Giovedì, 18 Maggio 2017 13:55

Alla palma verde di Roversi

Sabato 27 maggio 2017, ore 18.30

Parco Villa Ghigi, via San Mamolo 105

Alla palma verde di Roversi

Amici e ammiratori leggono le loro pagine preferite di Roberto Roversi

 

 

 

 

Venerdì, 12 Maggio 2017 09:00

Da Roversi a Lucio Dalla

 

Giovedì 25 maggio 2017, ore 21.00

Teatro Tor Bella Monaca, Roma

 con Antonio Bagnoli, letture

e Roberta Giallo, canzoni

 

La collaborazione tra un affermato poeta e un giovane musicista, in pieni anni Settanta, ha scritto una importante pagina di storia della canzone italiana. 

In questo spettacolo racconteremo di tre dischi ormai mitici, che contengono alcuni capolavori indimenticabili, ascoltando alcune esecuzioni LIVE di Roberta Giallo. Ma ascolteremo anche le parole – piene di potenza – di uno dei poeti civili più importanti del Novecento.

 

«John è un libro non è un articolo» È tanto vera questa frase detta a Bob Woodward da un amico di Belushi dopo la morte dell’attore, che il materiale biografico, non aneddotico ma di seria documentazione ora disponibile in ogni caso, per non contraddire quell’assunto e non contraddirsi in questa occasione, costringerebbe a pensare ancora una volta a un libro, magari diverso da quello messoci a disposizione dal giornalista del Washington Post e di recente tradotto anche in Italia. Un libro più riflessivo e rallentato, meno cronachistico – sia pure nel modo spesso affascinante della tradizione anglosassone.

Tuttavia, sempre per rifarsi fin dal principio a reali cose fatte e a frasi realmente dette, c’è una affermazione di Belushi – nel suo momento migliore, quello dell’ascesa ma non ancora quello della celebrità esasperata, faticosa, drammatica – che rinnova il credito per un intervento ridotto (meglio: contenuto) su di lui: «Essere, oh, essere è un fracco meglio che non essere».

L’affermazione, non certo letterariamente aulica, è molto sfaccettata, come si può intendere; e potrebbe essere utilizzata in varie maniere per altri momenti o situazioni della biografia di Belushi. Qua mi serve per appoggiare con un riferimento molto diretto l’intenzione di scrivere su questo attore comico americano entrato presto nell’orbita della grande popolarità e consumato in pochi anni dalla droga, o dal successo, dall’impegno di arrivare al successo e mantenerlo.

Si potrebbe anche dire subito: consumato alternativamente dal successo e dalla droga. Ma le cose, nella realtà, sono un po’ più sottili, motivate e vitali di un disastro soltanto esistenziale.

In ogni caso, un vero personaggio americano. Un vero personaggio del nostro tempo. Si potrebbe aggiungere: un eroe del nostro tempo? Lo dedurrò alla fine, come conclusione di questo scritto e in riferimento di una vita “pubblica”, di una esistenza in pubblico rapidamente consumata.

Tuttavia, per non essere coinvolto o travolto dalla incalzante successione degli avvenimenti, prima delle considerazioni generali e delle somme particolari o comparative, per Belushi, per parlare di John Belushi comincerei dalla fine; appoggiandomi per le annotazioni biografiche alla cronaca documentata. E più precisamente dal momento, che risalta nel drammatico resoconto di Woodward, in cui gli amici – essi pure coinvolti o travolti nella droga, frastornati, ammalati, infuriati, incasinati  – riescono a dirsi con convinzione comune, in un momento quasi miracoloso di lucidità, che «se John va avanti così finirà per ammazzarsi»; e che, forse, avrebbero dovuto avvertire la polizia.

Dunque tutti, in quel rush conclusivo, erano allarmati; eppure tutti, in quel tempo dai margini strettissimi e di particolare emergenza, di estrema preoccupazione, si ripetevano – quasi a riconciliarsi nell’affanno – ancora una volta come massima di vita, adatta dopotutto a tranquillizzare, ad acquietare la coscienza, che bisognava imparare a vivere nell’incertezza.

Non solo nell’incertezza intorno ai casi e alle faccende pratiche della vita e del mestiere, ma anche intorno alle vicende delle persone – alle vicende più intime delle persone – amiche o care; o care ed amiche.

Senza voler esagerare, direi che forse solo nel Medioevo, tempo delle grandi pestilenze e delle grandi paure, si poteva morire così. Come un animale braccato, ferito dentro all’apparente ordine del mondo; ossessionato da una angoscia esistenziale concreta e invincibile che diventava, ogni ora, paura di cose e di situazioni reali; Belushi in quei momenti non poteva gridare, come risposta complessiva alle pressanti ma troppo spesso soltanto superficiali o episodiche sollecitazioni a limitarsi, a difendersi, a cercare di riprendere il filo della vita: «Non sono sicuro da nessuna parte». Così si moriva nel Medioevo, per esempio, proprio nella successione sempre più rapida e concatenata degli eventi drammatici.

Ricordo che in un libro molto bello sul grande Francesco di Marco Datini, il mercante di Prato, scritto da Iris Origo, molti anni fa annotai una frase che intanto posso trascrivere, riportandola vicino al mio personaggio: «Ogni età ha i suoi eroi; gli uomini, cioè, che compiono quello che ha valore per i contemporanei». E gli eroi della realtà, quelli che pagano con la vita quotidiana, non sono guerrieri splendidi ma uomini con mille magagne.

Nel libro dell’Origo, quasi voltando pagina, ho ritrovato una seconda esortazione – che meglio definisce l’enunciato precedente – rivolta per lettera, da un amico lontano, all’inesorabile, indaffarato, ubiquo Datini: «Io ti dico che tu non sia micidiale di te medesimo». Micidiale per volere troppo o per troppo partecipare alle cose del mondo.

Ecco il senso del mio collegamento. E anche una prima deduzione specifica: oggi, come allora, dentro a una società in forte espansione, inesorabile nel trascinare vite umane, si riafferma l’obbligo per chi vuole non solo resistere o esistere ma prevalere, di una continuità nella durezza, di una chiarezza nella fermezza. Anche contro l’incalzare delle avversità generali o private; e del destino che non lascia tregua. Allora la morte per mare; la morte per violenza in terra; la morte per peste nelle città e nelle campagne era lì in agguato – ombra di una maledizione legata all’atto della vita.

Per Belushi, Catherine Smith (l’ultima volta che lo vide lo lasciò credendolo addormentato; nei giorni seguenti arrestata ma quasi subito rilasciata, e solo recentemente, il 10 dicembre ’85, processata per rispondere di gravissime imputazioni che potrebbero portarla all’ergastolo se riconosciuta colpevole) può essere considerata un cupo notturno animale della vendetta; un messaggero della morte, che viene a incalzare e a concludere; che colpisce per sempre.

Perciò Belushi è tutt’altro che un personaggio dell’immaginario – un personaggio che lascia spazio e propone sollecitazioni per scrivergli addosso. È, al contrario, un personaggio molto aderente ai nostri anni; conficcato nella nostra realtà fino in fondo; e di lui si potrebbe dire ciò che San Girolamo scrive di Ilarione (un padre del deserto) ricercato per mare e per terra dal discepolo Esichio: che, dovunque fosse, non poteva restare nascosto a lungo.

Anche Belushi, in ogni luogo e in qualsiasi occasione, era subito identificato, provocato, scoperto.

 

Ma vediamo la rapida successione degli eventi finali, trascritti come cronaca di decisioni, scelte, fatti e persone anche solo incontrate.

Belushi continua a restare a Los Angeles e non ritorna, non vuole ritornare a New York, rimandando il viaggio con continui pretesti, perché lì «era per conto suo e forse era quello di cui aveva bisogno».

Venerdì 5 marzo è il suo ultimo giorno: incontra gente dello spettacolo: De Niro, Lou Adler, Alyce Kuhn, Richard Bear, Nelson Lyon, Catherine Smith. Compra coca per cento dollari. È in macchina e vomita. Entra nel bungalow in affitto e torna a vomitare.

Arriva Robin Williams e, oltre John, trova la Smith e Lyon. E così si è formato il quartetto dell’ultimo atto: Belushi, Williams (attore comico di successo), Catherine Smith (vocalista di complessi rock e spacciatrice), Nelson Lyon (regista cinematografico).

John, che appare gonfio grasso e depresso, prende una chitarra e suona. Poi si alza, tira fuori da qualche parte della coca e la distribuisce. Torna a sedersi, si appisola; dopo un po’ si scuote, rialza la testa, guarda intorno poi sembra che si rimetta a dormire.

Allora Williams, deluso e annoiato, se ne va. Arriva De Niro, prende della coca e scompare. Se ne va anche Lyon, ma prima Belushi, aprendo gli occhi, gli chiede in prestito dieci dollari.

Rimasto solo con la donna, si alza, prende della droga e si fa fare un buco di speedball; poi fa una doccia mentre lei gli lava la schiena; quindi siede sul letto, perché vuol parlare; dice di avere i brividi. Si mette dentro al letto e Catherine gli rimbocca le coperte. Poi lei si mette a scrivere una lettera.

Sente John borbottare, poi che tossisce e ansima in modo strano. Dopo un po’ si risveglia, chiede e beve un bicchiere d’acqua e dice di sentirsi i polmoni congestionati. Si rivolta su un fianco e chiude di nuovo gli occhi.

Ma prima di addormentarsi ha pregato la donna di non andare via.

Arriva la mattina, sono già le dieci. John dorme e russa forte. La Smith esce per andare al bar.

Arriva al bungalow Bill Wallace, entra e getta uno sguardo verso la camera da letto. L’aria è caldissima, secca, si fa fatica a respirare. Il disordine è quello di John – deliberato. Sotto le coperte si intravede una forma in posizione fetale con la testa sotto il cuscino. Wallace riconosce la mole di John. Gli tocca la spalla e lo scuote gentilmente: John, è ora di alzarsi, dice.

John Belushi è morto; non risponde, non si sveglia, non si volta.

Ricontrolliamo l’ambiente, secondo le indicazioni dei cronisti. La stanza è tranquilla. Un bicchiere di vino sulla toeletta. Su uno sgabello la sceneggiatura di The Joy of Sex (un film che gli era stato proposto con molta insistenza). Il numero di aprile di Playboy. Una cintura con le borchie punk. Le scarpe rosse da jogging. E molta polvere, per terra, sul tavolo.

Così semplificata e nella chiave dei nostri anni, a me sembra la descrizione della stendhaliana battaglia di Waterloo, con i suoi cannoni, i fucili, i morti abbandonati sul terreno. Anche se qui c’è un solo caduto, John Belushi sinteticamente li vale tutti (almeno per un momento).

La polizia ha lo scrupolo di non avallare nulla con certezza; sfuma nel vago. Segnalerà una morte accidentale. Troppe concatenazioni con e di personaggi importanti in questa vicenda mortale – e pericolosa per chi è vivo. Gente famosa che appare e scompare; entra ed esce fuori scena; si presenta e si eclissa, nello spettacolo delle giornate e delle notti di Los Angeles (e della lontana New York). Non si vuole sollevare, più in generale, alcun coperchio.

Brillstein, agente di John, dirà a Woodward: «Guardi, Hollywood è così tranquilla… Che cosa stanno facendo i divi? Quello che hanno fatto per decenni – bevono, scopano, si drogano».

E allora, dentro a questa drammatica occasione, il commento più vero e sentito – o certamente più efficace – è stato di Lorne Michaels, il produttore dello spettacolo televisivo in cui John aveva debuttato ad alto livello mettendosi in orbita, Saturday Night Live: «Aveva assunto troppi pesi su di sé, aveva visto troppo. Per un attimo, mentre stava lì disteso, ho pensato che fosse come Cristo, morto per i nostri peccati».

 

Questo è il sommario della morte di un personaggio dello spettacolo americano, arrivato alla fama anche in Europa sull’onda alta di almeno due film; e che non si può immagazzinare come tante altre morti (illustri o drammatiche) nella bacheca in cui si allineano i reperti biografici privilegiati dei divi del nostro tempo. Come William Holden, per esempio; anche lui trovato morto, per terra, con una ferita al capo, al mattino da un amico – o da un’amica. Ma la morte di Holden fa notizia, non fa storia. Fa annotazione per una cronaca informativa e di costume; non induce a riflessioni particolari. Non costringe a rimettersi a cercare, in dettaglio, l’uomo compresso sotto il travestimento, mettiamo, da cowboy. Invece per Belushi accade che una montagna di sentimenti e di risentimenti, equivoci ma stimolanti, si rimettono in moto, tornano a rapportarci con lui, non ce lo fanno sfuggire ancora di mano.

Forse perché non è stato solo un attore ma una maschera, cioè un attore che propone dentro al riso alcuni significati universali. Oppure, non tanto li propone ma li ricerca; e rappresentandoli, ci fa sentire che questa ricerca la sta compiendo insieme a noi. Non per noi, ma con noi.

Era dunque un attore come Totò – per rapportarlo al nostro mondo mediterraneo così ambiguo, fra pianto e riso? Direi di no, perché in Totò non è sotteso, in una commistione irrisolvibile, il dramma forte, che scuote e incrina non lasciando tregua. Piuttosto penso ad Eduardo, per l’essenzialità feroce e dolorosa – anche carnale – del suo viso appassito.

Ma come? Mi si potrebbe obiettare, se Belushi era grasso e spesso flaccido, quasi scaduto, tanto da pesare più di cento chili? Rispondo che mi riferisco solo, o proprio, alla qualità del suo viso; al suo modo di vestire.

Totò si travestiva, quasi sempre; recitava da attore. Non era lui che recitava ma l’altro di lui. Da borghese, o da privato, era stilizzato come un principe; era il principe de Curtis.

Eduardo recitava senza indumenti aggiunti; con il vestito di casa, che usava per strada; il vestito d’ogni giorno. Non c’era divaricazione o contrasto. Era uno di noi; era con noi, anche restando lui con la sua fermezza. Totò recitava, straordinariamente, per noi.

La dedizione di Eduardo a questo miracoloso equilibrio era assoluta; così che chiunque poteva appropriarsi di lui, anche se non capiva il suo dialetto.

Totò era il dialetto, una maschera agrodolce, inesauribile, che tendeva ad appropriarsi del mondo; a spezzare fra i denti un mondo che c’è; e avrebbe voluto masticarlo tutto intero; entrarci dentro come un Rabelais sfrenato, incontentabile. Ci sottraeva a noi stessi e ci caricava sulle sue spalle trascinandoci via, come i cavalli della fantasia dell’Ariosto, per i cieli.

Eduardo no (e neanche Belushi, per proseguire in queste comparazioni strumentali). Loro venivano sopra la nostra spalla, assestandosi come su una roccia in montagna. Si facevano sentire, ci premevano addosso. Si scusavano semmai per l’invadenza dicendo: siamo fatti come voi, ridiamo come voi, piangiamo con voi, come voi ci rotoliamo nel fango.

Eduardo muore scavato come una quercia di trecento anni, cibandosi quasi solo di miele; Belushi muore soffocato nel letto, nell’arsura di una giornata della California; ma entrambi non muoiono la loro morte, ma la nostra. Anche nella morte continuano a rappresentare la realtà della vita così com’è, senza inseguirla ma accompagnandola; e con ci sottraggono niente. «Non te ne andare» sono le ultime parole dette da John Belushi a Catherine, che non è certo uno stinco di santo. «Quando partiamo per Napoli?» chiede Eduardo, con l’ultimo fiato, prima di morire. Con il senso, il sentimento, enorme di un ritorno alle proprie origini, alla propria storia, dialetto, sogni. Ma contemporaneamente a me sembra che sia ancora una volta la riaffermazione dell’inesauribile vitalità delle cose della vita.

Comunque, in un ambito esistenziale così drammatico anche se schematizzato, Eduardo è però colui che riesce a conservarsi contro la storia, a sottrarsi alle sue lusinghe e, nello stesso tempo, a non lasciarsi travolgere dalla vita, come un mare di fango o di inquiete dolcezze. John Belushi, in un’epoca più ravvicinata e con ogni possibile nesso saltato, dunque senza riserve e senza difesa nel privato, è colui che capisce di dovere sottoporsi a una lotta estenuante e difficoltosa per riprendersi il diritto, e la possibilità, di essere interamente ciò che uno vuole essere, o deve essere – senza farsi sommergere.

E mi sembra inoltre che, per lui, il momento cruciale (nodo di alta drammaticità in generale) sia da collocare nei mesi seguenti la realizzazione del film Continental Divide (in Italia col titolo Chiamami aquila).

Fino a quel punto l’ascesa e la conferma, sia pure nel modo esorbitante, globale e diretto dell’uomo Belushi, erano rimaste nelle norme – semmai da esemplificare. Successi via via acquisiti attraverso una comicità molto “personale”, esclusiva; rinnovata (o adeguata al nuovo) nella aggressività del linguaggio, corporale. Però l’uomo era ancora “dietro” le parole o alle brevi scene proposte di sera in sera; l’uomo era ancora il gestore della propria comicità – come il burattinaio o il marionettista sopra le quinte. Questo spiega, almeno a mio parere, la sbracatezza istintuale che lo travolgeva.

Il film I blues brothers è forse il punto di coordinazione finale e di incontro di questo processo di qualificazione spettacolare; il momento cruciale del passaggio alla riflessione critica sui singoli segmenti, sui particolari fino ad ora inglobati della propria vita. E di conseguenza, era anche l’avvio a buttare (ributtare) fuori da sé tutto; a rivomitare il mondo quasi per feroce ripulsa. Come un pescecane che rimette dalla gola le prede del mare, ancora intatte, impaurite ma pronte a scappare.

L’intelaiatura di quel film è da stravolta e “grassa” mascherata (da maschera moderna, naturalmente). Tutto è trucco; tutto è esacerbato. Il nero dei vestiti, dei cappelli, degli occhiali. La stridula uniformità gestuale di Belushi e Aykroyd, che sembrano allargare le ali come due vistose ombre sovrapposte. Anche la caratterizzazione dei personaggi collaterali, a cominciare dalla grossa, irascibile, violenta priora; la dilatata spettacolarità, in progressione, della parte musicale. Perfino la pesantezza di Belushi e in alcuni casi la grassezza iraconda non hanno peso, o contano poco; perché diventano esse stesse spettacolo – momento di esso – e aggiungono, senza togliere nulla.

Eppure a mio parere anche in quel film, sottopelle, c’è una sonnolenza risentita; quasi che filtrasse un timore rancoroso contro l’aspetto così dilatato di quella comicità senza freni; e questo rende sostanzialmente il racconto (o il resoconto) del film dilatabile o prolungabile oltre la sua misura narrativa; come se si trascinasse dietro una coda.

Sembra anche che i due protagonisti debbano svestirsi di quella armatura funerea per riprendere una identità accantonata e per completare in forma più autonoma l’opera (lo spettacolo) intrapresa.

A ennesima testimonianza, se si vuole, che l’arte comica, la comicità autentica (che è sempre profondamente nuova anche quando sembra vecchissima) è una domanda continua, una irrequietezza e una interrogazione prolungate; e si alimenta, sul filo del rasoio, dell’ambiguità stridente e tagliente fra vita e morte, fra grida e riso, fra sussurro e gemito; fra conoscenza possibile e probabile follia; nell’impossibilità di approdare, di riconoscere, di affidarsi e di assestarsi in qualche modo e per qualche tempo sulle posizioni raggiunte.

Insomma, di riuscire a rincorrere qualcosa che dia respiro, o convinca o renda quieti, o sazi, almeno fino al mattino seguente. Se non si riesce in questo modo, l’altra strada – diversa – può essere quella della droga.

Ma fino al momento che prendiamo in esame, anche se per Belushi la droga ormai c’è, essa non è ancora la nemica vincente: è quella necessità cupa a cui ci si sente obbligati ad affidarsi per cercare la salvezza magari anche nella morte – ma non volendola ancora la morte; non cercandola ancora veramente;  solo temendola.

Alla conclusione del film, Belushi scende dal cavallo come un soldato dopo la battaglia e rimette lancia e scudo in magazzino – vende anche il cavallo, per così dire. Insomma, ridiscende a terra, cerca di ritrovare una propria misura, la propria figura. Comincia a credere che può salvarsi e ri-conquistarsi se saprà e riuscirà a conservare il suo potenziale aggressivo e sconvolgente di comunicazione spettacolare rimettendosi addosso non altri vestiti che i propri; riprendendo il rapporto e l’uso dei ritmi genuini, misteriosi ed essenziali, così poco prevaricatori, della comunicazione comune – e della correlata gestualità.

Tende, insomma, a sottrarsi all’imminente rischio (certo, con i seguenti enormi vantaggi ma anche con i connessi irreversibili coinvolgimenti) di diventare un personaggio etichettato; un attore, per convinzione e per obbligo, alla John Belushi. Così in Continental Divide John è smagrito (il problema d’avvio era stato: come rendere credibile, senza fare troppo ridere, che un bella donna sexy possa innamorarsi sul serio di un grassone?); ed è riportato alla sua naturale dimensione, distorcendolo dall’obbligo di caratterizzare – quindi di fare la maschera.

La camicia bianca, la cravatta, la giacca da grande magazzino, quel cappelluccio rotondo appena appoggiato in testa – e fa tenerezza, perché si immagina che basterebbe un soffio di vento a farlo volare lontano; la sigaretta non accesa in bocca; un’aria da ragazzo buono, ma non troppo buono, in cerca di un impiego; o da onesto giornalista che conta già qualcosa ma che non nasconde la naturale aggressività dentro la insopportabile – forse inevitabile – violenza all’americana. Però, come fosse sempre sul punto di intenerirsi.

Un Belushi non solo sorprendente ma, aggiungerei, sorprendentemente nuovo; soprattutto per le possibilità di sviluppo espressivo a seguire. Quindi il film, a mio giudizio, di un grande attore nuovo. Un Ulisse degli anni Ottanta, che dalla patria negletta va verso nuove terre da scoprire; non per incendiarle o conquistarle; ma per conoscerle, provarle, amarle. Fuori dal desiderio.

La demenzialità esacerbata e altamente espressiva (spesso da cabaret brechtiano) dei film precedenti è capovolta, con la conquista di una linearità composta e nervosa, tutta dentro le righe; e con l’accumulo di elementi espressivi e narrativi pieni di una quantità di stimoli, frizioni e sollecitazioni nuovissime. Anche se il film, come risultato, è soltanto ottimo ma non straordinario – con momenti ed episodi molto spettacolari – Belushi lì dentro ha una tale e ritmica presa sulle azioni da lasciare sbalorditi. Almeno chi il cinema se lo gode fino in fondo, e vuol capirlo.

La grassezza non è più una necessità determinante; o, in correlazione – un motivo da nevrosi; il corpo tende a riequilibrarsi, a ricostruirsi nella normalità. Nello stesso tempo è evidente la propensione a quell’intimo ricupero d’autonomia a cui ho già accennato.

Questo infatti è un nodo importante (interessante): dato che la nostra società, il nostro tempo, non sembra che consentano a chi ha ottenuto in concessione fama, successo e il conseguente beneficio economico, di gestirsi secondo proprie e private convinzioni e decisioni; secondo codici di comportamento autonomi, deliberati. Il nostro tempo richiede obblighi precisi, dentro alle convenzioni, a chi emerge; e uno di questi impegni è di dovere restare sula cresta dell’onda, senza un momento di pausa, pena il rapido declino e l’immediato oblio. Per ottenere ciò – meglio, per cercare di ottenerlo – è buona cura non eccedere mai nel contrasto, ma piuttosto mediare con ironico e intelligente – o solo scaltro – tatticismo. E nel lavorio intorno a questo congegno comportamentale, in cui troppo spesso è invadente e qualificante l’usura psicologica, pari a uno stress mortale, il supporto della droga appare come uno stimolo inevitabile, necessario.

Ecco, dunque, il momento centrale della vita di Belushi; a cui egli è arrivato dopo sussulti frastornanti. («Sai cosa mi piace fare davvero? – disse un giorno a un conoscente – Stravolgermi».) Tuttavia Belushi aveva, costituzionalmente, non direi tanto una ambiguità, ma una duplicità vitalissima, che lo qualificava negli atti compiuti o da compiere in modo da non farlo confondere con nessuno; qualcosa che si potrebbe dire mostruoso – nel senso della violenza, della totalità e della imprevedibilità, quindi della sorpresa; però, insieme, per qualcosa anche di incredibilmente gentile che lo accompagnava. Per una gentilezza originale e vera, fantastica; che fioriva in cento maniere.

Già al tempo del primo grande successo, Saturday Night Live, un collega disse: «Com’è John Belushi? Non ti devi dimenticare che è quella pulsione autodistruttiva, quel desiderio di morte che dà mordente alle sue interpretazioni. È quello che lo tiene sempre sul filo del rasoio».

Così che il periodo seguente e conclusivo della vita di John Belushi è, a mio avviso, tale e quale il periodo di pellegrinaggio di un personaggio goethiano.

Egli è un uomo giovane (consunto, non ancora consumato dall’esperienza) che vuole ritrovare, riconoscere, ricostruire attraverso il confronto diretto con la vita e la verifica delle passate e già sofferte esperienze, la propria identità – sottraendola a una dannazione imminente e perciò salvandola dal massacro del mondo. Protagonista di una lotta non col demone dell’uomo ma col demone della società tutta intera. Uno che lotta non contro se stesso, per un beneficio immediato, ma contro tutti – perché non basta più a se stesso.

E non in un modo pubblico, esornativo e caricato; ma in modo più diretto, sottraendosi all’esibizione, spesso eclissandosi; perciò terrificante, definitivo.

In questo periodo Belushi, ad esempio, non ha più un vestito; è solamente vestito. Non è trasandato, è soltanto trascurato, indifferente, sporco. Si lascia, pubblicamente, consumare. Rifiuta la casa, le case; vive rapidamente in hotel (ma per una notte); cerca i motel o i bungalow (quello in cui morì era da 200 dollari al giorno) ma li riduce subito a stalle («perfino la stanza, sporca e in disordine, sembrava non appartenergli. C’erano in giro dozzine di bottiglie di vino aperte»). Passa molto tempo in auto, su cui si fa portare qua e là. Arriva all’improvviso dagli amici; li lascia in fretta; telefona e ritelefona, soprattutto di notte, solo per sentire una voce. Consuma sempre più droga; spende sempre più denaro; fa regali imprevedibili. Come ho detto, è l’uomo che ha ributtato fuori tutto, cancellando quasi tutto (Judy, la moglie, è un tenero, e mitico, approdo lontano) mentre compie la sua estrema verifica col mondo.

Da qui, quindi, la sua esasperata, cavillosa lentezza nel considerare le nuove offerte di lavoro; nel portare avanti, quasi trascinandole con un filo, le nuove sceneggiature; nel disinteresse delle conclusioni e dei risultati finali. E quel suo proporre invece, in modo scoordinato e aggressivo – o anche appoggiato all’arroganza voluta – continue possibilità di altri progetti, altri programmi; proponendosi come attore non più comico (non più soltanto comico) ma maturato e completo per più complesse e alte avventure; che può fare tutto, oramai. Anche Spencer Tracy.

Così esigeva e voleva dirigere, voleva imporsi. Ma la drammatica invadenza, quel suo proliferare di cavilli e di proposte, di dubbi e di affermazioni, in realtà era una copertura per la sua fragilità.

Egli era assolutamente disarmato. La droga era dunque il solo correttivo effettivo, in quei mesi, a una disfatta che si profilava imminente; perché il suo viaggio approdava verso un deserto, lontano da voci e massacrato dall’arsura; e non fra le rovine antiche, mai morte e così splendidamente suggestive e parlanti (per completare l’esemplificazione “romantica”). Intanto in pubblico – mentre con questa furia d’inferno cercava di svestirsi – gli altri, insinuanti, pervicaci e interessati, di continuo tendevano a rivestirlo; certo, con gli ormai celebri stracci da clown; prospettandogli caterve di dollari. L’ultimo contratto per un film era di 1.800.000 dollari, più 2500 dollari settimanali per le piccole spese (ma in realtà erano una indiretta e interessata sovvenzione per la droga), e parecchie altre agevolazioni marginali.

Non basta; il prossimo film ancora, dietro la scia di un successo già scontato di pubblico, gli avrebbe raddoppiato l’ingaggio. Un fiume di soldi, purché Belushi non rifiutasse Belushi, non fuggisse da Belushi. Dicevano: «quando John entrava in scena diventava automaticamente il protagonista».

Era questa forza aggressiva e costante che l’aveva già trasformato, o trasferito, in un personaggio subito identificabile: il personaggio che ogni spettatore voleva trovare all’appuntamento con la propria noia o la propria violenza compressa, o la terribile bonaccia che ferma la vita, come una furia dell’aria. Fin dal primo momento, questo entusiasmo forsennato e lucido di partenza, non fu possibile senza il supporto della droga. E nella parte finale della vita – momento terribile – per riprendersi in mano la propria vitalità esistenziale e culturale, non patteggiandola con altri, bisognava tendere ad avvicinarsi a un riequilibrio basato su una qualche verità; una verità – speranza, fiducia – esplosa.

Ma la verità, nel successo del mondo dello spettacolo (e io credo, in ogni mondo specifico), sembra che non sia confacente, gestibile. Da qui, uno scontro che non può non coinvolgere tutti. Eppure la grandezza di questo uomo ancora giovane, non troppo alto, grasso, dalla faccia di un onesto cassiere di banca (liscia, da dare fiducia), è riferibile; può, per una citazione desunta dal libro di Woodward, essere riferita al verso di Dylan Thomas amato dall’attore (il poeta, la sera prima di crollare stroncato dall’alcool, era andato a riempirsi di whisky in un piccolo bar frequentato dal giovane Belushi): «Infuria, infuria contro il morire della luce».

Prestava, dicono ancora gli amici, grande attenzione ai dettagli; aveva una mimica precisa; era timido; molto eloquente senza il bisogno di dire una parola.

Eppure, dopo morto, gli trovarono nei 100 millilitri di sangue 0,407 milligrammi di cocaina e 0,02 di morfina; nella bile 0,279 milligrammi di cocaina e 2,1 di morfina; nell’urina 55,72 milligrammi di cocaina. Nelle punture sul braccio sinistro, tracce di eroina e cocaina. All’interno del bungalow furono trovate marijuana e cocaina.

La battaglia di John Belushi era stata perduta durante il viaggio.

Ricorda un amico: «Era una notte bellissima, l’aria era limpida e fredda e la bara non ci stava nell’aeroplano da sette posti della Warner Brothers, così Brillstein l’ha riportato da Los Angeles in un sacco. Eravamo tutti lì a guardarlo, era sull’ala, e il vento soffiò via la coperta e la fronte di John brillò sotto il chiaro di luna, quella  pelle bianchissima, da albanese».

Martedì 9 marzo fu sepolto. L’amico Aykroyd in motocicletta, rivestito in una giubba di cuoio nero, precedeva il corteo. Sulla tomba James Taylor cantò mentre cominciava a nevicare.

Non si stava celebrando il de profundis di un divo di Hollywood, secondo commozione e folclore tradizionali. Sotterravano un uomo morto nel fiore degli anni che, tanti fra i presenti lo sapevano, s’era dannato fino in fondo per sottrarre la propria anima al diavolo. E che il diavolo aveva, normalmente, ma non inutilmente, risucchiato.

Sento di leggere e intendere queste pagine quasi dentro al riverbero che danno le vetrate policrome nelle chiese senza ori del mondo antico. Perché mi sembrano collocate in un tempo che tende a renderle precise e concluse per la forza di una memoria mai quieta; e perché le sento circondate da una tensione che le colora via via rinnovandole.

Certamente Guccini si porta ancora sotto la pelle il sentimento di una realtà memorabile, anche se gli eventi non sono di mille anni fa ma soltanto di ieri.

E lui, cantante e autore di canzoni i cui testi hanno lasciato il segno e i cui suoni si sono stampati nel cuore come un marchio, adesso ha scritto – o cantato? – un libro che racconta, con una lingua che arriva emozionante e precisa, vicende dell’infanzia e della giovinezza maturate e passate in un paesaggio di mezza montagna, fra Emilia e Romagna, dagli anni ’40 in poi; rimettendo in campo con travolgente durezza gente a tutto tondo.

Il testo raggiunge così un risultato notevole, molto personale. Non solo per la scelta nel decifrare i dettagli che contano – nella nostra epoca che ha continue precipitose approssimazioni – ma per la capacità di trasferirli sulla pagina con una determinazione che non si lascia corrompere da lusinghe di facili sentimenti o di impossibili rimpianti. Tanto da costruire un poema narrativo, una saga familiare. Con rigore, pazienza sorridente, un’abile fantasia dentro a una verità di atti e fatti accaduti, la ricerca di una poesia controllata e momenti di bel divertimento. Ripeto, con un linguaggio che sorprende; in queste pagine da leggere, da vedere, da immaginare, da ascoltare.

Una lunga lettera di Roberto Roversi e la replica di Renato Zangheri

 

Lo scrittore Roberto Roversi ci ha inviato una lunga lettera a proposito di un articolo del compagno Renato Zangheri, sindaco di Bologna  ̶ pubblicato sull’«Unità» nelle scorse settimane – che affrontava i problemi dell’università e dei giovani anche in riferimento ai fatti di Bologna dell’11 marzo. A Roversi risponde lo stesso Zangheri.

 

Egregio Direttore,

sull’«Unità» di domenica 3 aprile, Renato Zangheri ha scritto come sindaco di Bologna e come militante comunista un articolo molto importante. Per contribuire in qualche modo, con onestà, al dibattito che è in corso, chiederei che sui quattro giorni della mia città fosse ascoltata anche la campana del sottoscritto, semplice cittadino, indipendente; che in passato e anche il 20 giugno ha votato per il pci; che votò a suo tempo proprio per Zangheri (di cui ha stima vera); ma che oggi si sente insoddisfatto delle analisi compiute all’interno di quei fatti. E dunque si sente insoddisfatto anche dello scritto di Zangheri.

Entro in merito. Non mi sembra che quelle quattro giornate siano state rintuzzate e vinte; mi sembra invece che il tentativo eversivo di criminalizzare Bologna, avviato altre volte in passato e senza un risultato per la reazione pronta, decisa, unitaria della città, questa volta abbia in qualche modo prevalso; e che la città sia uscita dalla prova con le ossa rotte. Ci vorrà tempo, ci vorranno opere, ci vorranno attente e precise parole per ricucire; soprattutto occorrerà una chiarezza di fondo che non mi sembra ancora di cogliere.

In che senso intendo «con le ossa rotte»? L’intendo così: per avere subìto il ricatto eversivo senza una reazione lucida e immediata paragonabile alle altre volte, quando occorreva; per tiepidezza di guida politica e di riferimento ideologico; per non aver potuto identificare subito il Comune come il centro a cui rivolgersi per capire; per non aver ricevuto in merito informazioni chiare ed immediate; al contrario, per avere vissuto di voci, di notizie verbali porta a porta e per aver dovuto attingere queste informazioni dalla stampa borghese o da alcune radio alternative (stante che la politica della «comunicazione» del partito non ha ancora messo in atto a Bologna alcun strumento immediato che non sia quello ufficiale dell’«Unità»; ed è arretrante e non corretto, a mio parere, mitizzare Radio Alice come il mostro della favola, mentre è un centro di distribuzione della comunicazione che ha subìto, per le generali, una detestabile sopraffazione. Siamo tutti convinti, è vero, che gli errori si debbono contestare uno ad uno; ma in pubblico, non costringendo al silenzio col coltello alla gola). Una presenza politica a cui riferirsi senza intermediari, la quale aiutasse a precisare e a spiegare con chiarezza e giustizia, quanto più possibile, avrebbe evitato la frana che c’è stata. (Questa latitanza, a mio parere, è conseguenza di una scelta politica a livello nazionale che dovrebbe essere tutta riconsiderata. Ci si è defilati affidando la città esclusivamente alle forze dell’ordine per confermare la proposta di una propria disponibilità governativa e per ribadire in pubblico un intransigente legalitarismo che sostenesse la proposta. Anche se le migliaia di uomini armati, a cui si affidava l’opera pratica di ricondurre in città l’ordine dilacerato, avevano messo Bologna in uno stato d’assedio, presentandosi con una rapidità di intervento e di manovra tali da far pensare a preveggenza. E loro avevano innescato il fuoco con un assassinio a freddo). Bologna, a mio parere, aveva l’obbligo di assumere in proprio il primo morto giovane caduto sulle sue strade e non doveva (né poteva) rassegnarsi a emarginarlo rifiutandosi di dargli il proprio nome e di coprirlo con un pezzo di bandiera. Credo che questo sia da ripetere con disperazione nella mente, per un’occasione mancata. Chi non ha veduto la città nelle quattro sere, dentro al suo centro storico che pareva fatto solo di pietre morte e coperta dal fiato di quattromila uomini armati, non può immaginare il peso della delusione.

Cosa mi sarei aspettato io, cittadino bolognese? Prima di tutto che la manifestazione unitaria, svoltasi a fatti compiuti, si organizzasse il giorno stesso dell’eccidio, per coinvolgere (come si chiedeva) il movimento degli studenti in un’azione che desse un pronto significato politico alla rabbia giusta e all’autentico dolore di questi giovani troppo spesso insultati dalla retorica ufficiale. Tale incontro, oltre a ricucire i contenuti politici, avrebbe servito a isolare i pochi esagitati irrazionali e i molti provocatori di professione che si stavano infiltrando nelle strade in quelle ore di orgasmo. Come secondo atto, lo voglio ripetere, mi aspettavo che il giovane ucciso fosse raccolto dalla città tutta intera.

Poi mi aspettavo che il Comune si dichiarasse di tutti dentro a una vigile libertà sforzandosi subito non come intermediario ma come promotore a suggerire la comprensione dei problemi e dei fatti; e che ancora una volta in questo modo si proponesse come il riferimento unico e vero di tutta la popolazione onesta, in un momento amaro. Mi aspettavo anche che piazza Maggiore fosse e restasse illuminata a giorno, per chiamare, suggerire, parlare, e non lasciata spenta, viscida, fredda, orribile. Mi aspettavo che la città proprio lì, celebrasse subito e ancora una volta il suo grande rito politico di ritrovare la voce per continuare a parlare e a capire, mentre il fuoco era in atto. Sicché ci fosse ancora una volta la conferma che liberi cittadini di una libera città non delegavano a nessuno l’impegno dell’ordine libero e sapevano come sempre muoversi e agire dentro ai propri errori, al proprio dolore e alla durezza degli atti. Senza opporre violenza a violenza, ma solo la forza di una pronta e militante convinzione unitaria (dura, decisa e di massa) ai fucili spianati e allo svolgersi della trama eversiva.

Avrei voluto anche sentire subito qualche affermazione di autocritica ufficiale rivolta agli studenti, che sono spesso meno avventati di quanto la prosopopea ufficiale sostenga per un ovvio tornaconto. Un’autocritica del seguente tenore: la città di Bologna non vive per gli studenti, benché ne accolga sessantamila; e neppure vive con gli studenti, benché ne accolga sessantamila; ma vive sopra gli studenti, cioè sui sessantamila studenti; in questo, con vergogna, come una città terziaria. E perciò se c’è rabbia è una rabbia da distribuire; e se ci sono errori, questi errori sono di tutti. Così dicendo, anche i tanti concittadini benpensanti (e a ogni livello) invece di discettare con un perbenismo viscido su scarsa o buona voglia di studiare avrebbero dovuto guardarsi allo specchio (magari raccattando un pezzo di vetrina spaccata) e interrogarsi. È mancata una voce che parlasse, e che spiegasse, in quella direzione.

Avrei naturalmente biasimato la violenza contro le povere vetrine (perché la violenza è sempre ignobile e da tempo non è più rivoluzionaria ma è solo oggetto e metodo di chi ha il potere di farla opprimendo e uccidendo), ma avrei indicato subito quale terribile violenza (ufficiale) veniva messa in atto contro la città e contro tutte le istituzioni della libertà, partendo dal sangue di un giovane generoso, passando attraverso i cristalli rotti e legandosi a un piano di sovversione che dura da interminabili diciassette anni e che ha fatto l’Italia un Paese unico al mondo. Io avrei voluto sentire che Bologna era ancora una volta forte, in un momento di dura necessità. Non una città spaventata, inquieta, incerta, delegante. Dopo cento anni, e per una volta, ancora carogna. Avrei voluto che aprisse tutte le sue porte invece di chiuderle in fretta per assicurarsi e intanarsi. La ringrazio. E mi sottoscrivo.

Roberto Roversi

 

 

La risposta di Renato Zangheri

 

Nella lettera di Roversi trovo una singolare mancanza di riferimento ai fatti, accanto a ansie e preoccupazioni che non si possono non apprezzare. Vorrei rivolgere a mia volta a Roversi alcune domande (forse brutali, ma l’amicizia e il momento lo richiedono):

1) sa che nelle assemblee dei cosiddetti autonomi era proibito a studenti comunisti e appartenenti ad altri movimenti democratici di parlare? E che si tenta ancora, in qualche caso, di impedirlo? Per quante ragioni di protesta abbiano gli studenti, e sono moltissime, si può giustificare il fatto che una minoranza, il 5%, poco più poco meno, paralizzi l’attività didattica e politica di alcune facoltà?

2) sa che venerdì 11 marzo il corteo proveniente dall’Università scandiva lo slogan infame: «La Giunta è rossa del sangue di Francesco?».

3) sa che sabato 12 marzo sono stati svaligiati una ferramenta ed un’armeria e centinaia di armi circolavano in città?

4) non ritiene che in queste condizioni quella che egli chiama la «città» abbia dato prova di notevole fermezza e senso di responsabilità evitando di intervenire direttamente per disarmare gli scalmanati? O essi debbono avere licenza di ingiuriare, minacciare, e peggio?

5) non pensa che la causa del rinnovamento della scuola e della società venga danneggiata gravemente dai disordini, e che proprio a questo mirino gli ispiratori della strategia dell’eversione, che si sta sviluppando nel Paese?

Tralascio gli argomenti economici. Tutti sanno che Bologna non vive sugli studenti. I prezzi esosi degli affittacamere si ripercuotono sul livello generale dei prezzi, e ricadono anche sui bolognesi. L’edilizia popolare è ferma, o quasi, perché mancano i finanziamenti della legge 865. Non sarebbe più produttivo lottare per la casa e per l’equo canone anziché inneggiare al caos? Perché addossare a una città colpe, leggi, omissioni, che risalgono ai governi e alle classi dominanti? Il problema non è, ancora una volta, di cambiare gli indirizzi politici ed economici nazionali? Anche noi abbiamo commesso i nostri errori. Ne abbiamo parlato pubblicamente. È possibile che Roversi non abbia sentito? Ed è davvero possibile che giudichi trascurabile il fatto che una moltitudine sterminata di bolognesi ed emiliani si è riversata il 16 marzo nel centro di Bologna, e con essa era la grande maggioranza dei giovani, per chiedere rispetto dell’ordine democratico? Detto questo, penso che ci si debba sforzare di guardare avanti, discutendo e confrontando le opinioni. Nessuno ha la verità in tasca. Ecco quali sono, in breve, le questioni da porre, mi sembra, e le nostre idee. Saremo lieti se Roversi ed altri amici esprimeranno i loro pareri, le loro critiche e proposte. L’Università deve essere profondamente riformata; la riforma non può immaginarsi al di fuori di una trasformazione del modo di produrre, del tipo di sviluppo, dei ruoli sociali. C’è da capire quale debba essere la funzione dei giovani diplomati e laureati, e più in generale quale debba essere il rapporto tra lavoro manuale e intellettuale. C’è da combattere contro un vecchio sistema di potere e contro vecchi valori, che non sono più tali, se mai lo sono stati: del guadagno, dell’egoismo, della concorrenza che diventa sopraffazione. E contro questi falsi idoli del capitalismo debbono levarsi i nuovi valori della classe operaia e del popolo: della solidarietà, dell’uguaglianza fra donne e uomini, fra lavoratori della città e della campagna. Vi sono problemi pratici e di cultura. Si possono affrontare sul terreno democratico? Noi pensiamo che su ogni altro terreno lo scontro sarebbe perdente, per i giovani e per tutto il Paese. Bologna ha scelto il terreno della democrazia, dalla Liberazione ad oggi, l’ha difeso e consolidato con lotte che hanno richiesto tenacia e sacrifici, senza deleghe, ma anche senza contrapposizioni estremistiche allo Stato, che è uno Stato inquinato e da rinnovare, ma pur sempre segnato dalla Resistenza e dalle battaglie democratiche di questo trentennio, e in parti di esso i lavoratori hanno conquistato una posizione dirigente, dalle assemblee locali al Parlamento. Restiamo dunque su questo terreno, aperti, ripeto, a tutte le critiche, alle sollecitazioni più audaci. Chiusi solo, questo sì, alla violenza e alla prepotenza.

Renato Zangheri

 

 

l’Unità, 20 aprile 1977

 

Venerdì, 28 Ottobre 2016 13:01

Non sono streghe, diavoli, ossessi

Sul Cassero di porta Saragozza si è aperto nella nostra città non tanto un dibattito (sia pure contrastato) ma una battaglia. Con preoccupante rigurgito di perbenismo anche in e da settori imprevedibili; con motivazioni che sembravano, in assoluto, non più utilizzabili. Non posso entrare nel merito delle dichiarazioni ascoltate, in quanto il moralismo che ha paura e si chiude in sé non ascolta, non vede, ha paura non del buio, non dell’ignoto ma perfino dell’ombra sotto casa, non offre appigli – in chi ascolta e legge – se non quelli, appunto, di umori inveleniti. Piuttosto vorrei fermarmi un minuto solo per ricordare che questo problema è uno fra i tanti e urgentissimi che ci stanno davanti. E che, impostandolo e affrontandolo, non si fa altro che aprire un primo spiraglio argomentativo in un groviglio entro il quale si deve avere il coraggio di insinuare e di lasciare la mano. Gli omosessuali al Cassero anche per me devono andarci e restarci, come un servizio che una città giusta e attiva deve riconoscere alle necessità operative e culturali di gruppi che ne hanno il diritto e che escono da una emarginazione secolare. Inoltre perché essi stessi garantiscano di sé, dopo avere voluto esigere questo diritto. Non succederà dunque niente, perché gli omosessuali non sono le streghe, i diavoli, gli ossessi, ma non sono altro che noi stessi, una parte della nostra faccia. Aiutandoli ad agire, aiutiamo i nostri problemi ad uscire dal buio concettuale dei luoghi comuni e della cattiva coscienza. Mi sembra debba essere la ragione di impegnarci su questo e per questo.

 

 

l’Unità, 20 aprile 1982.

Sabato 22 ottobre 2016, ore 21.30

Teatro di Nascosto/Scale di Docciola,  Volterra

Reading musicale

Da Roberto Roversi a Lucio Dalla. Una corsa tra i campi di Volterra

Musiche e parole di Lucio Dalla e Roberto Roversi

Con Antonio Bagnoli, Gianni Calastri, Roberta Giallo, Paolo Piermattei

 

 

Mercoledì, 21 Settembre 2016 07:49

Formula 1

(C. Lolli – R. Roversi)

Fra il vento dagli occhi verdi

scherzano gli angeli curiosi

mentre vicino a una Ferrari colorata di rosso

un pilota mangia fragole al limone

raccolte in un fosso.

Ha scambiato il cavallo e la sella

con un motore da corsa potente

la prateria è un asfalto bollente

che ha in cima una pompa bianca di benzina

sotto il sole grande d’agosto.

Sono colorati i piloti di formula uno,

colorati come le ciambelle

le ciambelle che cuociono nel forno

verso mezzogiorno

e odorano di pane.

Sono giovani piloti di formula uno,

giovani come un cane o un’ape nel giardino,

che saltano quando spunta il giorno

per spegnere la notte

e il cielo sembra lì così vicino.

 

Il tempo è poco

il fuoco, il lago, il cielo,

un arcobaleno azzurro si è disteso

mentre offre una birra ghiacciata Villeneuve

che è vicino a un traliccio

e palpa il sole con le mani.

Correndo in prova è volato,

come uno straccio sul prato.

A 200 chilometri all’ora

nessuno lo ha fermato.

La vita è stata breve quest’anno

non spalerà più la neve.

Aspetto, aspetto,

aspetterò ancora.

Per svernare con amore

da tutti i giorni della vita

solo sulla mano

E una ragazza esce di corsa dalla porta

per strappare le penne al vento

e andarsene lontano.

Tutte le pecore ormai sono disperse,

di là dal ponte l’aria è piena di terra

mentre tra la polvere alta e il mare

passano rapidi i piloti uno per uno,

da Borzacchini a Villeneuve,

a Villeneuve…

Sono forti campioni di formula uno,

quando girano, girano, girano intorno

alla fitta siepe della gente impazzita

e chiusi dentro a una corazza

si giocano la vita.

Lunedì 3 ottobre 2016, ore 20

Piazza Vittoria, Brescia 

Nell’ambito di “Librixia 2016”

Roberto Roversi e Lucio Dalla. Dall’epica della Mille Miglia al Motore del 2000

Con Antonio Bagnoli, Massimo Negri e Fabio Dondelli, musicista.

In collaborazione con “musIL” Museo dell’Industria e del Lavoro di Brescia.

 

Domenica 4 settembre 2016, ore 21.30

Quartiere delle Arti e del Gusto

Piazza della Rocca, Pieve di Cento

La mia piccola Atene emiliana. Roberto Roversi e Pieve di Cento: prose, poesie e canzoni

 

Legge Antonio Bagnoli

Cantano Roberta Giallo e Paolo Piermattei

Con la partecipazione straordinaria di CURRERI, voce degli STADIO (vincitori del Festival di Sanremo 2016)