando si accorgono che le formichine

sono andate tutte a dormire

e non le possono salutare

anche il viaggio in America

decidono di rimandare.

Per restare sul gambo a dondolare.

 

 

La lumachina [2]

 

La lumachina non è una cosa da poco

anzi è una cosa veloce leggera

che sulla foglia insegue per giuoco

le onde del vento

e si muove si ferma addenta il gambo

si abbranca lo lascia ritorna

allunga le corna

paziente impaziente divora una foglia

si chiude nel guscio

non si lascia toccare.

Ma io la prendo, a casa la porto.

Adesso dorme sopra i fogli di un libro

aperto sul tavolo

e forse sogna che io sono il diavolo

buono dei fiori.

 

 

Il cane [13]

 

Il cane è ben solo

lì vicino al tavolo

accucciato al suolo.

Il cane non può neanche abbaiare

“Taci, cane” dicono

e gli buttano un ossicino

da rosicchiare.

 

 

Il bambino di Canzano

 

A Canzano si mangia il tacchino

dice il bambino

ghiotto

ma poi vede lì sotto

nel campo una tacchinella

che cammina come una regina

altera e snella.

Ha le penne spazzolate

dal vento leggero del mare.

Non lo voglio mai più mangiare

– dice il bambino

che guarda dalla finestra –

neanche se è un tacchino

che hanno fatto ingrassare

per il giorno di festa

del nostro paese.

 

 

Il cane [14]

 

È finita la vita felice del cane.

Stamattina il vecchio padrone è morto.

È caduto lì in terra

vicino alla gabbia del corvo

e alla finestra sul porto.

Proprio come un soldato

colpito da una pallottola in guerra.

Oh dio come è bella Napoli

e come sarà bella Napoli domani.

Ma il cane grida di rabbia e di dolore

perché lo trascinano via da questa casa

dov’è rimasto solo il corvo sbalordito

che continua a gracchiare

vicino alla finestra spalancata

su Napoli e il suo mare.

 

 

Le rane

 

Le rane erano di legno,

un giuoco per bambini?

O le rane erano vere?

Erano davvero grosse e nere

oppure verdi?

Ditemi il vostro pensiero:

come erano fatte le rane?

Erano di rame risplendente?

O come tutte le cose da niente

cantavano nei pantani?

Saltavano nei fossi

fra i sassi grossi?

Erano pescate di notte

dai pescatori ghiotti

che le cercano con una lampada in mano?

Ma che strano animale

la rana salterina

la rana canterina

la rana con le gote gonfie

fin quasi a scoppiare

come il soldato che suona

la sveglia alla mattina

per correre in guerra ad ammazzare.

 

 

Il capretto

 

L’animale ostile resistente

era un caprettino

che aveva male a un dente

e stava in un ovile abbandonato

in mezzo a un prato

dove passava solo qualche vento.

Erbe alte con i fiori e verdi

nascondevano questo caprettino

ma lui tremava tremava tremava

per la paura

come un bambino quando l’aria

si fa scura.

 

 

La tigre

 

Per favore, dice la tigre al domatore

nel circo fra le sbarre,

non frustare nell’aria

non gridare nel vuoto

farò quello che chiedi

se la tua voce mi darà un invito

non una imposizione;

una domanda non una schiavitù.

Tu sei re in questo momento

e io sento che il più forte sei tu.

Alzi la polvere nel vento.

Ma ti prego non urli, non gridare

nell’aria non frustare, fa’

che io possa saltare come

se fosse per mia volontà.

Allora quando volo

da sgabello a sgabello

credo di ritrovare

l’odore buono della prateria

e la voce lontana del leone

che mi aspetta paziente sotto il sole.

 

 

Un topolino e la giraffa

 

Per favore un poco di silenzio…

non sento quasi niente

dice il topolino alla giraffa.

Cosa dici?

Vuoi ripeterla ancora quella storia?

Il tuo racconto è bello

ma non è quello

che credevo di ascoltare.

Così la storia resta ancora tua

e non diventa mia.

Allora mi rimetto in viaggio

ti saluto e vado a casa mia

a rosicchiare un poco di formaggio.

 

 

Parole del vento

 

Ti porterò via stasera

grida il vento alla fiera

– che cercava un sentiero nella foresta

perché si era perduta

dopo la gran bevuta per la festa del matrimonio

o il fidanzamento

del demonio con una bambola di juta –

perfida regina

dovevo accorgermi prima

che sei sciocca, non astuta.

 

 

Il cane, un leone, un maiale

 

Il cane azzanna la zampa a un leone

che urla “Ahi, mi fai male!”.

“Scusami, dice il cane, credevo

di addentare la gamba di un maiale”.

“Allora sei perdonato” dice con modestia

il re della foresta

e se ne va superbo a bere dentro al fiume

mentre il cane corre via saltellando

e si mette ad abbaiare

per avvertire il maiale

che sta per arrivare

e che gli deve azzannare

prima che cali il sole

la gamba.

Questa idea un po’ stramba

è la promessa fatta stamattina

a una cagnolina vaporosa

fresca come una rosa

che passeggiava nel parco comunale.

Era così bella

che sembrava una stella.

Dunque è poco male

se per lei il cane

addenta la zampa del maiale.

 

 

Il gatto e un cane

 

Il gatto è un gatto

un gatto forse italiano

oppure il gatto

è un gatto persiano.

Il cane invece è un cane

abruzzese.

Il cane è un amico dell’uomo

ma il gatto è un amico del gatto?

Se dieci gatti inseguono un uccello

caduto con l’ala ferita

il cane nero può insegnare filosofia

a un bambino che giuoca con una matita?

Ascolto la sera che viene e promette

aspetto le reiterate fantasie della notte

il gatto nero mi strofina il piede lo vedo.

Chi crede che domani sarà un altro giorno

sbaglia mille volte

il gatto nero è

portatore di fortuna

i suoi occhi scavano la pietra come la luna

guarda senza sognare perché è all’attacco

che vuole andare.

 

Le mie parole non sono oscure

sono semplici e chiare

perché cercano di parlare

ai gatti neri che ho conosciuto stasera.

 

 

Un gatto

 

Questa vita di gatti è

più solenne

della vita degli uomini.

Il gatto paziente

si struscia al mio piede

non chiede mai niente

ma vede.

Indovina il cammino

dal piede.

 

 

Una mosca, una vespa, un’ape e un calabrone

a Woodstock nell’agosto dell’anno 1969

 

Come tirava la musica quella sera

non c’era caso di poter dormire

bisogna volare o ballare o applaudire

anche per il calabrone

nascosto in mezzo a un fiore.

Tanta bella gioventù in confusione

che dormiva nuda sopra i prati.

Nudi giovani e beati

da quei suoni divini

da quelle belle parole.

Mosca vespa e ape tutte insieme

ascoltano e si dimenticano di volare

anche il calabrone dondola beato

mentre il vento passa sopra il prato

accendendo candele nella notte.

È cosa meravigliosa

vedere il cielo che inghiotte

il cuore di una rosa.

 

 

I. Due dita e il lombrico

 

Due dita catturano un lombrico.

“Due dita, perché mi catturate?”.

“Cosa mi dai se te lo dico?”.

“Un bacio”.

“Un bacio da un lombrico?

Ti catturiamo per darti in pasto a un pesce”.

“Abbiate pietà, vi prego, se vi riesce

per un povero lombrico

che viene da lontano.

Da dove, non lo dico.

Due dita, chiedetelo alla mano

di lasciarmi andare

invece di pescare”.

“Ci rincresce, la mano ha dichiarato

che questa non è giornata

per un povero lombrico catturato

e di non darti pensiero;

questo per te è un giorno nero nero.

Anzi, sai cosa ti dico?

Oggi è proprio la fine del lombrico”.

 

 

II. Due dita e il lombrico

 

Due dita catturano un lombrico

fra due pietre, sulla riva del fiume.

Il lombrico perde il lume

della ragione: “Perché mi catturate?

Sono un povero lombrico solitario.

Lasciatemi in pace”.

Due dita rispondono che questa

non è giornata per opere di pietà

e neanche è una giornata di festa.

È una giornata così, metà e metà.

“Forse domani ma da un’altra mano

e proprio per un favore

a te lombrico che vieni da lontano”.

“E se adesso mi mangia un pesce?”.

“Allora ci rincresce

e domani

un altro ci sarà. Dico,

un altro lombrico”.

 

 

Il piccione

 

Il piccione è nato

e non sa ancora che fare.

Accucciato sul davanzale

si mette a tubare

perché è incerto se tentare di volare

o se restare lì solo sotto il sole.

 

 

L’acqua [2]

 

Acqua benedetta acqua sovrana

acqua ferma acqua rapinosa

acqua che vai sposa al mare in burrasca

acqua immobile sotto la campana di Pasqua

acqua che riflette il cielo come uno specchio

e dentro le nuvole che corrono

acqua che respira e canta vicino all’orecchio

di un bambino.

 

 

L’acqua [3]

 

Un giorno è accaduto

che l’acqua non c’è più.

Gesù, come si fa

se l’acqua non si dà?

Ho una sete da morire

gli occhi da lavare

una doccia vorrei fare

la minestra da preparare

l’acqua da far bollire.

Invece l’acqua non scorre più.

Il fiume è prosciugato

il lago è seccato

il ghiaccio è secco come un legno bruciato

i mari sono neri

come i cattivi pensieri.

Cosa capiterà? Pazienza, il vino c’è!

Vino barbaresco o trebbiano in eccedenza

così potremo ridendo fare a meno

dell’acqua latitante

e cuoceremo la pasta napoletana

dentro al vino frizzante, in un baleno.

 

 

I mesi

 

Mese di luglio è un mese fetente

nevica sempre nevica e copre di neve la gente

gennaio invece sì che è bello un mese forte

un mese benedetto

ti strappa via dal letto

c’è sempre il sole

un’aria calda

un mare che sembra schiuma di sapone

e profuma di viole.

 

 

Tu

 

Ma non essere un soffio del vento

una campana che suona svogliata smorzata

una litania del parroco senza denti

un carro funebre come nel film di Bergman

una gallina con la risipola

una vitellina con l’afta epizootica

una vespa schiacciata dal piede del cavallo

una vecchina con la gobba

una donna che starnuta

una principessa che inciampa nella lunga sottana e quasi cade a terra

invece devi essere l’uomo la donna il bambino

in un mondo senza guerra

il cuore di un pulcino.

 

 

Acqua [1]

 

Acqua bianco cuore di perla

col tuo grande valore

dato che sei giovane cantando

lascia la solitudine della montagna

pérditi ma non dimenticarmi

nel mare delle città

che hanno mille mani e mille cuori.

Férmati e bacia la fronte di un bambino.

Tu hai la sorte

di portare l’aquilone del mattino

al mondo dei pesci e dei tuoni

al mondo dei sogni.

Acqua benedetta e sovrana della terra e del mare

non avere paura degli uomini:

Acqua, non devi mai tremare.

 

 

Acqua [2]

 

Acqua di tenero passo e tenera voce

acqua veloce e chiara

saetta di colore sopra la vita amara

ascolto il tuo pianto e il tuo sorriso

mentre porti bianche schiume verso il paradiso.

 

 

Acqua, ancora

 

Pròvati a toccare l’acqua con la mano

a toccare nuvole con la mano

bianca mano

nuvola nera

mano leggera in una bella sera

uccellino in un cielo di forte colore

quanti autunni devono invecchiare

prima che tu ritrovi la voglia di volare

sulla pelle del leopardo

in un’onda di venti africani.

Anch’io umile so che non posso ancora morire

prima di ritirare la mia mano

adesso prigioniera del tempo dell’acqua

e di altre nobili fatiche.

 

 

Il topo topino

 

Il topo lo celebro come il

vincitore della battaglia di Lissa

fra spari e cannoni. Topo topino bianco…

che non è mai stanco di combattere

e di osare. Sempre in rissa

per la conquista del mangiare.

 

 

Pesci

 

I pesci parlano. Dicono

basta col mare

la salsedine è cupa ormai

per noi costretti a navigare,

senza vacanza opportuna

senza neanche un’ora di riposo

sempre correre ci sia il sole o la luna.

Il pesce grande mangia il piccolino

anzi lo divora

e la balena bianca è scomparsa dall’oceano

restano solo i pesci verdi minori

veri mariuoli, borseggiatori senza grinta o pietà.

Il mare aperto adesso fa

davvero pena.

 

 

Il bicchiere

 

Il bambino piccolino

non può bere il bicchiere di vino

non lo può neanche toccare

se lo tocca lo fa rovesciare.

Il bambino piccolino

può solo correre in giardino

e giocare coi fiori

o correre beato

sul prato

insieme ad altri bambini

piccolini.

Martedì, 01 Settembre 2015 13:04

Pasolini, Roversi: due poeti nella storia

Martedì 15 settembre 2015, ore 20.30
Bologna, Festa provinciale dell'Unità, Parco Nord, spazio libreria

PASOLINI, ROVERSI: DUE POETI NELLA STORIA
dialogo con Gian Mario Anselmi, Marco A. Bazzocchi, Roberto Chiesi, Davide Ferrari, Matteo Marchesini
con un intervento di Antonio Bagnoli sul carteggio inedito Pasolini-Roversi
conduce Federico Diamanti

Venerdì, 31 Luglio 2015 16:54

Un giorno a Bologna

Dice:«Nonostante tutto mi piace abbaiare sotto la luna; specie adesso che è al primo quarto ed è veramente una luna leopardiana, trasparente come un fiato.

Bene, ce ne sono capitate di cose, in queste settimane. Dentro alla città, fuori della città ma tali da coinvolgere in ogni modo la città. A segno ripetuto che il mondo intero è diventato ormai un solo paese e che niente sorprende più».

Simone:«Piccola filosofia da settimana enigmistica. Però è anche vero che dentro a un mondo così compresso basta niente per perdere il bandolo della matassa. Prendete Umberto Eco, che col suo romanzo ha perso, per il momento, il primo posto nella classifica delle vendite, soltanto perché il suo fior di editorone non gli ha ristampato per tempo il volume. Questi dirigenti di ferro, tutti statistiche e computer. Capita spesso che uno zolfanello gli brucia le dita».

Marco:«i politici sono spesso sciatti o sbadati, o anche fragili, come quei tali editori. Vagoni di treni, trainati».

Simone:«Per esempio, i loro discorsi, le parole, il loro modo di partecipare alla fine di Guttuso. Una morte in tutto e per tutto tristissima, settecentesca; con gli dei incupiti che riverberano grandi ombre itineranti sul capezzale del morente. Una morte da controriforma, tormentata da terribili dolori e terribili scrupoli. Una morte sottratta a se stessa».

Marco: «È vero, sul serio, che ciascuno deve vivere la propria morte; deve viverla come una scelta; come un dolore grande dentro al più grande dolore. Però non può sottrarla agli altri; non può nasconderla. Non può nascondersi».

Simone: «Tanto più quando per tutta la vita si è lavorato in pubblico, partecipando i propri risultati agli altri e non sottraendo neanche un attimo alla propria esibizione – che proponeva uno specchio del mondo ben chiaro. Con quelle immagini… Parrebbe a me, in questo caso, che si dovrebbero avere alcuni doveri non tanto di coerenza ma di chiarezza, di grande chiarezza. Mentre in questo caso lo spettacolo si è afflosciato dentro a quattro muri di un vecchio umido palazzo. E tutta l’epopea della vita, conclamata con le opere nel corso di anni e anni?».

Io: «Forse una conferma di quella che un tempo si chiamava la miseria dell’uomo – alla quale nessuno si sottrae? Vale a dire che ogni grandezza ha i piedi di creta e ogni personaggio frana al momento della resa dei conti. Perciò occorre giudicarli sempre, dentro al supposto fulgore, con ironia e con parecchio sospetto. Per non aspettarsi qualche esempio che serva, mentre non possono dare niente».

Marco: «Tu però ricordavi il breve testamento scritto, di Benedetto Croce…».

Io: «Un filosofo, per fortuna, e uno scrittore fra i maggiori. Lo ricordavo a sollievo dell’amarezza irritata. Una pagina straordinaria, stesa poco prima della morte, in cui diceva di aspettarla in piedi, perché in un ozio vile lei non l’avrebbe sorpreso. È questo alto coraggio che aiuta a vivere, molto più dei quadri/quadroni pieni di contraddizioni».

Simone: «E allora?».

Io: «Nulla. Morire non è facile, anzi è terribile. Ma neanche vivere è facile. Per la morte io credo solo, affidandomi ai sapienti, che bisogna prepararsi già durante la vita per non lasciarsi sorprendere dentro a uno spettacolo pietoso. Se uno vive da protagonista, sulla scena del mondo, suscitando e accettando gli applausi e le relative conseguenze, non può morire in solitudine se prima non si accomiata dal mondo. Non può lasciare a mediocri eredi l’incarico alto, l’esempio alto del commiato… Questa morte, invece, mi è stata sottratta dal protagonista stesso; che ha vissuto dimenticandola, o non conoscendola (per sé, intendo); e giunto al muro l’ha graffiato da solo, con le dita. Non era invece uno che già su questa terra voleva edificare il regno dei cieli?» (Cito da Heine, Fiaba invernale: «Wir wollen heir auf Erden schon/Das Himmelreich errichten».

 

 

Bologna: rivista mensile del Comune, n. 1-2, aprile-maggio 1987.

 

(Questo contributo è stato pubblicato con la collaborazione di Eugenio Chemello e Giovanni Gheriglio)

 

C’è il diavolo?

 

Ma si può essere così matti?… Se c’è il diavolo? questo m’ha chiesto mia moglie stamattina, che c’era appena il sole… Mo dimmi sù, sai se il diavolo c’è davvero? mi ha chiesto. Eravamo ancora a letto datosi che l’ora era antelucana e l’alba sembrava lontana e io ci avrei fatto sopra ancora una bella dormitina… perché non sono poi tanto giovane adesso e dormire un poco mi piacerebbe dopo che ho fatto la guerra e la guerra non faceva dormire. Così mia moglie mi chiede del diavolo e io non capivo la sua domanda. Ripetere, le ho detto, io mica capisco a quest’ora del giorno. A quest’ora della notte, ha risposto lei. E io: Signora, se è notte ebbene notte sia e allora parliamo di questo diavolo mentre è ancora notte. Wiligelmo, ha detto mia moglie, mi sono sognata il diavolo adesso e ti chiedo se è un sogno vero o fasullo, se devo ridere o piangere. Ma va là, ho risposto, dormi mia bella dormi e lascia che il diavolo vada in campagna… Non è una cosa vera, non è una cosa seria questo diavolo che entra nel sogno delle spose nottetempo… Che sia un diavolo guardone? Fai sempre lo scemo, ha detto mia moglie… la mia signora si chiama Gisa ma il suo nome vero sarebbe Adalgisa, però datosi che è troppo lungo così in casa la mia signora la chiamiamo Gisa ma fuori la chiamano signora Adalgisa, perché fuori casa il nome deve essere detto tutto intero per rispetto… così la mia signora mi dice che faccio lo scemo, che quando lei parla io mi diverto a sfotterla, che era meglio se sposava Matteo che adesso ha fatto fortuna e che alla domenica la portava a mangiare gli agnolotti nell’osteria lungo il Savena che non c’è più ma lui era un signore e tu cioè io sei uno che ti dimentichi sempre anche l’anniversario del nostro matrimonio e la prima notte di nozze hai pisciato nel vaso senza neanche un po’ di sentimento… La mia signora comincia a piangere e dice fra i singulti cosa si vive se si vive senza cuore, il cuore è tutto e tu più che mangiare bere e fare quella cosa non pensi ad altro e io sono molto infelice ed è perciò che sogno i diavoli… Questa notte sono stata con un diavolo e tu mi devi dire una volta per tutte… devi darmi almeno una volta una risposta interessante e con un po’ di intelligenza… devi dirmi insomma se il diavolo c’è o non c’è, se bisogna crederci almeno un poco a questo diavolo… Al diavolo non ci credo no, io non ci credo… nessuno ci crede al diavolo… Ma mia moglie mi dice che il papa polacco al diavolo ci crede… Al diavolo con la coda, le chiedo?… Certo, al diavolo con la coda… Se lo dice il papa… la cosa mi preoccupa… un papa non può scherzare col diavolo… Lui sa le cose del cielo e della terra e un diavolo è una cosa della terra profonda e non si spreca in dettagli… un diavolo se c’è fa cose grosse…

Così rispondo a mia moglie: Gisa, guarda l’alba verde come copre il cielo… sembra fieno di paglia… ma bada che se il diavolo c’è deve fare cose grosse… Faceva cose grosse questo tuo diavolo nel sogno?… Mia moglie con la testa fa sì e comincia di nuovo a frignare… La coperta andava su e giù sollevata dal petto che ha due tette mica male devo dirlo, perché per dire le cose come sono mia moglie ha due mondi che sembrano la testa di due neonati… Così friggeva e piangeva, la mia signora… Cosa faceva, le chiedo? e intanto accendo una sigaretta perché mi sentivo di fumare e l’ebbrezza del sonno era tutta scomparsa… Doveva pur fare qualcosa sto’ diavolo, se ti viene da piangere, le dico… Lei risponde; faceva cose che mi vergogno a dichiarare e che faceva il sonno tutto vergognoso… Di che vergogna parli, Gisa bella? le chiedo io… Parlo di questa unica vergogna del diavolo che non faceva cose belle in sto’ mio sogno… Ti vergogni per questo? le chiedo. Per le cose del diavolo? chiede lei. Sì, rispondo. E lei: non mi vergogno per le cose del diavolo, ma per il senso di vergogna che queste cose facevano… Non capisco, dico… Fa’ conto, risponde lei e si alza a sedere sul letto, di vedere non un albero grande ma l’ombra grande dell’albero. L’albero rinfresca e la sua ombra grande ti porta lontano e ti mette paura… Quando la mia signora parla difficile è segno che bisogna stare attenti a che aria tira… È capace che ti frega e ti fa passare per scemo… A me, poi, gode a incastrarmi… perché così fa il confronto con Amadeo… no, con Matteo, che è quello che la portava a mangiare i tortelli sul fiume nel momento della gioventù… Così le rispondo duro duro: Non rompere col tuo diavolo. È già mattina e il diavolo se ne è ito. Ne parleremo se vuoi la prossima notte… La prossima notte, se il diavolo si ripresenta, dice lei, io mi faccio la pipì nel letto per la paura… Ma se il diavolo non c’è, di che cosa avrai mai paura… Sai nel letto, ci sono io vicino… Oh, in quanto a te, dice lei, è come se il diavolo fosse solo a tormentarmi, perché te la russi che sembri un bue quando fa molto caldo… Ma il fatto è, insisto io, che il diavolo non c’è e se non c’è il diavolo neanche c’è ragione per la sua paura… Ma chi ti ha detto che il diavolo non c’è, replica lei… O almeno che non c’è questo diavolo mio che mi entra nel sonno con tutte le corna e col suo ghigno?… Lo dicono i dotti, lo dicono i sapienti, azzardo io: lo dice anche il giornale che il diavolo è stato per sempre sconfitto e se ne è andato lontano dagli uomini dentro all’ombelico della terra… Ma là in fondo cosa ci sta a fare? chiede mia moglie. Là in fondo, tutto solo, fischia e mette i marroni arrosto… Non ci credo, dice lei, tu mi pigli in giro e adesso sono sicura che il diavolo c’è proprio, che salta fuori alla notte e si butta dentro al mio sogno… Io alla notte non voglio più sognare, anzi non voglio più dormire perché se no ci entra il diavolo e dentro al sogno fa cose vergognose… Ma quali cose vergognose? chiedo io… Le cose vergognose non si dicono e neanche si vedono, sicché quando il diavolo nel sonno me le fa io chiudo gli occhi, lei risponde.

Chiedo a voi cosa devo fare… Ma voglio un consiglio svelto e preciso prima di notte… perché ho già impressione all’idea di andare a letto stasera con una matta che si sogna il diavolo e vede il diavolo e ha paura del diavolo… Ma almeno, sul serio: il diavolo c’è davvero o non c’è? bisogna essere sicuri? tranquilli? Parlate, ditemi qualcosa, accidenti a lui… accidenti a voi… È un bel mistero.

 

Il futuro

 

Vi voglio parlare del futuro non come di un uovo sodo ma come di un uovo di pasqua… Capisco che la frase sembra involuta e ve la chiarisco subito… Perché è scritto anche in un libro. Chi ha le idee chiare chiarisce le frasi scure in quattro e quattr’otto… E poi anche in casa moglie e figli, e anche gli amici, dicono che dico cose profonde e oscure che nessuno capisce mentre potrei anzi dovrei dire cose meno profonde ma chiare che tutti possano capire… Ma le cose profonde, dico io, sono profonde appunto perché pochi possano intendere datosi che se tutti potessero intendere allora vorrebbe dire che le cose oscure sono così poco profonde da non essere più oscure e tutti potrebbero alzare le spalle dicendo: ma cosa ci fa perdere tempo questo con cose tanto chiare che non riescono nemmeno a essere oscure, figuriamoci poi profonde!

…Ma ripiglio il mio discorso dal principio, all’esempio dell’uovo sodo e dell’uovo di pasqua riferito al futuro… cioè al nostro futuro… e parto con questa premessa che poi non è una premessa ma è una domanda… si intende una domanda così detta retorica, che io faccio a me stesso per le ragioni di svolgere il discorso e tale domanda è la seguente: ma il futuro cos’è?… Anzi, meglio: cos’è il futuro? e la domanda è disposta per parlare del futuro in generale prima di scendere nel particolare di questo futuro… Prima di tutto occorre precisare bene che il futuro è il futuro e che non c’è nessun futuro che non sia futuro… Così che la prima considerazione da accantonare come un dato reale è che non c’è nessun futuro che sia passato… oppure, se si dà un futuro che sia passato questo è un passato e non più un futuro… Così resta la certezza che il futuro è tutto un futuro intero e che niente può entrarci dentro a sfrugugliarlo… Allora la domanda conseguente è questa: se il futuro è il futuro e non il passato, questo futuro com’è? questo futuro cos’è?… Vi apparirà chiaro a tutti voi che ascoltate che la domanda, come diciamo, è piena di arzigogoli e fregature… Bisogna risponderci dentro molto precisi e colpirla al cuore, se no si fa la figura dell’asino… Allora rispondo che il futuro è la cosa che non si è ancora risolta… cioè, per un esempio, il futuro è l’uovo di gallina fresco che deve diventare sodo ma ancora sodo non è.

Qualcuno potrebbe replicare anzi chiedermi oppure domandarmi ma che cosa è questa menata dell’uovo di pasqua che lei ha messo come enunciazione del suo dire iniziale?… cosa c’entra, mi scusi, l’uovo sodo e l’uovo di cioccolata col futuro? siamo a teatro?… e poi il futuro è una cosa seria, si preannuncia assai tremendo e noi non possiamo star qui in piazza a scherzarci addosso… Non siamo bambini ma uomini posati e col futuro abbiamo uno scontro diretto… Mi scusi, qualcuno potrebbe ancora continuare, ma lei è una persona molto poco seria e anche se siamo dentro a un divertimento di monologo ci sono cose da non toccare e allora la saluto e me ne vado… La lascio lì col suo futuro sodo o dolce… Ma guarda un po’ che gente…

E va beh! replico, pazienza. Avete ragione tutti… Vi amo tutti. Vi benedico. Vi bacio in bocca come fanno i russi. O sull’orecchio, come fanno i francesi che sono più peccaminosi. O sul naso, come gli esquimesi che hanno soltanto freddo. Ma lasciatemi un po’ continuare… È mai possibile che in questo paese non si riesca a concludere un discorso perché ti interrompono con mille pernacchi?… Lasciatemi finire, sacchi di merda, e poi decidete in merito, se vi sembra che non dica cose intelligenti o cose nuove.

Beh! perché lei grida?… Venga pure avanti, parli, parli, non è impedito da nessuno… Cosa? parli più adagio. Ma che dialetto parla, lei? È romagnolo? non la capisco… Ah, è bolognese, viene da lontano. Bene, parli adagio, misuri le parole, vediamo se riusciamo a capirci. Sono semplicemente un coglione?… A Bologna il futuro è già tutto pinto e dipinto e noi stiamo perdendo tempo dietro a falsi programmi?… Ma cosa vuol sapere, si tolga dai piedi, vada a vangare… I bolognesi! Da dove vengono? Son gente di città o di pianura, mangiano carne o pesce? Boh! Il futuro?… Quasi gli mollo un cazzotto a sto’ bolognese… Cerca rogne? A chi vuole insegnare? E poi in un giorno di festa, dove tutti se ne stanno tranquilli dentro a grandi discorsi sulla vita e sul futuro… Perché queste cose sono serie e noi non regaliamo vento… Se qua si fa qualcosa questo qualcosa è subito preciso concreto difficile. Dunque lei non rompa e mi lasci continuare… Il futuro, dicevo, il futuro. Che cosa è il futuro? Non ricordo se ero io che lo dovevo spiegare a voi o se io vi proponevo una domanda a cui voi dovete rispondere… Ecco, io risponderei che il futuro e l’ombra dell’albero grande… no, l’ho già detto… che il futuro, ah, sì, questo era la cima del mio discorso… che il futuro non è dolce e fragile come un uovo di pasqua ma è necessario e duro, anzi meglio, è compatto come un uovo sodo, vale a dire come un uovo cotto lungamente sulla fiamma. Vale a dire che il futuro è qualcosa che si deve lentamente preparare ma che si deve anche attendere con attenzione e parsimonia nell’ordine dei minuti che scorrono via.

Così a questo punto io non so più cosa dire in proposito di questo futuro se non che dato e concluso che è un uovo sodo, detto futuro non va poi mangiato col sale e bevuto col vino. Ma va conservato con grande cura e con premura osservato… Può anche darsi che dentro a questo futuro ci stiamo anche noi… oppure che il futuro lo guardiamo di lontano… mentre gli altri lo navigano come pesci rossi… E forse sarebbe la cosa migliore di guardare svolgersi il futuro sotto i nostri occhi come una corsa all’autodromo o alla televisione… goderla senza parteciparvi, senza correre i rischi… guardare il futuro che arriva e noi seduti in poltrona, i piedi su una sedia, la boccia fresca del vino accanto, e anche il bicchiere, poi guardare guardare guardare la fatica degli altri dentro alla nostra noia annoiata. O alla nostra noia tranquilla come quella delle mosche… Decidete un po’ voi cosa è il meglio… io ormai mi sono impelagato, non ci capisco più niente… Sì, forse ha ragione quel signore che grida: è senz’altro meglio il passato… Ma non è vero, non ci credo non ci credo non ci credo, che tutto il passato sia meglio di tutto il futuro. Quel buco nero che ancora deve riempirsi mi dà un brivido che è una meraviglia. Un brivido che è voglia, non è paura… Un brivido caldo… caldo… Buonasera.

 

Sulla pensione di invalidità e vecchiaia (INPS) ai poeti

 

Io non sono certo uno che vuol togliere il pane dalla bocca alla gente. Tantomeno a questi poeti, che neanche li conosco. Perché non sono cattivo. Soltanto cerco di stare al sodo, ecco tutto; e di badare alle cose mie, se è possibile. Ma questa mattina ho letto sul giornale che la Camera dei Deputati ieri ha votato una legge che concede ai poeti, uno per uno, e purché abbiano la qualifica di poeti, una pensione di invalidità e vecchiaia di tre milioni al mese, esentasse. Avete capito bene: tre milioni e niente tasse. Ogni ventisette del mese. E due stipendi a natale.

Beh! dico, a parte che in questo momento… eh, lo sappiamo, ma poi, sì, è vero, in ogni momento… una pensione di questo peso mi sembra eccessiva… insomma, mi sembra fuori luogo… una cosa che ti fa incazzare, che poi ci vengono a dire che bisogna limare di qua e di là e che la classe lavoratrice deve stringere i calzoni e non stare a regnare tanto e poi loro… Ma lasciamo perdere… Perché, badate, dire con la voce tre milioni è dire niente… tre milioni… è niente. Con la voce. Ma se pensate a quanti poeti ci sono in Italia, a quante persone ha la categoria dei poeti, allora si suda freddo e comincia a girare la lesta… Son più di due milioni questi poeti… Anzi, per dire meglio, insomma più esatto, sono due milioni e diciassette, come scrive il giornale… Provate a moltiplicare due milioni e diciassette per tre milioni e sentirete il botto che ogni mese vien fuori… Avete fatto il conto?… Cosa? Eh, è proprio la somma giusta… Ma poi, tanto per dire, e dato che la pensione è da re, facciamo una domanda: come sono reclutati e schedati e rubricali questi poeti? Chi è che stabilisce tu sei poeta, anche tu sei poeta, tu no, sei un bischero passa via e va a lavorare? Chi è che lo dice?… Ho chiesto in giro, mi sono documentato sul problema… mi hanno dato anche uno stampato… Ma non son venuto qua per dar aria alla bocca. Ho le cifre. Aspettate, cavo il foglietto dalla tasca… Dove l’ho messo? Qua no… qua no… sta’ a vedere che mi è scappato fuori quando ho preso il fazzoletto per… Sta’ buono, è qua, per fortuna… Ecco. Sono i professori dell’università quelli che decidono e questo almeno mi sembra giusto. Se non le sanno loro, queste cose!… Professori dell’università di Torino, Padova, Ferrara, Camerino e Messina… Invece non mi sembra giusto… non mi sembra molto giusto il modo di dare il giudizio… perché loro decidono solo sulle cose stampate. Fogli scritti a mano o robaccia ciclostilata, niente… E invece chi queste poesie non le vuole stampare? Chi le dice solo a voce? o le canta con la chitarra o le zufola? Questi, come stanno le cose adesso, restano fuori dalle scatole, i tre milioni li cuccano gli altri… Perché gli altri, basta che non siano cani soltanto capaci di abbaiare, qualche giudizio di questo e di quello se lo pigliano e allora entrano a testa bassa nella lista… E quando uno ha il tesserino e il benestare per il bonifico mensile, può cavarsi le scarpe, mettersi in pantofole davanti alla tivù e aspettare l’inverno… Tre milioni! La vecchiaia è assicurata… può tirare un sospiro di sollievo… accarezzare i nipotini… Però, a pensarci bene, tre milioni sono troppi… Una esagerazione… Forse che Andreotti è un poeta?… Un poeta, oltre che pittore, e Fanfani?… Un milione al mese bastava… Con un milione al mese si vive… e si potevano accontentare tante più persone… magari dando un milione al mese anche ai giovinastri che ciclostilano… Ma non c’è più niente da fare, la legge è passata, hanno già rilasciato 77442 tessere definitive… Il primo a ricever tessera, attestato e contante è stato il signor… pardon, l’artista Adelmo Buonafonte Silvestris, che abita a Scardonecchia in provincia di Avellino… Non lo conosco ma lo ripeto, io non sono intendente dei giornali di poesia… sarà magari bravo ma non lo conosco… Lui intanto è già passato alla cassa… Cosa farete d’ora in avanti? gli hanno chiesto. Vivrò di rendita, ha risposto e intanto mostrava la copertina del suo libro intitolato “Come può pensare uno che basti chiamare”… Non mi pare giusto… A voi pare giusto?… Due milioni e diciassette poeti… è la città di Milano compreso Sesto San Giovanni e la Bovisa… O è la città di Roma, se togli via il Vaticano ma con Fiumicino nel conto… Come se Roma e Milano scrivessero scrivessero scrivessero… cantassero dalla mattina alla sera… Un mare di parole dietro i muri pronte a scattar fuori appena una finestra si apre. Come l’acqua del fiume. Un’alluvione. Un terremoto. Un maremoto. Una slavina. La fine del mondo. Parole e carta, carta e parole… via le case, gli alberi, le pietre, perché su tutto cadono le parole… Come se la città intera fosse sepolta dalle foglie. Un cumulo… Parole e carta… (si allontana)… parole che salgono, parole che scendono… la carta come la schiuma delle lavapiatti quando si rovescia nel mare… e intanto questi signori ricevono tre milioni al mese… Ma torno a chiedermi, chi sono i poeti? Come sono fatti?… Sono belli?… E gli uomini, non hanno bisogno di chiedere?… Mica li conosco, i poeti… No, sì, una volta ne ho visto uno che veniva dai viali… Camminava come un pollo… Ha attraversato col verde… Tre milioni al mese… Per parlare con le rime… Amore, cuore, figlio, sbadiglio… Bah!

 

Temporali. Trimestrale di narrazioni, n. 2, dicembre 1989.

           

(Questo contributo è stato pubblicato con la collaborazione di Eugenio Chemello e Giovanni Gheriglio)

 

Venerdì, 31 Luglio 2015 16:22

L’inquietudine dell’incertezza

Devo scrivere, per questa occasione; sento che devo scrivere; ho certamente voglia di scrivere eppure patisco un impaccio non precisato, perciò indefinibile, che mi costringe di volta in volta a rimandare. Scriverò più tardi, nel pomeriggio, concludo; stasera, domani. D’altra parte non mi capita nemmeno per un attimo di pensare o di decidere di non scrivere. Le “cose” da discutere, da chiarirci, sono tante infatti; i problemi che ciascuno di noi deve affrontare ogni giorno, ogni ora, direi ogni minuto sono così vigorosi strazianti impellenti e sminuzzati, che sarebbe davvero impensabile, da parte di chi vive nel mondo d’oggi, non sentire oltre che l’impegno privato, proprio la voglia di partecipare almeno con la scrittura a ogni tipo di discussione – con tutta la modestia del caso. Eppure questo spazio aperto e direi drammatico fra la voglia di fare (meglio, di dire) e l’atto diretto dello scrivere e del concludere è ben disegnato; capita di sentirne il fiato sul collo in più di una occasione; quasi che fosse in corso una sorte di feroce rarefazione nella sostanza dei problemi – proprio mentre i problemi nella loro generalità e globalità sembrano tutti pesanti come massi. E siccome questa situazione si è variamente e faticosamente ripetuta anche in altre occasioni, da parte mia cerco in qualche modo di spiegarmene la ragione, per superare utilmente questo impaccio, se possibile; e per non disperdermi troppo; anzi, per tentare – se mi riesce – di trovare almeno un bandolo di questa maratona argomentativa, partendo intanto, oggi, da questo mio impegno per la rivistina. Così mi accorgo che progressivamente, e certo non all’improvviso, è andato annebbiandosi fin quasi a scomparire un concreto riferimento all’idea di città. Nella sua corporeità vitale, nella sua sostanza reale, nei suoi minuti impegni e cavilli, nei suoi obblighi precisi e decisi, nei suoi diritti chiaramente dichiarati e imposti rigorosamente. Ma a questo proposito è forse opportuno chiedersi se possiamo trovare in Italia una città che si possa proporre, anche se parzialmente, esemplare al fine di suggerirci stimoli argomentativi e un poco tranquillizzanti. Torino, Genova, Milano, Roma, Napoli, Palermo? Bologna? In questo momento, a mio parere, sussiste soltanto un vorticoso cono d’ombra sotto il quale tutto sembra appiattirsi e involgarirsi. Siamo d’accordo tutti, o quasi tutti, che al tempo presente sembra essere diventato un impegno di enorme difficoltà e complicazione anche l’atto stesso, lo stesso impegno di amministrare il bene pubblico; ma è soprattutto vero che è saltata in aria, se esaminata e controllata specularmente, ogni possibile e omogenea chiave di lettura e ogni probabile previsione del futuro prossimo delle città. Sempre più trasformato in un generico e trasandato contenitore di monumenti inviperiti, di proliferanti sedi finanziarie, di gelidi palazzi per la burocrazia imperante, di case e casone ristrutturate e sconvolte al servizio di miliardari di ogni risma e cultura; infine, di una periferia enorme, sempre più distesa, non più controllata né controllabile, in cui si depositano milioni di anime morte o perdute, presenti solo per gli infidi registri statistici sempre inviluppati in approssimazioni.

Prendiamo questa nostra a Bologna, nel mazzo delle città che ho prima elencato; precisando, solo per scrupolo, che come cittadino che la vive da sempre, ho ritenuto con tranquillo impegno di stendere alcune minute e varie considerazioni in parecchi fogli già negli anni passati; suscitando per lo più solo rimbeccamenti indiretti e infastiditi e magari l’esclusione dal saluto – anche nei mesi passati. Ma è necessario insistere senza arroganza però con convinzione, parendomi che una città sia una parte della propria vita o, meglio, del proprio cuore; non pietra soltanto. Se essa si perde, si perde anche la nostra vita – almeno quello spazio lungo o breve ma fulminante che a ciascuno resta. Napoli, per esempio, in questi giorni ad agosto, è orrendamente abbandonata a sé stessa, ed è un esempio micidiale di cultura amministrativa – nonostante lo straordinario popolo napoletano soggetto e squinternato. Bologna sembra vivere un poco più in alto, anche se in questo momento fra i mille problemi, il determinante sembra essere quello delle piste ciclabili. In una città, tanto per precisare, e non è la sola, con un inquinamento atmosferico sempre al limite del disastro, proporsi questo impegno primario sembra avventato; e semmai susseguente alla risoluzione del più importante e tragico problema del traffico – che si prolunga con modesti i rappezzi giornalieri; e sembra irrisolvibile, al momento. Il nodo, dunque, è che stiamo parlando del divario sempre più accentuato fra un problema amplissimo e di enorme difficoltà e un problema idillico e modesto (un problema quasi campestre, fra uccellini e margherite sopravvissute) – a cui si dà appunto per questo il privilegio della precedenza. Per i grandi problemi, invece, accade ormai come per gli eterni lavori di rappezzo nelle autostrade; interventi sommari per coprire buchi e difetti sul momento e domani si vedrà. La metodologia del tampone, senza alcuno sforzo per riuscire a ridefinire in modo diretto il futuro che ci aspetta – il quale è grigio assai, a dir poco.

Su questa linea di agganci problematici per approssimazione, basterebbe anche riferirsi a un secondo esempio, che contiene una intervista del 17 giugno con l’assessore Bottino. Cito: “Quel qualcosa in più da fare a Bologna è la volontà di realizzare con l’Arena del Sole un palcoscenico mirabile di livello internazionale”. Mentre i lavori procedono sobbalzando come un vecchio camion con le balestre in disuso, è almeno la decima volta che si ascoltano elargiti con gioiosa e generica convinzione questi megapensieri.

Una città che è letteralmente senza teatri (e non dico senza teatro); in cui i buoni e saggi e attivi e stimolanti sono acquartierati come truppe disperse dentro e sotto strutture di latta o relegati quasi nella campagna come fori boari; che ha per teatro “principe” il Duse; che ha lasciato smantellare indifferente il glorioso Contavalli, dissipando le sue glorie dialettali; che da dieci anni spende e spande interminabili blabla intorno all’Arena (come intorno alla Manifattura) non dovrebbe darsi finalmente una mossa risentita seria e realistica, espungendo le alate fantasie e ricuperando con onesta convinzione la concretezza, per concludere subito i lavori di questo tormentato teatro e renderlo un luogo immediatamente fruibile di divertimento teatrale e di riconoscimento teatrale; di spettacolo teatrale – come già stabilito fin dalle sue origini; aprendolo oltre che alle compagnie di giro, anche alle avanguardie locali, al teatro dialettale bolognese (e non solo) che è un pozzo ancora tutto da esplorare. Perché non sono i politici a dover “fare” teatro, ma la gente di teatro, i seri organizzatori; quelli che sanno molto bene le cose e non si lasciano incantare.

L’assessore conclude: “Io in genere amo il teatro che c’è. Mi innamoro però sempre di più dei progetti. Quindi mi piacerà vedere l’Arena del Sole come palcoscenico. E come produzione non c’è che l’imbarazzo della scelta”. Per me è come dire, adesso tiriamo su la fabbrica e copriamo il tetto; seguirà una bella bandiga ufficiale secondo la norma. Penseremo dopo, tanto non c’è fretta, se produrre automobili, bicchieri, carta vetrata o salsicce; oppure pappardelle della nonna.

In effetti il teatro non è un progetto ma una costante e drammatica realtà (necessità) della vita mai consumata. Della vita privata e della vita sociale – che non si accontentano (o non dovrebbero) di parole. Con tutto quello che c’è in giro nel mondo proprio in questo momento.

 

 

Nunatak, settembre 1993.

 

(Questo contributo è stato pubblicato con la collaborazione di Eugenio Chemello e Giovanni Gheriglio)