Martedì, 12 Luglio 2016 11:26

La Festività del 17 marzo

Intervista a Roberto Roversi

a cura di Eleonora Capelli

 

Qual è stato l’aspetto davvero unificante del Risorgimento?

Quel tempo e quelle azioni non hanno unificato un bel niente. Tutto è rimasto, sostanzialmente, come prima. Tanto è vero che le popolazioni meridionali per sopravvivere hanno dovuto emigrare tragicamente come prima. Direi che quei decenni miracolosamente esaltanti dal ’40 al ’70 sono stati gestiti, e in mano, a non molti uomini di ferro e donne di ferro fra gente disperata o distratta, legno. Che non abbia unificato niente lo possiamo, credo, constatare freddamente anche oggi. Noi siamo galli in un pollaio.

 

Quale lezione se ne può trarre per l’attualità?

Per l’attuale? L’ennesima lezione sempre da noi disattesa. E cioè che bisogna (bisognerebbe) sempre fare i conti con la propria storia (glorie e tragedie). Non l’abbiamo mai fatto. Erano passati pochi anni e oltre all’immigrazione già cercavamo, sparando contro i primi scioperi per il costo della farina e del pane, una possibile vincita al lotto in terra d’Africa (con disastrose sconfitte). No, la verità è che dovremmo “conoscerci” per poter agire operosamente come unità nazionale, badando ai problemi reali e lasciando i pifferi alle rane. Perché la sostanza umana c’è ma va dispersa. Io ho visto che cosa sa e riesce a fare il nostro popolo durante la guerra (intanto). È la testa che delira troppo spesso, purtroppo.

 

Se ha seguito le polemiche che hanno accompagnato la decisione di istituire la Festività del 17 marzo, che giudizio ne dà? Ha senso una giornata di festa nazionale? A suo parere, cosa andrebbe davvero celebrato?

Smettere di sgomitare e tornare a essere, come (ripeto) accade nei periodi di reale emergenza, operativi e seri, fuori da marce marcette e trombette. Si potrebbe consacrarla, andando a una colazione sull’erba se fosse bel tempo (duci, per gli anni venturi) se la data fosse nel cuore, nella memoria, nella cultura degli italiani. Ma chi conosce Curtatone e Montanara, chi “Eran trecento, erano giovani e forti e sono morti”? Chi Solferino e San Martino? Chi Pisacane? Chi Cavour? Chi il Confortatorio di Mantova? Certo, c’è Garibaldi che salva capra e cavoli. Ma lui era un eroe. E gli eroi non servono molto alla fine. Creano solo illusioni. L’ha detto Brecht.

 

 

«la Repubblica», 16 marzo 2011

 

Martedì, 12 Luglio 2016 11:20

Un fischio sopra la pianura

La verità è che

ormai ci credono

mummie d’Egitto

pesce fritto e salato

da mangiare col pane

ombre strane che vanno

in vecchi cimiteri

a lamentarsi coi cani.

Ma sono cattivi pensieri.

 

E appena ieri

insieme tutti noi

facevamo paura

come il leone ai buoi

in giro per il mondo.

 

Ecco, oggi ci vedono

senza la pelle e le ossa

eppure fratelli e compagni

anche se è pronta la fossa

possiamo e dobbiamo contarci

per non lasciarci morire

come vorrebbero loro

e per non lasciarli gioire.

 

Con la nostra pazienza

grande tesoro di ieri

insieme tutti noi

torniamo leoni fra i buoi

per non lasciarci annegare.

 

Se tanti dicono addio

al povero vecchio operaio

e lo soffiano via come polvere

da un vecchio armadio in solaio

noi invece diciamo che è pronto

a stringersi mano con mano

e per la grande pianura

riprendere ancora a fischiare.

 

 

«Liberazione», sabato 28 aprile 2001

Martedì, 12 Luglio 2016 11:15

Lettera su “I diecimila cavalli”

CARI AMICI

lo so che il mio libro è un mattone; è un cavallo da tiro

e non un cavallino agile agile o l’ippogrifo

che vola dentro la fantasia d’Ariosto.

Il cavallone tira adagio, tira lento,

va per la sua strada. Magari proprio in questo faticare è la tenerezza e l’utilità di questo cavallone.

Nel portare a buon termine le sue fatiche, voglio dire;

nel completare un lavoro;

nel dare affidamento di durata.

Un amico che si era comperato il libro mi ha detto:

i tuoi cavalli trottano adagio, perché sono pesanti;

hanno ferri grossi due dita.

È molto vero, lo riconosco. Non ho saputo far bene.

Ma per me non dovevano essere cavalli diversi,

non trottatori,

ma assegnati a un impegno che è duro. Così come è la nostra storia.

Il nostro attuale destino non è fortunato

eppure vedo che nessuno si lamenta in modo ignobile.

Io amo i miei contemporanei.

Ogni giorno vedo che spalanchiamo di nuovo le finestre

e imprendiamo a vivere.

Quindi se vivere è un esercizio faticoso, è anche una invenzione continua, un continuo fare e disfare delle idee,

con molto coraggio in queste idee e nel volerle sempre rinnovare pulire sciacquare ferire mortificare perché possano alla fine trionfare.

Ad ogni modo bisogna riconoscere che in questa fatica ci è tuttavia negato, proprio perché non possiamo volerlo, di essere felici.

La felicità, quella che conosciamo o sentiamo nominare

da sempre, è la felicità di questo o di un altro, è una sola felicità: alterna, inquieta, incerta;

mentre quella che cerchiamo e vogliamo

è la giustizia che rende giusto vivere

(che lo rende straordinariamente giusto)

perché lo lega al fiato e al respiro degli altri.

E solo così ci sentiamo nuovi.

 

Chiedo scusa dello sfogo che rimanda come una zaffata di fumo ad alcune pagine di questo mio libro.

Ma se, almeno per le generali, è vero quanto ho sopraindicato, allora io penso e ripenso non da ora

che si debba solo discutere sulle idee (o sui problemi)

e che l’uomo inteso come piccolo personaggio, come piccolo

autore, come piccolo untore, come piccolo arciere

– questo uomo/ombra, questo uomo/sole, questo uomo/specchio –

debba scomparire, nascondersi, rifugiarsi e semmai solo  vergognarsi.

La sua comunicazione è scritta e sta lì, distesa.

Che cosa si dovrebbe aggiungere?

Un foglio bianco, una matita, una mano che scrive

poi il foglio passa a due occhi che leggono.

Ecco, in questo atto tutto è rimandato e anche tutto è consumato.

Bisogna ricominciare da capo.

Un foglio bianco, una matita, una mano che scrive poi il

foglio passa di mano eccetera.

Può essere una lettera, un attestato, un libro di mille preghiere o la dichiarazione di una guerra.

Il mio foglio bianco ha una nota da mandare a mente

e poi è da stracciare.

Io, come io, non saprei rispondere dire ripetere o scrivere

se non le parole gridate dalle scolte modenesi, sui bastioni di un castello, nelle notti coperte di nebbia della pianura padana, dentro alla quale anch’io vivo. La voce lunga diceva:

all’erta sto.

Vi ringrazio, vi ringrazio in ogni modo, per la vostra pazienza.

 

Inviata a Empoli, per il premio “Pozzale” nel novembre 1976.

 

Martedì, 12 Luglio 2016 11:11

Un inedito da “Il libro Paradiso”

I profeti

per un momento fanno silenzio

il cielo riceve fra le mani le rovine del giorno

il mondo viaggia su strani arcobaleni

le notti italiane sono terribili per la loro dolcezza

 

e la prima rivoluzione è finita in una torta di mele.

 

Dentro a questo spettacolo preparato

da padri sciagurati

due ragazzi ridono perché sono nati nel

secolo che ancora deve venire.

 

Cosa ti posso dire?

Essere là dove succedono le cose.

 

Un tuono

improvviso

risveglierà le nuove fantasie. E allora

può la terra cambiare colore senza arrossire?

Fra mille anni sapremo

cos’è la libertà.

 

Dopo cento battaglie combattute

ridotti a una schiera indomabile

fra mura annerite

non dettiamo condizioni

ma neanche temiamo l’occhio gelato del nemico

la sua mano.

Nel momento in cui lui dice vittoria

ecco noi ci inchiniamo.

 

Quando tutto finisce la speranza comincia.

Martedì, 12 Luglio 2016 11:07

La noia di Ulisse a Itaca

«Ma li dovevamo proprio uccidere i Proci?».

Le giornate lunghe infernali, la croce del dopo pranzo

con Penelope e Telemaco

che giocano a scacchi e lui Ulisse a mangiare uva nei campi.

«Non ho neanche il cane che è morto.

Chiamerò in tele stazione

Micene per invitare Agamennone

a un fine settimana qui

da sabato fino a martedì.

Sono sicuro che viene».

«Pronto, pronto, parla Ulisse, parla il re Ulisse da Itaca, io parlo con Micene?».

Agamennone non c’era.

Era andato a Parigi la sera prima con un volo dell’Hellas Airlines

 

per un dibattito al Beaubourg con Nestore ed Enea

sulla guerra di Troia

dato che ormai mezzo secolo era passato.

«Senti senti»

Ulisse è rimasto folgorato

«a me, Zeus cane, perché non mi hanno invitato?».

Passa il pomeriggio nella sala del tono a taroccare

su questo fatto

e a bere vino, a mangiare olive nere da un piatto (d’oro).

Poi alla sera nel telegiornale

eccolo lì Agamennone con la sua faccia di maiale

sorridente insieme a Nestore ed Enea

a sproloquiare sul cavallo di legno

tutti e tre fotografati coccolati intervistati.

Sono cose che fanno invecchiare

di cento anni, che fanno incazzare

e che uccidono anche un poco.

Perché allora non resta che la mano di briscola con

Telemaco davanti al fuoco e poi finire

a letto con Penelope (la vecchia signora

che russa e non ti lascia dormire).

 

P.s. per l’occasione:

Accende la candela sul tavolo,

fuma una sigaretta

e apre il pacchetto arrivato per espresso verso sera.

Tutto contento sfoglia il libro di Benni

che il manifesto gli ha inviato

perché ha sottoscritto un abbonamento.

Comincia a leggere e subito

si mette a sogghignare, a ridere sottovoce,

dice “ostia, questo Benni non è niente male”

a voce alta. E Nestore, Enea, Parigi, Agamennone

sono tutti buttati in un cestone.

Già dimenticati.

Amico è solo questo libro. Questo giornale.

 

 

«il manifesto», 11 novembre 1979

 

Martedì, 12 Luglio 2016 10:53

La libertà di fischiare

È dunque la libertà

di volere. Di parlare.

di dormire

(con qualche sogno annesso).

di parlare

inveire fischiare

dissentire applaudire

osannare.

Di spellarsi le mani

 

 

«La libertà è difficile e fa soffrire». Tale affermazione l’ho ripetuta in una canzone intitolata «Passato e presente» di alcuni anni fa, che è stata anche ascoltata.

Sempre la libertà, una libertà – insistendo nel concetto – l’ho poi raccontata come posso e come so in un testo dell’anno ’80 che qua, poiché siamo in argomento, e solo per comodo, comincio a trascrivere:

 

Descrivo un libertà. Questa libertà. La nostra.

Ahi che la invento. La sento. La vedo, la bevo. La perdo.

La ritrovo sulla campagna, sul mare sulla montagna.

Il pastore la chiama. La cerca il cane.

La libertà grida «ritorno, ritorno; mi sono

allontanata per la città ma adesso ho fame» eccetera.

 

Perché dico si può avere della libertà un’idea che dalle cose ritorna alle cose (cioè alla realtà) attraverso i sentimenti.

Infatti, in entrambi i testi sopra citati, e a parte bontà o efficacia di parole, che sono quelle che sono, volevo concludere (pensandolo anche al presente) a un giudizio per niente sbrigativo o tutto zucchero sulla libertà, che va immunizzata da ogni bacillo retorico e che non è certo quel donnone con la fiamma in mano che sta lì bamba a strinare il culo del cielo; ma che al contrario, e secondo me, si presenta come un sofisticato sistema di fili spinati in movimento, che si intrecciano a ferire, ammonire, incidere, irritare ed esaltare i singoli che vogliono (o decidono di) non lasciarsi incantare. Insomma, per l’insieme degli elementi a mia disposizione, credo che la libertà sia un affare che brucia dentro i duri bisogni di ogni giorno e che non si accontenti (o non basti, per farla esistere) di un solo sguardo o di un’attenzione stanca.

 

Che sia, al contrario, una faccenda assai poco romantica e legata alla scansione fredda di giorni, e per questo insiste per essere accompagnata e difesa non in mille modi ma in un solo modo ripetuto, che è coinvolgente. E la possiamo insegnare ai più giovani, se abbiamo pazienza, umiltà e rispetto per la vita da non consumarla tutta intera per noi; con dentro la nostra libertà che disegna col fiato parole contro i vetri quasi fosse il diamante che segna stridendo il cristallo (e l’ultima di queste parole suona all’incirca proprio così: aspettami; ritorno; ritorno).

 

Mai ferma, piena di ombre e luci che si palpano e sentono, la libertà in cui credo non sta mai in un posto solo, ma è pronta a distendersi, disperarsi, infuriarsi, sostare, arrivare, ripartire; senza mai la voglia di quietarsi, senza mai perder il fiato. È dunque la libertà di volere. Di parlare. Di dormire (con qualche sogno annesso). Di parlare, inveire, fischiare, dissentire, applaudire, osannare. Di spellarsi le mani. Di cavarsi gli occhi per guardare bene bene e fino in fondo il mondo. O è anche la libertà che ci lascia sedere davanti alla porta mentre ascoltiamo il giorno passare, ma credo che ci sia una libertà ancora più vera, più amara, più giusta, più grande; la libertà che ci aspetta sempre: la libertà di ascoltare o, altrettanto travolgente, di poter parlare (se uno vuole farlo). La libertà di non dovere, di non potere tacere. Ho ripetuto più volte che per me la vera morte è il silenzio. È terribile, in molti casi, l’occlusione dei canali ufficiali di comunicazione, al fine di non far passare «la notizia». Una omissione a zero gradi, uno sparo a zero. Un vuoto pestifero, come la carestia. Non è il troppo dire, che fa il fascismo; ma il poco insegnare. Non la declamazione, ma la reticenza. Non l’aggressione verbale, che è sempre (o quasi) arrogante, ma la sottrazione indolore e attenta, cauta, dei segni. Poiché il nostro fine, invece, è di imparare dagli altri o agli altri chiedere o poter chiedere aiuto.

 

Ascoltare chi dice le cose per imparare da chi dice le cose. Senza impazienza. Perché la libertà così perseguita e difesa è faticosa come andare in salita. Ma può portarci a speculare dall’alto, aprendoci l’orizzonte dei pensieri. Se la vita è pazienza anche la libertà è pazienza. E non chiede (quando c’è) di essere trasferita; ma sopporta le ingiurie. Non chiede di differire. Sul suo piede cauto e non effimero si dondola come l’orso. Perché (quando c’è) ciascuno la sente sulla pelle, scivola addosso, lascia il segno.

 

Talvolta sembra poca cosa, o una cosa a cui siamo abituati; mentre è tutto. Questa libertà che non si stringe mai in mano ma si annida dentro di noi pronta a scattare. Che non si può più perdere – e non va perduta. Perché la libertà è. Ed è sempre indiretta, come le grandi ombre dei pensieri. Così è detta dalla voce di Alcide Cervi quando conclude il suo racconto esemplare: «Io vorrei farvi sentire che cos’è avere ottant’anni, aspettarsi la morte da un momento all’altro, e pensare che forse tanto sacrificio non è valso a niente, se ancora odio viene acceso tra gli italiani. Che il cielo si schiarisca, che sull’Italia torni la pace e la concordia, che i nostri motivi ispirino i vivi, che il loro sacrificio scavi profondo nel cuore della terra e degli uomini. Allora sì, mi sarò guadagnato la mia morte, e potrò dire alla madre dolce e affettuosa, alla sposa mia adorata: «la terra non è più come quando tu c’eri, sulla terra si può vivere, e non solo morire di crepacuore. E ai figli, dirò: l’Italia vostra è salva, riposate in pace, figli miei».

Martedì, 12 Luglio 2016 10:51

Bologna maledetta, Italia maledetta…

Bologna è nell’occhio del tifone. Bologna è nell’occhio di un brutto tifone. Ma anche l’Italia è dentro a un continuo ciclone che la stravolge e la contorce; allora le miserie di Bologna, queste sue lunghe giornate coperte di sangue, corrispondono alla miseria tragica di questa Italia discinta e involgarita; imbarbarita. Ma poiché pochi parlano sul serio delle miserie reali e attuali d’Italia, pochi parlano anche delle miserie, autentiche drammatiche miserie, di Bologna. Città che sembra oggi senza testa e senza cuore. Inorgoglita perennemente dalle statisticucce di un benessere perverso collegato, ad esempio, a donne motori o allo sciabordare di un terziario che sottrae ogni tensione alla speranza sociale per rifugiarsi fra i muri dei rendiconti bancari, questa città di grandi memorie storiche ma di un presente mortificato, non ha più neanche il tempo o neanche la voglia di guardarsi la punta delle scarpe.

Vediamo, con la onesta tensione a capire di un cittadino non fuorviato dalle concioni sottili dei pensatori di ogni ora e di ogni momento. Si leggono tante parole, si dicono tante parole, si scrivono tante parole, si vedono tante parole. E poi convegni, incontri, tavole rotonde, seminari, davvero un regno di Bengodi di problematiche verbali addentate in ogni occasione e proposte in ogni condizione; tanto che saremmo il paese dei miracoli reali e sociali se soltanto un poco di questo calderone di buoni propositi e di buone curiosità verbali traboccasse nelle risoluzioni politiche e poi nel corpo della nostra società.

Ma tutto ciò attiene a una parte di questa Italia, attualmente sui manti innevati delle nostre superbe montagne. Fuori da beghe e miserie; fuori da tristi pensieri. Gonfia di sé e del proprio denaro.

L’altra parte d’Italia, e quantificando la più numerosa, sanguina come un rinnovato derelitto Cristo sulla croce. Lì si spara, si uccide, si massacra, si sequestra, si fugge, ci si rintana, si muore in tetra solitudine, si vegeta in attesa senza più alcuna speranza, ci si droga, si assalta, si stupra, ci si danna.

Un inferno di insolvenze, di insolenze, di indifferenze, di inadempienze.

Ma questa, sia chiaro, non è la parte infetta, la parte criminale della società; mente l’altra che parla, che divaga, che viaggia e stabilisce non è la parte buona e casta, non è la parte viva. Vero è che nel corpo infetto e straziato di questo nostro paese immobile da sempre e con la sola ferita feroce di una industrializzazione selvaggia e avida; massacrato dalla violenza delle armi e dalla inesauribile retorica delle parole; il sangue è sempre nella parte e dalla parte dell’Italia insultata, ignorata e ferita. Nella parte dei poveri, dei miseri, degli emarginati, dei drogati, degli infermi, dei vecchi di quanti – da questa società che non si guarda altro che allo specchio per ammirarsi agghindata – non hanno sollievi determinanti, consolazione concrete che diano qualche luce alla speranza.

A Bologna adesso si muore ogni giorno, si spara ogni giorno. C’è sangue ogni giorno per terra. C’è una violenza costante e implacabile; rapinatori che assassinano, cosche che si autoelidono e si massacrano, assalti cupi e misteriosi che lasciano vittime inermi morte o sanguinanti. La realtà di ogni giorno non sembra più controllabile, ed è come se il tessuto sociale, il ferreo tessuto sociale, di questa comunità, si fosse definitivamente sbrindellato. E lì giacesse per terra senza più tenuta. La cosa certa sembra essere, intanto, che ai mali reali non serve più venire incontro con il mezzo subdolo e quasi ricattatorio dell’elargizione, dell’obolo rapido e diretto, della promessa sorridente, degli auspici retorici e pelosi della pubblica amministrazione. Basta guardarsi in giro in Italia; alle prime piogge di dicembre – sempre un poco violente e aspre – terreni franano, montagne smottano, strade si squarciano, fiumi straripano, torri precipitano, vecchi palazzi si incrinano; tutti i guasti di una società maledettamente angariata e obsoleta saltano fuori in mezzo al cerone del trionfalismo più vieto.

E tale pare a me oggi la città di Bologna, lì collocata sulla pianura padana dopo le giogaie di un Appennino senza requie. Una città che non si cerca più, che non si chiama più, una città che non decide più ma è incerta e rimanda; che dice e non fa, che promette e inizia a fare e non conclude; una città che nella gestione faticosa ma irrimandabile del quotidiano sembra sempre più senza coraggio e sempre più spenta. Ci sono stati nomadi uccisi, vilmente assassinati, in luoghi squallidi, fangosi, senza cessi, senza acqua, senza luce, periferici, cimiteriali; ebbene sì ebbero alcune pronte promesse e poi quasi nulla è stato fatto, tanto da indurre un prefetto di uno Stato generalmente inadempiente e indifferente a rimbrottare l’amministrazione cittadina con asprezza, sollecitandola ad agire.

Eguale discorso potrebbe essere riferito agli immigrati, sballottati qua e là, senza principio e senza fine; pacchi postali allo sbando e in franchigia. Ci sono rimpalli di competenze, richiami continui alle mancanze dello Stato e così via; ma non sarebbe il caso di ricominciare a mettere le mani nel fango di casa propria per avviare finalmente la sistemazione dei problemi necessari e urgenti? Urgentissimi? Che non occorre il supporto di Marx o di Heidegger per riconoscere e allineare: la casa, la casa, la casa: ai giovani, agli anziani, agli immigrati. E poi la droga: lo spaccio, il consumo, la malattia, le cosche.

Bologna è una città assediata, non da oggi; oggi la drammaticità ha toccato il fondo. Assediata dalle residenze mafiose, dai traffici inerenti, dalle correlate violenze. Ha subito modificazioni, in negativo, stravolgenti e adesso boccheggiando chiede aiuto. Ma altro aiuto non può ricevere se non da se stessa. Questi sono giorni cruciali, di dolore e di mortificazione. Non vorrei che una mattina, o una sera, la città si ritrovasse sconvolta ancora una volta, ma non più all’improvviso, come nei giorni del marzo 1977.

Venerdì, 08 Luglio 2016 16:34

Un cittadino di Bologna al suo sindaco

Le cose da dire premono e sono le seguenti.

È fuori dubbio che c’è in questo momento in Italia, nonostante le ferie, un polverone tremendo, un vociare sovrapposto; l’unica legge che conta sembra quella del fuoco, anche nelle parole. Sono dunque in atto una violenza esplicita e un’altra implicita, che non solo si sovrappongono ma di volta in volta sembrano manifestarsi come la faccia dello stesso peccato. Tutto questo non tanto come opposizione o contrapposizione agli atti del potere istituito ma avendo come obiettivo quel che si definisce “un potere che si sta costituendo”, vale a dire il nuovo potere del compromesso storico, che ha il suo sostegno e la sua nuova immagine nel P.C.I. per tanto il polverone tremendo e il vociare sovrapposto si accaniscono contro questo P.C.I. Da tale esplose di violenza argomentativa e problematica l’autentica responsabile del trentennale sfascio nazionale sembra, e in effetti è, defilata lontana emarginata; quando non appare, come ad esempio nelle incongrue situazioni torinesi, romane e napoletane seduta sulla carega di una opposizione moralistica, ammonitrice, sibilante. Sicché dentro all’occhio del tifone c’è ancora tutto intero il P.C.I., che potrebbe sembrare il vaso di molte contraddizioni, dunque fragile e immenso nello stesso tempo, forte e tuttavia sempre prossimo a incrinarsi perché buttato dentro ad acque profonde.

Se questo polverone c’è, e se davvero si ascolta (perché sale da varie parti) il vociare sovrapposto, penso che sia impegno urgente e meditato di ogni galantuomo (senza secondi fini che non siano quelli di ricercare la verità dei fatti e le conseguenze della storia) di intervenire come può e sa, non tanto perché il polverone si plachi – anche se vuole questo – ma almeno perché ogni discorso si svolga con la necessaria fermezza e con chiarezza per arrivare a un qualche risultato; cioè a una conclusione utile, che possa aiutarci a capire e a farci uscire dal presente marasma; soprattutto rimettendo in moto un dialogo e un nuovo rapporto coi giovani che si vedono e si sentono emarginati e offesi come i nuovi lebbrosi. E dico utile nel senso della chiarezza, secondo un computo di realismo politico: chiarezza sulle cose appena accadute o che stanno accadendo o che si presume debbano accadere. Perché le cose accadono sempre in qualche modo, e nel modo più orribile, se non sono prevenute o prevedute o capite.

Oggetto della mia lettera-intervento è lo stato della città di Bologna, capoluogo della regione Emilia-Romagna, città universitaria, con 498.000 abitanti e con 60.000 studenti per lo più di fuorivia (di questi circa seimila sono stranieri). Bologna, da trent’anni amministrata da giunte di sinistra e da un sindaco comunista. Bologna, diventata esempio di buon governo in un mare di nequizie. Bologna, infine, dove sono accaduti i fatti di marzo. Quattro giorni che hanno lasciato nella città un trauma che non si è ancora composto; anzi, direi che mentre il dibattito polemico si è frastagliato in molti rivoli senza sollevarsi da una certa rozzezza greve o pigra, il clima politico si è fatto di giorno in giorno, nel rapporto coi giovani, con l’università, con la dissidenza, più rissoso e più contrapposto; quasi che una regia muovesse uomini, cose, dati, incidenti, e stravolgesse i particolari disponendoli in un immediato antagonismo, quale che sia. Lo stesso accade, quasi sempre, negli interventi a voce o a stampa che in questi giorni proliferano avendo per oggetto questa città che, ripeto, è certamente nell’occhio di un tifone.

E arrivo alle domande-risposte che riassumo per procedere con un ordine composto; domande-risposte che cercano di riepilogare i nodi di scontro che hanno costellato questi ultimi mesi ricevendo solo giudizi sommario o definitivi una volta per tutte. Mentre il recupero di una nuova problematicità critica e disinteressata, nel senso della ricerca, consentirebbe di sdipanarli con più rigore, con più verità e con utilità pubblica, per raggiungere una chiarezza che alimenterebbe un dialogo necessario; e per accantonare finalmente la rabbia viscida dei sentimenti offesi. Questi i punti:

  1. A Bologna, nei giorni di marzo, c’è stato un complotto? Contro chi? Da parte di chi?
  2. A Bologna, dopo i fatti di marzo, c’è stata repressione? Una repressione? Da parte di chi? Contro chi?
  3. Se non c’è stato complotto e se non c’è stata repressione, come giudicare quei giorni di violenza, lo schieramento delle polizie armate e la lacerazione che la città ha consumato contro se stessa?
  4. Oppure, se una repressione c’è stata, è servita soltanto a fermare e a isolare i provocatori e si è subito placata o al contrario ha allargato il tiro approfittando tatticamente del favore del vento?
  5. La città di Bologna oggi è di nuovo rassicurata dentro alle sue certezze e alle sue opere sociali oppure è ancora scrutata e sorvegliata, ancora inquieta incerta a causa di questi eventi che l’hanno segnata?
  6. In tutte le vicende seguenti ai fatti, quale il ruolo del Comune? Quale il ruolo dei militanti? Quale il ruolo della stampa locale del Partito?

Zangheri altre volte ha riposto, con decisione, di non avere mai parlato di un complotto ma di una provocazione calcolata e inserita dentro al moto violento degli studenti. Se questa è la risposta si può senz’altro condividere. Infatti c’è stata una provocazione da tempo in frenetica attesa, molto attenta e pronta a manifestarsi, che si è inserita dentro a fatti che furono “improvvisi”, dolorosi, violenti. Però come conseguenza a un tale giudizio si dovrebbe e si vorrebbe subito isolare dal movimento degli studenti in generale gli uomini di questa provocazione, mai identificati (anche se si conoscono legami, ascendenze, finanziatori). Non solo, ma si dovrebbe isolarli anche dai così detti capi studenteschi, sempre in evidenza, che hanno lottato a viso aperto, con errori certo, magari con rabbia – ma che non è mai stata vile. Invece la repressione indiscriminata è cominciata da loro e su loro, perseguendoli e inquisendo con una aggressività “globale” assolutamente deformante.

Non complotto ma provocazione, dunque. Una provocazione calcolata, sovrapposta a un moto più vasto in cui confluivano ragioni obiettive (quindi da esaminare e non da giudicare a quattr’occhi; da capire approfondendo l’analisi). Contro chi, e da parte di chi, questa provocazione? Ripeto anch’io: contro la città perché era questa città e perché da anni rappresentava un obiettivo primario per la criminalizzazione. Tanto più in un momento in cui si stava incalzando e colpendo il movimento operaio, politicamente vigile e impegnato, contrattaccandolo attraverso i meandri di una crisi economica manovrata e gestita. Ne segue una prima conclusione, a mio parere: neppure si sfiorano le cose accadute o correnti a Bologna in questi mesi se non si legano al contesto nazionale e agli avvenimenti in corso. Il P.C.I. che si avvicina all’area governativa presidiata fino a ieri da molossi in agguato; la necessità “ufficiale” di provarlo esigendo garanzie istituzionali in una situazione generale di emergenza (quindi, in loco, l’intera operazione di tutela dell’ordine pubblico affidata ai Corpi del potere centrale); contemporaneamente, in questa straordinaria occasione, cercando di conseguire il risultato atteso e preparato da tanti anni, quello cioè di corrodere la maschera pubblica di una città “nemica”.

All’altra domanda, che fa riferimento alla repressione conseguente alla violenza, rispondo che fin dal principio al mio giudizio si sono manifestate contraddizioni esplicite in ordine alla lettura corretta dei fatti. La repressione c’è stata; anzi, c’è stata una repressione che proprio per essere esercitata a Bologna ha assunto, in pubblico, rilievi macroscopici – e anche questo aspetto è stato poco o male considerato nel corso delle analisi. E invece è da considerare, per allargare il discorso e non per restringersi in una pungolosa difesa. Forse che la repressione di oggi è stata diversa dai tanti momenti repressivi degli anni cinquanta o sessanta? Stavolta la vendetta ufficiale si è esercitata soprattutto contro giovani studenti (e qualche povero anziano), centinaia dei quali furono arrestati con accuse vane, subito scadute; ma dopo settimane o mesi di prevenzione.

Quindi Bologna, per un proposito programmato, questa volta ha subito una repressione doppiamente iniqua: in quanto esercitata coinvolgendola col proposito di inquinarla e isolarla e in quanto si è in qualche modo riusciti a deteriorare il rapporto della città e del suo Comune con la popolazione studentesca. Questo mi sembra il problema più urgente da chiarire; e da chiarire seguendo una prospettiva più approfondita, se si vuole mettere riparo alla spirale di sospetto e anche di rancore residuo che scorre sotto la pelle della città, dividendola.

Come conseguenza delle cose dette, critico l’uso delle notizie specifiche fatto da «l’Unità» nella pagina locale; perché toccando il vivo di una situazione cittadina fortemente turbata, si vorrebbe un’informazione in merito meno polemica e più selettiva e più rigorosa. Basta una verifica delle intitolazioni. O, per esempio, l’avere trasformato un militante certamente scomodo e irrequieto ma cresciuto e conosciuto in città dove si muove e opera e studia con rigore da più di dieci anni in un rivoluzionario ossessivamente pericoloso e ubiquo alla Che Guevara. Farneticamento che non so definire se più tragico nella sua inconcludenza o più grottesco nei suoi risvolti rabelesiani. Lo stesso dico per Radio Alice in generale, raccontata come il fortilizio delle più terribili trame.

La repressione oggi è esaurita? Zangheri ha risposto che Bologna è la città più libera d’Europa. Era e lo è. Ma in questi giorni e dopo quei fatti la città non è più libera come prima, è sottilmente inquinata, irosa; soprattutto è confusa e tesa. Aiutarla a sciogliersi da queste contraddizioni è impegno richiesto a ciascun cittadino democratico, che può subito tradursi a sua volta in una richiesta d chiarezza finalmente esemplare nell’affrontare e selezionare i problemi. Tanto più che l’inquietudine di fondo e lo scollamento che divide almeno le due parti (la parte “ufficiale” e il popolo degli studenti) dipendono in gran parte da una scelta critica immediatamente compiuta dalla sinistra storica che si è proposta non come forza attenta e partecipante (che media e assimila) ma come forza che contraddice e subito si assesta da una parte segnata. Come forza di un potere e non come elemento che coordina una gestione unitaria dal basso. Ha ragione Stame, rimbeccato male in un pezzetto della cronaca locale, quando ci ricorda che il risultato polito più terrificante lo si è visto sulle pietre di piazza Maggiore, nella contrapposizione senza alcuna mediazione argomentativa e quindi senza voce, ma a braccia incrociate, fra operai e studenti.

Ecco perché credo che la situazione chieda di intervenire non con le parole affabili e ufficiali della politica ma con la qualità dei pensieri di nuovo pensati e dei sentimenti “rivisitati”; per dissociare i momenti di questa contraddizione e scomporre una volta per tutte la spirale che alimenta dissensi inveleniti. Tanto più che ottobre è vicino e sessantamila studenti arriveranno con la valigia a interrogare ancora una volta la città che un tempo amavano – e che amano ancora. Ma non saranno più quieti. Bisogna rassicurarli, coinvolgerli, interessarli, convincerli. Con altre parole, che non siano pietre.

Esemplarmente, a questo punto vorrei indicare due momenti storici di travolgente diversità “strutturale” vissuti a Bologna in tempi recenti: il giorno dei funerali dell’Italicus, che resterà memorabile come un momento irripetibile di celebrazione epico-politica senza alcuna mediazione; e il giorno dell’adunata dei duecentomila dopo le quattro giornate del marzo di quest’anno. Lì c’era un rancore trattenuto con forza, una inquietudine che era incertezza; e poi c’era la contrapposizione con ottomila studenti seduti per terra; una contrapposizione terribile e tetra. Voglio dire che oggi c’è bisogno, almeno fra noi, di ritrovare il ritmo e la tensione emotiva e mentale di quell’altro giorno indimenticabile.

Per la domanda sul ruolo assunto dal Comune, risponderei che è stato immediatamente istituzionale, previdente, prevedibile. Secondo me, senza una particolare emozione delle idee; che dovrebbe poi trasformarsi in una intuizione politica e quindi in una partecipazione immediata, che spinge a unire invece di selezionare e dividere, emarginando.

Con preoccupazione, io dico che bisogna compiere un’altra scelta e una svolta, per aggiornare sul modo dell’informazione e per ritrovare, anche solo in parte, un equilibrio che era stato intaccato. Dentro a ciascuno.

Si chiede un adattamento critico alla situazione. Solo così, a mio parere, la grande città di Bologna tornerà libera, come era.

Mercoledì, 06 Luglio 2016 10:27

“La sinistra monca con una gamba di legno”

A colloquio con Roberto Roversi, poeta, scrittore, drammaturgo. Libraio antiquario nel centro di Bologna per 50 anni, fondatore della rivista «Officina», paroliere per Lucio Dalla, voce critica della sinistra. Il poeta bolognese racconta la sua città «confusa che vive sull’arroganza del proprio ruolo», dei suoi muri imbrattati e del nuovo sindaco. Della sinistra dice: «Fa tenerezza nella sua mancanza assoluta di potere comunicativo». E parla della nuova censura: «si annega nel dire tutto, non si capisce più a quale sopruso dovremmo reagire».

 

Come sta oggi la sua città?

«Bologna è confusa. La situazione è aggrovigliata, e non è migliorata con il ritorno della sinistra al Comune. Ma come cittadino sono disposto a osservare e aspettare».

 

Perché aggrovigliata e confusa?

«Il mio è un giudizio severo, ma dato con amorevolezza. Aggrovigliate e confuse sono la politica e l’attività amministrativa, disposte più a confrontarsi con i grandi programmi che con la realtà concreta di una città che non dovrebbe essere gestita con più attenzione alle sue necessità».

 

Più attenzione a cosa?

«Per amministrare una città sarebbe importante prima di tutto lastricare bene le sue strade. Può sembrare una battuta, ma non lo è: proprio io, poco tempo fa, sono caduto inciampando in una buca».

 

Dov’è successo?

«In piazza Minghetti. È un fatto personale, sia chiaro. Che però non è stato dovuto solo alla mia imprevidenza, ma alla cattiva manutenzione delle strade di Bologna, un problema soprattutto per gli anziani che in città stanno diventando la maggioranza. Ma non mi sembra l’unico»

 

A cosa si riferisce?

«Bologna è sconciata da spray e pennarelli, ovunque: su muri, serrande, colonne. Con una continuità ossessiva, offensiva e anche banale che deturpa la faccia buona della città»

 

Ma i disegni sui muri c’erano anche nel ’68, negli anni della contestazione studentesca.

«Era un’altra cosa. La scrittura sui muri comunicava messaggi politici, che potevano essere di violenza o contraddittori, ma motivati da una partecipazione dei giovani e della gente. La città, controvoglia o d’accordo, attraverso i muri partecipava a questo colloquio, a questo gridare e interagire continuo tra le diverse parti. Ora Bologna è solo disadorna, denudata».

 

Magari il modo è disordinato e infantile, ma la voglia di comunicare è rimasta la stessa.

«Non penso. Una città deve mettere i suoi muri a disposizione: se sono disegnati mi sta bene ma devono dire qualcosa. Tempo fa dall’autobus ho visto scritto in calce bianca: “Mariuccia ti amo”. Quella era un’esplosione sentimentale a cui un muro deve dedicare la giusta accoglienza».

 

La sua città è ancora un laboratorio che fa cultura?

«Penso di no, il vero laboratorio italiano è l’Italia meridionale. Da queste parti si vive sull’arroganza del proprio ruolo, mentre al sud c’è ancora ricerca dinamica, inquietudine attiva, confronto. È lì che c’è maggiore interesse per le novità linguistiche».

 

E qui?

«Qui c’è una sorta di fastidiosa indifferenza e confusione. Sarà perché sono un po’ scettico e partecipe critico di questa realtà, ma non saprei di cosa gloriarmi come cittadino in questo momento».

 

Sotto le Due Torri è arrivato Cofferati, che nella campagna elettorale era lo “straniero”. Pupi Avati insiste: via il Cinese e Angelo Guglielmi da Bologna, hanno commissariato la città da Roma.

«Mi sembra assurdo. Cofferati è diventato sindaco dopo un’elezione regolare. Non c’è ragione di mandare via né lui né Guglielmi. Bisogna lasciarli lavorare anche se certe attese si stanno prolungando: adesso saremmo nelle condizioni di esigere dalla nuova giunta soluzioni efficaci per i guasti che inquinano la città. Invece mi sembra che si giri intorno, con una certa insistenza rallentante, ai mega progetti come il metrò. Bologna ha bisogno di aprire alcune finestre subito, per respirare un poco».

 

E quindi?

«Cofferati e Guglielmi ce li teniamo. Non per rassegnazione ma per convinzione, anche se è convinzione critica. Noi cittadini siamo destinati a pungolare e frustare i cavalli che ci guidano. Perché questi cavalli tenderebbero un po’ a impigrirsi e crogiolarsi nell’applauso generalizzato che è sempre negativo per gli amministratori».

 

A Bologna c’è anche la Fabbrica del programma di Prodi: il centrosinistra riparte da qui. Berlusconi sembra in difficoltà.

«Berlusconi non è mai stato un mio problema. Adesso sarà pure in crisi, ma la base su cui opera è intatta: è da dieci anni sulla scena politica e ha ancora televisioni, radio e case editrici. Starei attento a considerare il personaggio annichilito o superato: è sempre inserito in un sistema di potere, quello capitalistico, che gli è congeniale. Non è un isolato. Perderà sicuramente? Auguriamocelo, guardo alle cose giorno per giorno».

 

Con cautela.

«La politica è una cosa concreta, straordinaria, vitale: dobbiamo recuperare questo sentimento di dedizione e partecipazione. Stiamo a vedere. Il grandissimo Marx diceva che la vera rivoluzione richiede pazienza, il rivoluzionario fa un passo alla volta».

 

Vale ancora la parabola di Adolfo, l’uomo forte della sua pièce “Unterdenlinden”?

«Se penso alle cose che ho scritto, riconosco più attuale “La macchina da guerra più formidabile”: già allora era netta la sensazione che i problemi legati alla comunicazione e alla prepotenza del potere sarebbero diventati sempre più urgenti».

 

Che tipo di problemi?

«Non la censura intesa come spazi bianchi o cancellature. Oggi la censura non è sottrazione di fatti ma sovrapproduzione e sovrapposizione: si annega nel dire tutto. Prima si soffriva nel sottrarre le cose, e l’offesa era evidente: si poteva capire il sopruso e reagire. Adesso non sappiamo più a quale sopruso dovremmo reagire: tutto ci è detto, tutto ci ricopre. Perdiamo tempo a prendercela con Berlusconi, non avendo un’idea precisa di come organizzare una lotta sulla comunicazione che è drammatica».

 

In che senso?

«La sinistra non possiede nulla: né televisioni, né case editrici. E le riviste che ha sono scritte in politichese e quasi illeggibili. La sinistra è debilitata, anchilosata, monca: gira con una gamba di legno appoggiata a un bastone, come i reduci di guerra. A volte fa tenerezza nella sua mancanza assoluta di potere comunicativo. Non corre più: dovesse correre dietro a qualcuno ruzzolerebbe per terra con la sua gamba di legno».

 

E le televisioni del presidente del Consiglio?

«Berlusconi è quello che è, fa i fatti suoi e sappiamo bene come. Ma l’accanimento contro di lui è stato impostato in un modo talmente viscerale, sorretto, e accanito da coprire la mancanza di argomenti alternativi ed efficaci da parte nostra».

 

Da alcuni ani lei pubblica solo su riviste autogestite, eppure in passato ha scritto per «l’Unità» e «il Manifesto». È una scelta?

«Ho sempre pubblicato su giornali di sinistra: più erano di sinistra, più ci scrivevo. Ho diretto “Lotta continua” dopo Pasolini e Pannella: l’ho fatto perché pensavo che la libertà di stampa fosse in pericolo. Adesso non scrivo si potrebbe dire perché nessuno me lo chiede. Quei giovani redattori, i miei riferimenti in quei giornali, non ci sono più. Forse sarei poco stimolato, preferisco una comunicazione più emarginata ma immediata e rispettosa di certe regole».

 

Oggi la stampa italiana non gode di buona salute: si vendono meno copie, il prodotto non piace. Lei pensa sia tutto da buttare?

«Nessun foglio scritto è da buttare perché può avere un retro bianco da riempire con qualcosa. Sono immerso nella carta stampata da quando sono nato. Amo i giornali: mi piace leggerli, dissentire, arrabbiarmi. È solo che i giornali italiani sono per lo più scritti male. Il giornalista che scrive bene invece mi commuove, mi fa andare in brodo di giuggiole. Lo vado a cercare, lo inseguo».

 

Cosa intende per scrivere bene?

«Partecipazione: non sento più la passione di comunicare ciò che si dice. Chi legge dovrebbe essere percepito da chi scrive come un compagno di viaggio. Non voglio una stampa che mi dia sempre ragione: mi deve provocare e stimolare. Però vorrei sentirla più vicina, più mia».

 

Nella sua vita c’è stato il giornalismo, la politica e naturalmente la poesia… Ma adesso è ancora qui, dentro la libreria antiquaria Palmaverde di via De’ Poeti.

«Una libreria legata ad una scelta precisa, non quella dell’alto antiquariato, ma del libro esaurito, un po’ raro e di cultura: mi è sempre piaciuto di più».

 

È ancora aperta al pubblico?

«No, abbiamo chiuso da un anno. Adesso cerchiamo di concluderla in modo affettuoso».

 

In che senso?

«Mia moglie ed io abbiamo sempre detto che come non si vende un figlio, non si vende neanche la libreria. Quindi non la cediamo ma la chiudiamo, spegnendola con un soffio come si fa con una candela sulla torta di compleanno. Però i libri bisogna cederli, mi sto occupando di questo».

 

A chi cederà i libri?

«Ci sarà qualcuno che li comprerà, sono ottimista. Epicuro diceva: “Mentre siamo per via cerchiamo di rendere oggi migliore di ieri. Ma quando giungeremo alla meta gioiamone con moderazione”. Mi sembra un’indicazione di vita straordinaria, da usare anche in politica».

 

Già.

«C’è un grande filosofo contemporaneo che ho già citato facendo ridere mezzo mondo. Ma l’ho citato con serietà in testi abbastanza seriosi: è Jovanotti che canta “Penso positivo perché son vivo, perché son vivo”: sembra Kant, Hegel, Leibniz, non oso dire Platone o Aristotele… Questa è la massima che i giovani dovrebbero portare con loro. Non con superficiale ottimismo, ma con generosa, drammatica volontà di superare le difficoltà».

 

(Alla digitalizzazione di questo articolo ha collaborato Riccardo Pestrin)

Roberto Roversi, poeta, drammaturgo, libraio: da quel giorno del ’41 ai testi per Lucio Dalla. E un vecchio amore: il ciclostile. Per divulgare.

 

 

 

«Sì, ricordo, ero con Leonetti e Pasolini: pensavamo già di fare non dico ingenuamente, ma generosamente, una rivista. La giornata era bella, l’aria tiepida, i prati verdeggianti…

Mancava solo che qualche farfalla volasse e sembrava di essere nel più felice dei mondi. Intanto a distanza si sparava e ci si ammazzava. La guerra era terrificante, e in mezzo si era giovani». È il 22 giugno 1941 e Roberto Roversi, in compagnia dei due compagni di università ai giardini Margherita, apprende da un uomo in bicicletta che Hitler ha invaso la Russia. La guerra arriverà anche a Bologna: «Ricordo il primo oscuramento: fu una meraviglia, la gente girava per le strade di una città tutta al buio. Bologna diventava misteriosa e affascinante, era ancora una piccola, straordinaria città medievale».

 

Anni dopo, nel 1955, Roversi, Leonetti e Pasolini fonderanno Officina,la rivista che in quattro anni diventa laboratorio di idee e proposte, punto di riferimento per giovani scrittori e intellettuali, tra cui Calvino, Gadda, Moravia, Penna, Sanguineti, Sciascia.

 

Roberto Roversi nasce a Bologna nel 1923, si laurea in Filosofia nel ’46, e due anni dopo, inizia il mestieri che non abbandonerà mai, quello di libraio antiquario. In mezzo la poesia, i romanzi, il teatro, le riviste in ciclostile, l’impegno politico e le canzoni scritte per Lucio Dalla e gli Stadio.

 

Dal ’42 pubblica le prime raccolte in versi (Poesie, Poesie per l’amatore di stampe, Il margine bianco per la città). Nel ’62 esce Dopo Campoformio, in un’edizione curata per la Feltrinelli da Giorgio Bassani. E poi ancora: Le descrizioni in atto, Trenta poesie di Ulisse dentro al cavallo di legno, L’Italia sepolta sotto la neve.

 

Tra gli anni ’60 e ’70 scrive tre pièces teatrali, (oggi pubblicate dalla casa editrice Pendragon): Unterdenlinden, Il crack,rappresentati al Piccolo di Milano tra il ’67 e il ’69, e La macchina da guerra più formidabile (la definizione che De Sanctis dà dell’Enciclopedie di Diderot). Sono di quegli anni anche i tre romanzi: Caccia all’uomo (Mondadori), Registrazione di eventi (Rizzoli), I diecimila cavalli (Editori Riuniti). Nel ’98 viene rappresentata in piazza Santo Stefano, a Bologna, un’altra pièce, Enzo Re.

 

Per Lucio Dalla scrive trenta testi per tre album: Il giorno aveva cinque teste, Anidride solforosa, Automobili, che contiene la canzone “Nuvolari”.

 

Dopo i quattro anni di Officina, continua da solo a pubblicare riviste in ciclostile. È editore di Rendiconti, La Tartara degli influssi, Le Porte. Di quell’esperienza ricorda: «Rendiconti durò 17 anni di fila. L’epoca del ciclostile adesso è passata, però la mia macchina è ancora qui: ha lavorato come una matta. È sempre stata lucidata e spolverata. Ma a un certo punto si deve dire basta, come per i cavalli da corsa. Adesso il cavallo è nella scuderia». La scuderia è la libreria antiquaria Palmaverde di via De’ Poeti, aperta nel ’48. Negli ultimi anni Roberto Roversi ha ancora pubblicato da sé piccoli periodici «usando il computer». L’ultimo è Il giuoco d’assalto (antico gioco bolognese del ’700, in cui due giocatori debbono “mangiarsi” vicendevolmente), in collaborazione con Salvatore Jemma.

 

(alla digitalizzazione di questa intervista hanno collaborato Laura Calconi e Matilde Addario Solieri)