Sculture da camera sono dette, sul frontespizio del catalogo, dallo stesso autore, le opere che Gabriel (Gabriele Lalatta Costerbosa) si è disposto ad offrire con vigile indipendenza e ansiosa generosa vitalità. E come osservatore molto curioso, posso dire che queste sculture sono disposte (come frammenti di cose sollevati da venti sottili) a muoversi o a indugiare straordinariamente armoniche e leggere nell’aria; meglio, nello spazio. Lì dove possono essere non solo ben guardate ma anche sfiorate dalle mani.

Quello che intimamente coinvolge, almeno me coinvolge, è come queste sculture da camera possano, anzi sappiano percepire e raccogliere ogni vibrazione, ogni respiro, quasi ogni gesto sia pure lievissimo intorno, e mettersi essa stessa a sussurrare, quasi danzare e cantare non per fragilità ma come rianimate da una ebbrezza di nascita; è questo, definendo un’azione completa di comunicazione, che tende a diventare spettacolo corale.

Disponendosi defilato contro l’ossessionante impetuosità Spettacolare di buona parte dell’arte dei nostri giorni, Gabriel riesce a raccogliere e raccontare, dalle minuzie del nostro destino, memorie del passato e intuizioni del futuro; e le raccoglie e le raduna e le riordina quasi sulle mani, come orme vive tuttora da fare alzare in volo più che da collocare, definite e silenti, nella galleria di raccolta.

Ogni sua opera, in effetti, è la conclusione di un percorso di pensiero, o di pensieri.

Ed è inoltre il contrassegno di una davvero notevole indipendenza – direi intraprendenza – nei riguardi degli obblighi ufficiali e istituzionali dell’arte in movimento – che, si sa, può fare tutto ma che quasi sempre, se vuole uscire allo scoperto deve fare i conti con tutto il peso dei poteri in atto.

Ecco perché, a me spettatore, queste «sculture» danno l’avvio a due ordini di riflessioni. La prima è sulla assoluta indipendenza nella collocazione della sua opera; nella decisione e convinzione di avviare e preservare un luogo vivo e attivo; non piccolo museo, non grande galleria ma, come dire?, casa paterna, luogo in cui anche di notte si può ritornare, accendere la luce, e riordinare, toccare, sfiorare, parlare.

Quasi da lucida bottega artigiana dei tempi antichi.

La seconda riflessione, o più particolare e specifica mi induce a prendere atto che questa riduzione all’essenziale riporta ancora una volta a protagonisti della nostra vita e dei nostri sentimenti e dei nostri pensieri – contro, ripeto, la globalità imperante e frastornante – gli attimi brevi e vibranti, le voci che sembravano dimenticate o sperdute. Tanto è vero che l’apparente rugginosa modestia delle opere in oggetto, se appena sfiorate da una luce, splendono.

«Questi strani oggetti», come li definisce con sapiente e scrupolosa e affettuosa ironia Munari. Così è, da spettatore; che invita altri spettatori eventuali a visitare questa «proposta d’arte», sembra davvero non debba lasciare delusi.

Martedì, 30 Ottobre 2018 15:33

Ascoltare, ascoltare

Sabato 10 novembre, ore 18
Museo della Città di Bologna,
Palazzo Pepoli
via Castiglione 10, Bologna


Ascoltare, ascoltare

Viaggio nella poesia di Roberto Roversi

 

reading a cura di
Anna Amadori
scelta dei testi di
Antonio Bagnoli
collaborazione organizzativa e coordinamento di Alessandra Farneti per Agorà

Con
Daniela Bises, Saverio Mazzoni,
Giovanna Rosso, Angela Sciolla,
Evelina Volta, Carolina Yerovi
(gruppo Biancaneve Notturna)

 

 

Sabato 3 novembre, ore 21
Teatro Alice Zeppilli e Sala consiliare,
Piazza Andrea Costa 17, Pieve di Cento

Martedì, 23 Ottobre 2018 15:01

Roberto Roversi, un poeta italiano

Lunedì 29 ottobre, ore 11
Scuole Medie “Angelo Gessi”, Pieve di Cento

Roberto Roversi, un poeta italiano

Con Matteo Marchesini
Incontro riservato agli alunni della scuola

Mercoledì, 17 Ottobre 2018 07:43

I libri di RR

Sabato 20 ottobre, ore 18
Sala Partecipanza,
Via Garibaldi 25, Pieve di Cento


I libri di RR
Mostra bibliografica e dimostrazione di stampa
Con Antonio Bagnoli, Maurizio Boiani e Luciano Ragozzino

 

Ho da dire questo, per diretta competenza. E in quattro parole; non per liberarmi in fretta di un impegno, ma perché‚ ciò che ho da dire si può stringere bene in quattro parole. Così: il calanco grida di notte e io l’ho sentito gridare. L’ho visto anche di giorno, e per lunghi giorni. Di giorno sembra imbronciato, molto pensieroso. Lo assillano i pensieri, e sembra che li segua borbottando una qualche sua canzone. Ma di notte il calanco fa paura, dopo che il cielo si è chiuso o abbassato con il rumore di una serranda arrugginita e il grande lenzuolo copre le cose del mondo dove il calanco risiede. Anch’io ho avuto questa paura. Non lo scrivo tanto per scrivere, non lo dico tanto per dire; davanti al calanco sono stato seduto per mesi, nel corso di parecchi anni seguenti al tempo che ero citulo e la mia barba appena spuntava. Dove? Dov’ero? A Montecalvo, in cima alla punta del colle, dove adesso sussistono i ruderi di una vecchia costruzione, che era una villa fortilizio, tutta merlata all’araba, con muri spessi un metro, avuta da mio padre prima dell’ultima guerra e poi bombardata e distrutta nei primi mesi del ’45. Lì, o là sopra, ci passavo l’estate, in pieno sole (non c’era un albero), in pieno vento (quando soffiava il vento), in piena nebbia (quando arrivava improvvisa la nebbia, gonfiandosi con grandi colpi d’ali; e proprio sull’orlo dei precipitosi calanchi arruffati e distesi sotto i nostri piedi). Durante il giorno, in quella solitudine e in quel silenzio, non mi restava altro che visitarli, sfiorarli, provocarli un poco tentandoli con cautela. Sul bordo delle ferite, e anche dentro, i grandi cespi delle pallide cupe meravigliose e quasi sgomente ginestre, sembravano deposti sopra tombe di antichi re ormai dimenticati. Era bello allora sollevare gli occhi e guardare in alto il volo degli storni. Ecco dunque che do relazione di questo mio emozionante e travagliato (in ordine di sentimenti) rapporto con il calanco. Egli raccoglieva il sole e poi l’ombra del sole e poi l’ombra quieta e celeste del vespro e poi il cupo fragore della notte. Io ero lì vicino che l’osservavo, costante. Un piccolo prometeo non divagante, legato a quel suolo. Sempre in bilico su qualche piccolo precipizio, e con il timore che dovesse prima o poi aprirsi e precipitare franando. Non sapevo ancora che il calanco è, sulla terra, come la ruga profonda sulla fronte del vecchio marinaio; o del vecchio contadino. Segna la fatica della terra, il suo lungo errare prima del suo momentaneo assestamento. Essendo una ruga antica e profonda, può indicare anche una momentanea raggiunta saggezza? Non sapevo allora, e non so oggi, rispondere.

 

da Andare per parchi. Informazioni turistiche, suggestioni e curiosità sui parchi e le riserve dell’Emilia Romagna, a cura di Centro Villa Ghigi,opuscolo distribuito con «la Repubblica» insieme alla prima serie di pieghevoli della collana “Parchi e Riserve dell’Emilia-Romagna”, Regione Emilia-Romagna,1992.

Venerdì, 13 Luglio 2018 08:10

Poeta di squisita intensa misura

Pedretti è poeta di squisita intensa misura, ma non prezioso. Il suo dialetto, in versi, ha una specie di levità porosa che sembra possa raccogliere non solo la luce ma l’ombra e certa tenera violenza della gente. Infatti è un autore che tende a restare piuttosto all’aperto ma per catturare, fissare i dettagli, gli oggetti – e immedesimarsi poi con una cura quasi vibratile. Per farne, secondo una giusta indicazione critica, dei personaggi; oppure, si potrebbe aggiungere, dei segni enigmatici, ma di un enigma che si schiarisce rapidamente al seguito di una tensione sempre implicita di definire, si precisare – in qualche modo di concludere.

Quasi come i pittori che sulla superficie levigata e brillante di un oggetto riverberano il particolare preciso di qualche cosa che è fuori della scena – e che riconquista così la sua vitalità nel giuoco visivo, per questa straordinaria rifrazione.

Dunque poeta colto, attentissimo fino alla minuzia al materiale linguistico, eppure capace di una libertà non contratta, anzi quasi intransigente, nell’accettare la sottile spietata ambigua violenza dei sentimenti. E la sottile spietatezza e la quieta violenza, che però non lascia scampo, delle contraddizioni suggerite dagli stessi sentimenti che affiorano dalle nostre storie terremotate.

Sentimenti che possono accendere anche rabbie, scontrosità risentite, abbandoni secchi e suggestivi (come un reclinare in sé), e impennate della memoria (echi appena raccolti della strada). Un proliferare magico ma anche reale di fatti, talvolta in vitalissima connessione; di voci, persone, animali che sono in scena e scompaiono quasi travolti da misteriose ubiquità.

Pedretti, anche in questi racconti che sono pubblicati postumi, è lucido e implacabile nella cura di levigare ogni particolare; ma coinvolge e sorprende anche per la varietà dei registri narrativi; tanto che leggendo si è come condotti e poi raccolti in un altro mondo, in cui lui ci convince a restare, ascoltando. Un poco straniti, eccitati per la qualità sottile delle storie che ci ha rivelato; ma anche più chiari, con ironia e fantasia, nei riguardi di noi stessi.

Mercoledì, 11 Luglio 2018 15:03

Pagamento in contanti

Desidero premettere a questo manipoletto di note sui nostri fatti (note in verità quasi private) una citazione, abbastanza lunga ma pertinente, da Huberman e Sweezy (Cuba, anatomia di una rivoluzione), che ho sempre ricordata: «L’esperienza di governo in Cuba è stata tradizionalmente esperienza di malgoverno, sfruttamento, ruberia. Lungi dal risolvere i problemi del paese, il governo stesso è stato uno dei peggiori elementi di un sistema putrido. Fra i grandi vantaggi dei giovani uomini e donne che combatterono e vinsero la rivoluzione, c’era quello che essi non avevano invece nessuna esperienza di governo, che essi disprezzavano la classe irrimediabilmente corrotta che aveva avuto una tale esperienza, ch’essi erano infiammati da un’ambizione divorante di fare le semplici e ovvie cose che dovevano essere fatte per sollevare i loro concittadini dalla miseria in cui trascinavano le loro vite. Semplici ed ovvie cose, come ridurre i prezzi imposti dai profittatori [ecc.]. Semplici ed ovvie cose? Sì, mille volte sì. Non c’è bisogno di nessuna profonda raffinatezza economica, di nessuna iniziazione nei segreti del governo o dell’amministrazione, per capire che cosa si debba fare. Quel che occorre è una simpatia per gli esseri umani, una passione per la giustizia, ed una visione non offuscata dai feticci e dalle confusioni della ideologia borghese. Tali qualità avevano in piena misura i giovani uomini e donne che facevano la rivoluzione cubana».

Si ha così un’ulteriore (e autorevole) conferma, se mai occorresse, che nessuna esperienza è condizionante ai fini dell’esercizio del potere politico: che tutto si può improvvisare o, in definitiva, inventare (proprio in opposizione alla suggestiva e capziosa tesi dei programmatori tecnologici); che la specificità che si traduce in specialismo (lo specialismo politico in senso tradizionale o professionale) è soltanto una definizione ed è una richiesta ricattatoria da parte dei detentori del potere per conservare il terreno sgombro e allontanare gli avversari – anche se ovviamente un minimo di cautela è necessaria, un quantum d’attenzione – per non assegnare incarichi o impegni esclusivamente a dito.

Essendo la bonomia (quella particolare tolleranza, superficiale, con cui condiscono gli incontri o gli scontri in un primo momento; e che serve qualche volta a tali forze per opporsi e cooptare le pressioni dei gruppi esclusi dal potere, da ogni potere) una mistificazione in atto che non si risolve in alcuna verifica reale (se non nella malafede del preopinante) mentre in effetti consente ai gruppi delle persone reali (che sono queste e quelle) un privilegio generalizzato e pressante (nel senso di una prevaricazione economica, ideologica, fisica addirittura).

Se sei buono sta buono; altrimenti non è possibile, nella pacifica convivenza e connivenza del sistema che non vuole scosse (almeno, non vuole subirle), tollerare un tipo di pressione anomala che produce disarmonia, nel contesto, e intorbida le acque. Questo delle acque intorbidate è un motivo ridondante del potere (ripreso con una corona di argomentazioni anche recentemente dai vari ministri polizieschi); ed è il richiamo, molto solleticante, con cui si tenta di risvegliare l’indifferenza, il languore dei benpensanti nei momenti di maretta. Attentano alle istituzioni (dicono), cercano di rovesciare tali istituzioni (dicono); dunque teppisti, cioè personaggi indefiniti o maldefiniti, non collocabili o malcollocabili, anarcoidi, senza una connotazione che li definisca nel panorama delle varie forze contrapposte (che poi finiscono per armonizzarsi a vicenda).

Scrivendo in altra sede che questa Italia fa schifo (ed è stato detto, meglio, che «non ci può essere alcun ghetto d’oro nella società di merda»; Mauro Rostagno, Anatomia della rivolta) intendevo proprio indicare (sia pure dalla solita posizione miserella e protestataria) l’impossibilità di reperire almeno una direzione organica, nell’insieme della situazione ufficiale, che potesse essere in condizione (o fosse essa stessa in condizione, in qualche modo) di intendere le nuove «necessità» (e non solo queste) che si esprimevano dal basso. Pressioni autentiche, spinte non soltanto eversive, il fastidio dell’apatia (come condizione sociale), un rabbioso anomalo e tuttavia struggente bisogno di inventare (che è molto diverso ed è soprattutto molto più nuovo che cambiare).

Un bel saggio di Saverio Moravia (La crisi della generazione sartriana, in Rivista di filosofia, dicembre ’67) consente di verificare ancora una volta, attraverso la ricognizione documentaria (e documentata) dei problemi e dei personaggi (rilevanti), come la vicenda di questo quindicennio si sia svolta da noi in un ambito ancora subalterno (mi riferisco al dibattito culturale), con ricuperi retrodatati fino alla noia e con aggiornamenti consumati con una fretta angosciosa; e ben più limitato su quello delle personalità, dei personaggi, degli uomini che dicono cose. Un libro come diario in pubblico era ed è restato un unicum da noi; insieme all’altra opera dieci inverni, che resta esemplarmente, a mio giudizio, a indicare una «punta» generazionale di alta tensione e inquietudine intellettuale.

Ma entrambi i volumi, di Vittorini e Fortini, così densi e unitari in sé, apparivano più che promotori di novità (di una qualche novità) come degli indici negativi, sia pure stupendamente disposti, di una situazione; registravano delle conclusioni, magari parziali e non degli avvii («Quello che possiamo fare, che dobbiamo fare, è cercare di essere intellettualmente onesti, vale a dire, prendere sul serio gli uomini e le idee e non criticarli se non implicitamente o esplicitamente criticando noi stessi; e non credere che le verità dei maestri proteggano i nostri errori»; Fortini). Esprimevano dei giudizi (dettagli) convalidati, meglio: contrassegnati da una «graffiante» rassegnazione alla difficoltà di progredire, pur esprimendo e cercando questa volontà («Il passato poteva essere stato un errore, il futuro era molto remoto»; idem). Difficoltà per andare oltre, per riuscire a vedere oltre la siepe. Nel senso che, mentre si andava esaurendo nei singoli e nei gruppi tale spinta resistenziale (si può dire lo spirito del quarantacinque? O, come scriveva Fortini, le illusioni del primo dopoguerra? «Diradate le illusioni del primo dopoguerra, aver noi dato ormai quanto era possibile»), si compiva il progressivo scadimento di quella tattica dell’ideologia (o ideologia tattica) che presiedeva, ambiguamente, alla praxis del partito; e a questa regressione assistevano, senza intervenire con «cauzioni» ideologiche o verifiche tempestive, tutti (tranne i pochi casi dichiarati) i personaggi della cultura gauchisante, che già si disponevano a consumare la prima delle proprie terribili (e periodiche) crisi; ormai disposti a ripetere, con Sartre, «noi non abbiamo più nulla da dire ai giovani»; e semmai accentuandola, affrettandone il processo di sclerotizzazione, con aggiunta di perplessità (per lo più d’ordine privato) e con paure, con il cavillo erudito o una rassegnazione che stabilizzava tutto il discorso culturale su un terreno in cui si compiva, si stava compiendo, l’agonia della sinistra («gloriosa, placata, la sinistra era appena entrata in quello stato d’inesorabile agonia che doveva portarla alla tomba tredici anni più tardi al suono delle fanfare militari e noi, pauvres cons, le trovavamo un buon aspetto. Dei soldati e dei politici venuti dall’Inghilterra e dall’Algeria schiacciavano sotto i nostri occhi la Resistenza, sottilizzavano sulla Rivoluzione e noi scrivevamo nei giornali, nei nostri libri che tutto andava alla perfezione»; Sartre).

Conseguì in un secondo tempo, a distrarre da tale situazione esemplificata (tipica di un’impasse) l’apparente euforia, molto simile a un rilancio psicologico, che presiedette (in vasti settori) alla instaurazione dei nuovi, o appena diversi, moduli, con cui il sistema corresse se stesso, aggiustò il proprio tiro; cioè sia pure in situazioni diverse, al gollismo francese e, facendo riferimento alla situazione italiana, alla preparazione poi all’avviamento del centrosinistra, dapprima contrastato da forze antagoniste d’ogni genere, nell’ambiente ufficiale e infine accompagnato da alcune suggestioni aperte alla speranza – occorre pur dirlo, per intendere. («Vi sono, naturalmente, molti che pur riconoscendo i pericolosi limiti a cui è giunto il mondo capitalistico, credono che sia possibile aggiustare e riformare il sistema in modo da adeguarlo agli interessi reali della società»; Sweezy, Il presente come storia).

Ma era abbastanza facile prevedere, anche in contrasto con l’opinione di amici seri che lo ritenevano possibile, che questa operazione, il cui primo quinquennio «operativo» si conclude adesso sotto i nostri occhi, a nulla sarebbe servita se non a esautorare definitivamente il socialismo in quanto tale, inglobandolo in un’operazione di potere subalterno, i cui vantaggi primari sarebbero andati a chi questa operazione aveva programmata (con una scaltrezza pari alla chiarezza con cui si intendevano e proponevano i risultati). Assumendo in ruolo subalterno i socialisti, questi programmatori politici si disponevano a perdere, anche con un piacere subdolo (o proprio come una necessità dell’operazione) le frange moralistico-teologiche – prestigiose ma inefficaci, secondo una diagnosi interna – surrogando questa defezione con appoggi e voti di generica e nuova provenienza.

D’altra parte era evidente (e necessario) che avendo estromesso queste minoranze, intendessero anche liquidare, rendendole inefficaci in ogni senso. Questa pare debba essere la prima fase (non una fase conclusiva) di un’operazione più scaltra e a meno breve scadenza, di cui si stanno già delineando i contorni. Compiuto l’omicidio-suicidio politico del socialismo, il cui cadavere imbalsamato è in bella mostra nel mausoleo delle glorie patrie (che si apre negli anniversari per inumidire il ciglio dei veterani e per rallegrare la baldanza retorica degli oratori professionali), è da aspettarsi l’avvio di un’analoga operazione di assunzione-esautorazione nei riguardi del partito operaio; operazione tattico-politica che sarà compiuta ovviamente con tutta l’accortezza necessaria e con teatrale ipocrisia; con la coscienza della difficoltà e complessità dell’operazione; ma intanto contrabbandando come al solito il proposito sotto l’ombrello del diniego, di una ripulsa risentita, della negazione pubblica di ogni possibilità di collusione e con l’esibizione dei contrasti.

È ovvio. Ma il circolo di un’operazione ventennale, che ha già fatto del governo d’Italia un regime d’Italia, non si può concludere senza che questa estrema operazione sia tentata (magari, secondo le loro speranze, conclusa) predisponendo le cose (le opere e i giorni) a una integrazione di potere che distragga, col gusto del privilegio, le tentazioni eversive – che tuttavia si vanno già sfocando. Per disporsi, almeno in un atteggiamento interlocutorio, a una simile prova, si è compiuta a sinistra la stessa operazione (gretta, politicamente) di espunzione e distacco delle frange più resistenti al riformismo e al tatticismo paragovernativo (che la linea amendoliana ha reso ufficiali). Non è una indicazione parziale. Le regioni (una soluzione utilitaristica di sottogoverno e di potere, senza alcuna efficacia ai fini specifici) saranno, e dovranno essere, il banco di prova per la realizzazione di questo progetto a cui dobbiamo prepararci – e contro il quale è urgente impegnarsi fino in fondo. Se basta sperare un decennio da trascorrere nell’apatia (che è morte apparente), in cui guardare crescere i figli e imbiancare i boschi, questo è il dettato per la pace del nostro cuore. Se ci disponiamo ad altro, invece, e vogliamo altro; se non basta il solo gusto della vita perché questa vita possa continuare (perché vogliamo che continui); allora è necessario riflettere attentamente su questo e in qualche modo agire perché il malanno non si compia e tutti i salmi non finiscano in gloria.

D’altra parte questa esigenza non è solo un proposito culturale o sentimentale da battere sulla carta o da dibattere a parole con voci risentite. Chiunque, in questa situazione e in questa condizione, fatica la vita avendo poche ragioni per intendere questa vita come gaudiosa e per godersela in qualche modo (questa vita); chiunque si scotta e si scontra con l’impegno opprimente e cifrato di ogni giorno ed è dunque fuori dalla lietezza, solo apparente, di questo navigar pittoresco che allieta le stagioni dei benpensanti; sente sopra di sé, e intorni, come un dato assillante che l’aggressività fredda del sistema si fa più tesa, incalzante; che si stringono invisibili catene – oltre a quelle che addirittura si vedono intorno ai polsi di amici; insomma sente che è sempre più difficile vivere, resistere per sé, sopravvivere, proprio in ordine ai problemi e alle necessità pratiche, primarie; e che il regno di bengodi è fasullo e tocca semmai altre sponde. Ci sarà magari chi potrà trarre (e trarrà) deduzioni diverse dallo stato dei fatti, non soltanto italiani («di fronte alle seduzioni del capitalismo d’organisation francese, anche a costo di dovere accettare gli anacronistici paludamenti del regime gollista, tanta cultura engagée, humaniste, raisonnable abbandonerà senza apparenti rimpianti la scomoda vita dell’anticonformismo reale»; S. Moravia, cit).

A noi basta verificare i lividi e le piccole ferite, sulla pelle, che definiscono, patendola, una situazione. C’è anche chi muore, in siffatto modo. Tutto è oro. Dunque, a questo punto, finiscono per non servire più neanche i discorsi sofisticati (fra la Virtù e il Whisky) dei neo-alessandrini che disquisiscono sui palinsesti marxiani e teorizzano l’ideologia della foresta («ciò che fin da principio distingue il peggiore architetto dall’ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera»; Marx).

La quale ideologia si pone come una diversione e non come un’alternativa d’azione nella situazione attuale; ed è una diversione abnorme. Cito ancora da Sweezy: «Dodici uomini, ciascuno con un fucile e dieci cartucce, nascosti sulla cima di una montagna. Un esercito, una flotta, e una aviazione forti di 30.000 uomini, equipaggiati con le armi più moderne […] con milioni di dollari disponibili per far affluire ininterrottamente rifornimenti di viveri e di munizioni. Tale appariva lo schieramento delle due parti che si accingevano allo scontro finale. Se il quadro fosse stato tutto qui, sarebbe stato impossibile che i dodici uomini sulla montagna vincessero […] In realtà non erano affatto solo dodici uomini; avevano alleati dappertutto a Cuba, nelle montagne e nelle vallate, nei campi, nei villaggi e nelle città […]. Gli studenti che erano politicamente impegnati e desideravano una rivoluzione furono fin dall’inizio dalla loro parte. A mano a mano che il tempo passava e la lotta si inaspriva, sempre più numerosi gruppi passavano al loro fianco».

Da cui si deduce una situazione «realisticamente» rivoluzionaria, una obiettiva condizione di fatto. Tale fu a Cuba, nella convergenza che deve subito compiersi fra uomini armati e popolazione che attende; tale è in Vietnam, perché essendo già in atto, è stata alimentata dall’appoggio largito da due grandi potenze; senza le quali l’eroismo che è leggenda di quel popolo non avrebbe che potuto alzare un monumento a se stesso. Ma Fidel non può soccorrere il Che nell’epinicio in Bolivia; Fidel può solo esaltarne la morte; il dissenso fra i due vecchi compagni è sul modo della «nuova» lotta (sul modo, sui mezzi ecc. per continuarla); è un salto, cioè è una scelta fra la politica e non una diversa politica (cioè l’invenzione d’altra politica) ma la continuazione di un’operazione che s’era già conclusa (in tal modo). E che richiedeva nuovi strumenti. D’altra parte, sappiamo, la leggenda non è storia.

Anche se l’immaginazione storica permette di superare gli scogli delle abitudini e dei sofismi delle nostre idee ed esemplificazioni parziali. La nostra storia potrà apparire negli anni a venire come una serie abbastanza lunga di occasioni perdute, di contrasti e di faticose progressioni entro cui (o intorno ai quali) l’uomo di questo secolo ha svenato per buona parte se stesso; ma non potrà non considerare «nuova» (nel senso di un’utilità rapidamente maturata, e dirompente nei riguardi dei vecchi schemi) la violenza della «rivolta» studentesca – un fatto non soltanto italiano; o, per precisare, un fatto che è diventato anche italiano, connotandosi specificatamente.

Avendo già acquisito alcuni elementi generalizzati a cui potere accostare lo svolgersi della situazione in Italia, non tanto lo spettatore quanto i simpatizzanti hanno davanti alcuni dati non per giudicare la situazione in generale (che non può essere ancora giudicata né tantomeno valutata) ma per cercare di cominciare a intenderla; intenderla nelle sue componenti di svolgimento. Al di fuori degli entusiasmi d’individui senescenti (che aspettano da altri una seconda giovinezza) o dei soloni che si buttano su ogni avventura per una sorta di erotismo culturale; se cerchiamo di considerare la situazione con l’attenzione e la serietà necessarie, pare che si comincino a delineare, insieme a questa «violenza» positiva (ma che non può continuare a restare soltanto violenta) i primi tentativi di discorsi sistematici, elaboranti un insieme di dati che possano permettere alla base studentesca di trasformarsi in una forza non ricattatoria né eversiva (intendo sul piano dell’utile immediato, corporativo) ma contraddicente (globalmente) e rivoluzionaria nel senso del rifiuto, motivato, di ogni concessione riformista; e soprattutto coagulante entro sé (per quanti sono dentro) o intorno a sé quelle frange politiche espunte o comunque allontanante dal giuoco dei partiti.

Oppure, anche più realisticamente, convergente nella direzione di quelle. Ci aspettiamo comunque, come un compito già annunciato, l’allargamento della base studentesca all’elaborazione e alla realizzazione del dibattito generale (come è stato detto: una politicizzazione continua), che è l’impegno primario, difficoltoso a compiersi per l’irrequietezza ideologica e la promiscuità che deve esser composta; la ricerca di un’unità o solidarietà operativa a tutti i livelli e non soltanto nelle occasioni ufficiali; e infine, dopo l’instaurazione di una inevitabile dieta terminologica (secondo la fulminante proposta fortiniana di un tempo) per una più esatta comprensione dei termini e delle proposte, la ricerca di una metodologia politica per il superamento delle frontiere di cauto sospetto, o di autentico fraintendimento, nei riguardi del movimento operaio (e viceversa).

Progetti, proposte, programmi già enunciati nelle sedi dovute e che qui si riepilogano, trascegliendo, per un sommario contributo alla chiarezza. E infatti: «Le nuove metodologie politiche che lotte studentesche e lotte operaie di reparto, sul terreno europeo, hanno sviluppato nell’anno scorso e vanno attualmente sviluppando, sono il terreno politico di confronto cui – praticamente – dobbiamo riuscire a sollecitarci, trascinandoci dietro le organizzazioni storiche tradizionali, confrontandole con esse, verificandone l’efficacia generalizzativa, la capacità di farle convergere in una ipotesi strategica di rovesciamento dello stato» (Rostagno). È possibile, ed è augurabile, che nel corso dei prossimi anni (la prossima legislatura), entro cui è certo che continueremo a sprofondare nel migliore dei casi in un’atmosfera di conformismo apatico (e di pericolose suggestioni del potere civile); è possibile, dicevo, che mentre il sistema, presumendo di poterlo fare, accentuerà la carica aggressiva e repressiva mistificandola sotto una girandola di sorrisi-sospiri televisivi; è possibile che si riescano a porre (e proporre) le premesse per questa riunione (traducibile politicamente) di nuove e «vecchie» forze, realisticamente impegnate nella politica, cioè nella lotta politica, che riescano a inserirsi e a coprire il vuoto che tutti sentiamo alle spalle.

Compiute le elezioni nel modo ovvio che prevediamo, dopo l’offerta paternalistico-riformista che già il movimento, fatto esperto, è deciso giustamente a rifiutare, si apriranno conflitti di forza in cui si valuterà praticamente la propria «tenuta» e il quantum di durezza e di aggressività (aggressione) dell’avversario; e della sua ottusità (nonostante tutte le prove contrarie) che può essere tragica e che non è, ad ogni modo, soltanto apparente. Si darà un progresso per ciascuno di noi (anche per ciascuno di noi) se il movimento sfuggendo (come sfugge) a una divisione o suddivisione troppo settoriale della lotta, troverà il modo di mostrare che le vicende recenti si intendono catalogate e avviate per tutti e non per una esigenza, come dicevo, corporativa che si trova realizzata o focalizzata (e potrà magari essere contrattata) dentro i muri sacri a minerva dell’Università statale. (Ma è già stato precisato: «La lotta contro la scuola, a questo livello, è già lotta contro tutto il sistema»).

Entro quali muri si sono consumati come sappiamo delitti vergognosi. Ma poiché lo stesso accadeva nelle fabbriche, adesso i due muri si toccano; e avvicinano due luoghi di sopraffazione. Come è già stato correttamente ribadito nei dibattiti resi pubblici, c’è il modo non solo di trovare un aggancio (necessario) ma addirittura di instaurare un rapporto «politico» fra questi due poli, che sembravano fino a ieri non solo indipendenti, ma sospettosamente lontani, antagonisti. («Oggi, tutto quello che si può fare è ricostruire un clima positivo di rapporti e di critiche tra le forze del movimento studentesco e quelle del movimento operaio. Raggiungere quest’obiettivo significherebbe fondare nel modo giusto le possibilità di una successiva evoluzione, politica e organizzativa, dei legami fra questi due organismi, diversamente qualificati e diversamente significativi nel quadro della lotta di classe in Italia»; Asor Rosa, Lotte studentesche e movimento operaio).

Il discorso politico potrebbe farsi allora veramente e «improvvisamente» tempestoso, come sta accadendo in questi giorni in Francia ad esempio. Sarà comunque un lavoro da seguire con tutta la partecipazione e a cui collaborare nella misura in cui la collaborazione è necessaria e richiesta. Essendo anche questo un momento di lotta, e della lotta; e proponendo, come accadeva da tempo, una domanda collettiva. «Il passaggio che stiamo attraversando è pericoloso e difficile, il peggio può ancora venire. Ma non vi è scampo per i delusi, i timidi, gli stanchi. Quelli che hanno compreso il messaggio del Manifesto e colto lo spirito dei suoi autori, capiranno che l’orologio non può essere spostato indietro, che il capitalismo è condannato e che l’unica speranza dell’umanità sta nel completare il viaggio verso il socialismo col massimo di rapidità e il minimo di violenza».

 

 

Giovane Critica, n. 18, inverno-primavera 1968.

Venerdì, 06 Luglio 2018 08:37

Introduzione a “Essere in se”

I testi della Calabrò li avvicino, nell’attenzione più rigorosa, ai sottili strati di ghiaccio (appena una pelle gelida, ma resistente) che coprono spesso, negli inverni non solo padani, l’acqua che scorre all’aperto, che così è trattenuta; o l’acqua piatta dei laghetti che prima, magari, accoglievano il moto lento e indifferente di anatre e cigni dall’alba al tramonto. Infatti, questa prolungata e concatenata poesia della Calabrò, a me sembra chiara e solida (compatta) al primo sguardo, quasi a consentire un facile ma interessato passaggio da un testo all’altro; ma appena si mantiene fermo un indugio sulla pagina aperta, e lo sguardo scruta un poco affondando, allora crak! Il leggero fascio di chiarezza che ricopriva la superficie si spezza e apre un piccolo gorgo e fa affondare nell’acqua. Spesso acqua gelida. Di modo che, proprio di essere risucchiato in un piccolo gorgo costante, abbastanza vorticoso e impietoso, che mi inviluppa, è la mia sensazione leggendo e poi la mia conclusione di lettore. Tanto da costringermi ormai, conoscendo i testi, a restare in continua all’erta mentre leggo e ascolto, contrastando anche per non essere attirato al fondo. In un precipizio non modesto. Opponendo una resistenza della ragione più che dei sentimenti. In questa mia disposizione di attesa interessata e di cautela, l’ascolto vorticare nel suo gorgo incalzata da una inesauribile impazienza. In effetti, la Calabrò non vuole partire (scrivendo) per capire, né per ordinare; questo non ha importanza per lei. Tende invece sempre a mantenersi in una sorta di nervosissima immobilità per ritrovarsi in una situazione, per ridefinirsi in un momento particolare, per osservarsi come meglio può collegandosi ai dettagli delle cose che la circondano. Una casa degli occhi – a lasciare il pensiero sparso, come è scritto, anzi detto, in una delle sue poesie sempre brevissime. Il pensiero come frammenti di oggetti dispersi qua e là in una stanza e gli occhi, invece, che sorreggono interi, con fredda prepotenza (ma anche con una angoscia vibratile) il filo diretto con la vicenda dei giorni, con le cose, e con il tempo che ci sovrasta. Perché, anche il tempo che scorre sembra che si lasci guardare più che farsi sopportare, o rimpiangere.

Questo atteggiamento, rende la poesia della Calabrò, per la mia lettura, originale e fuori da ogni possibile condizionamento culturale. La brevità non è secchezza per poco dire ma piuttosto uno strappare via dalla pelle i versi con i denti, al modo che si strappa un filo quando si vuole cucire. Una interruzione più che una conclusione. Ma dentro a questa brevità è calata anche una concentrazione di segnali e segni che riesce a turbare chi legge, coinvolgendolo in una inquietudine ambigua da cui non riesce (e leggendo non vuole) liberarsi. È vero allora che i testi sono come anelli di una catena, progressivamente disposta alla fine per vincolare o per liberare, a seconda della disposizione di ogni lettore; ma sono anche da partecipare, sul serio, secondo la chiave di consumo della stessa autrice: “Quello che penso è che li avrete sentiti con un senso ampio”.

Giovedì, 05 Luglio 2018 12:58

ROBERTO ROVERSI: DA LUCIO DALLA AL FUTURO

Giovedì 19 luglio 2018, ore 21

Biblioteca dell'Archiginnasio, Bologna

Piazza Galvani, 1

ROBERTO ROVERSI

Da LUCIO DALLA al FUTURO

Reading-concerto con la partecipazione degli artisti dell’etichetta Lullabit e di Antonio Bagnoli.

Si esibiranno in questo esperimento musicale costruito sui testi di Roversi: La Tarma, Davide Di Rosolini ed Erica Boschiero, con la speciale partecipazione di Mara Redeghieri e Vince Pàstano.

In collaborazione con CNA - Progetto Periferie Creative, con Musica Insieme Bologna e il Premio Giuseppe Alberghini.

Con il contributo di Unipol Banca.

 

 

Giovedì, 05 Luglio 2018 07:55

Un’altra ipotesi: Roversi

La data emblematica da cui può partire un’analisi producente su Roversi, è certamente il 1955: anno di nascita di «Officina» e inizio di un’esperienza fondamentale per lo scrittore. Libraio antiquario e autore di plaquettes in edizioni di provincia, Roversi si fa appunto co-redattore ed editore di una rivista in cui sembrano riflettersi non poche caratteristiche della sua fisionomia intellettuale elitaria e preindustriale e schiva. Editorialmente «Officina» (in consonanza con i tempi) si presenta appunto come una rivista «di poesia» redatta a Bologna da letterati sodali, finanziata da uno di loro, con una gestione tipicamente artigianale, con una tiratura di 600 copie (quasi tutte spedite in omaggio ad amici o comunque «addetti»), e senza altre iniziative editoriali che non siano la rilegatura delle sue annate o la stampa di alcuni estratti. La confezione ruvida ma elegante, si armonizza con un titolo che può al tempo stesso significare severa operosità e rigore artigianale, o richiamare l’Officina ferrarese di Longhi. La stessa poesia officinesca di Roversi reca in sé (quasi specularmente) i segni di una tenace letterarietà, di un rigoroso moralismo, e di una problematica squisitamente preindustriale.

Ma all’interno di questa fisionomia editorial-letteraria (della rivista e dello scrittore) sostanzialmente elitaria e provinciale, agiscono istanze diverse che la complicano e talora la contraddicono (come si è accennato già, almeno in parte): quell’intera esperienza, anzitutto, cerca costantemente di affrontare il rapporto politica-cultura, e comunque soffre la difficoltà o l’incapacità di realizzarlo, anche se non arriva a mettere in discussione la propria «autonomia» intellettuale di fondo, a elaborare e praticare un ruolo sociale che si risolva al di fuori del testo; quella fisionomia e struttura cenacolare e provinciale e tradizionale, è attraversata da uno sforzo organizzativo nuovo e dalla ricerca di una tendenza, si apre costantemente a più vasti contatti e sperimentazioni culturali, fonda un discorso intellettuale di estremo interesse (nonostante carenze e ritardi); quella poesia di paesaggi naturali, di volti e mura antiche, di preziose civiltà preindustriali (che trova esiti molto diversi nei vari autori officineschi), in Roversi è appena attraversata da una sensazione di insidie e stravolgimenti e offese incombenti, che tuttavia maturerà presto più lucide consapevolezze. In particolare poi Roversi stesso è tra coloro che nell’ultima fase di «Officina» mostra, pur tra limiti e ambiguità, di capire la condizione mutata in cui viene a trovarsi l’intellettuale nella fase del cosiddetto «neocapitalismo».

Attraverso l’esperienza officinesca, perciò, Roversi matura una fisionomia editorial-letteraria (e politica) al tempo stesso contraddittoria e coerente, che si svilupperà e arricchirà progressivamente negli anni futuri, superando anche non pochi di quei limiti e di quelle carenze: un intellettuale arroccato nella sua libreria antiquaria, lontano dalla vita di relazione «ufficiale», e tuttavia fervido di iniziative e di collegamenti (mai, comunque, letterario-mondani); un oppositore tanto più solitario quanto più intimamente partecipe dei conflitti reali; un autore strenuamente attaccato alla «grandezza» di un passato in rovina e alla «severità» di una propria dimensione preindustriale-artigiana e allo «stile» (in senso alto) di un proprio modo paradossalmente ascetico-aristocratico o culto-popolaresco di essere e di scrivere, ma sempre con un moralismo così rigoroso, con una «rabbia politica» così lucida, con una consapevolezza così acuta dell’ambiguità e precarietà della propria condizione intellettuale, da trasformare quell’attaccamento in attivo agonismo (timidamente e «letterariamente» preannunciato, si direbbe, con l’arciere da lui stesso scelto per la «quarta» di «Officina»).

E quindi analogamente, negli anni sessanta: un curriculum tutto esterno ai fasti della strategia consumistica dell’industria culturale (Roversi non sarà mai né un «personaggio» di successo né un best-seller, vincerà un solo premio minore nel 1959 e non riscuoterà neppure gli unanimi e vasti consensi di critica riservati ad altri), e al tempo stesso una intensa attività di organizzazione culturale («Rendiconti», anzitutto, in cui si incontrano alcuni ex sodali di «Officina» e altre forze intellettuali, e in cui circola un’attenzione costante per le discipline extraletterarie, una crescente accentuazione dei temi politici, e un’istanza marxista attivamente problematica); una certa ritrosia verso prese di posizione pubbliche e «gridate» (anche a livello politico), e al tempo stesso intensi rapporti di discussione e collaborazione con personalità e gruppi politici organizzati, dentro e fuori dalla «sinistra storica»; un tenace legame con ambienti intellettuali provinciali, o anche un particolare gusto per la collaborazione alle rivistine letterarie e politiche più periferiche emarginate minoritarie, e al tempo stesso la presenza ricorrente su riviste specializzate o militanti di prestigio e sulla stampa di un grande partito di massa come il Partito comunista; una produzione poetica e narrativa che quasi si abbandona al «canto» di un armonioso rapporto uomo-natura e uomo-storia ormai perduti, e che al tempo stesso rovescia ogni mito preindustriale e ogni moralismo nostalgico in una intransigente rabbiosa lucida carica anticapitalistica; e una produzione, ancora, che si sviluppa al tempo stesso sotto il segno di un’istanza civile, sociale, comunicativa, e di un’istanza sperimentale, antitradizionale, innovatrice (a livello strutturale-narrativo e metrico-stilistico e di linguaggio), diventando così uno dei punti di riferimento fondamentali per la critica e l’intellettualità più avanzata.

Negli anni sessanta, in particolare, Roversi pubblica una raccolta poetica (Dopo Campoformio, 1962), in cui confluiscono i versi di «Officina» insieme ad altri di più maturata e approfondita elaborazione. Quel libro sembra trovare poi una collocazione significativa nella già citata collana diretta da Bassani per Feltrinelli: ma significativa in un senso (per così dire) opposto a quello accennato a proposito di Cassola. La presenza di questa raccolta poetica, insieme a quelle di Fortini (Poesia ed errore, 1959) e Volponi (Le porte dell’Appennino, 1960), sembra cioè voler riproporre all’interno di una collana relativamente dinamica e «attuale», certi termini di un discorso officinesco che tende in modo più o meno esplicito a un rifiuto del falso «miracolo» trionfante, di un’industrializzazione capitalistica violentatrice e disumana: ipotesi che appare certamente più verosimile se si considera l’opera complessiva dei tre scrittori a cavallo degli anni cinquanta-sessanta. Nella collana di Bassani, in sostanza, si delineerebbe già (se si dànno per acquisite certe mediazioni già considerate a suo tempo) quella compresenza-distacco tra poesia contingentemente non «consumabile» e narrativa tendenzialmente consumistica, almeno al livello della lettura e delle vendite, che caratterizzerà le «stagioni» future.

Per contro la seconda e nuova edizione di Dopo Campoformio (1965), nonostante certe accentuazioni politiche del testo complessivo, dà l’impressione di perdere forza rispetto alla prima: nel senso che il discorso di Roversi appare come stemperato e raggelato nella «bianca» e selettiva collezione einaudiana di poesia, tra rari titoli e autori di tutte le letterature e di tutte le epoche.

Ma è l’edizione del romanzo Registrazione di eventi (1964) presso un grande editore come Rizzoli, ancora in gran parte legato alla sua vecchia immagine, che rappresenta una clamorosa eccezione nel curriculum di Roversi1: eccezione dovuta probabilmente a contatti personali e a una fase di tendenziale «modernizzazione» e adeguamento alle fortune del best-seller italiano, da parte di un catalogo che ha molto terreno da colmare in tal senso: con margini di spregiudicatezza e di sperimentazione, anche, previsti nell’economia generale dell’operazione. Questo può spiegare appunto la pubblicazione nella Scala di un autore (e di un romanzo, oltre che di un «titolo») così isolato, arduo, anticonsumistico, scostante nel quadro della strategia dell’industria culturale. Non a caso Registrazione di eventi, presentato da un’altrettanto ardua scheda critica di Guido Guglielmi, scoppia nella confezione di Rizzoli (grafica «industriale», edizione rilegata con sovracoperta, fascetta con slogan: «Così ci si illude di vivere» ecc.).

Per contro la raccolta ciclostilata delle Descrizioni in atto (1969) rappresenta un raro esempio di quasi perfetta consonanza, integrazione, reciproca implicazione, tra confezione-veicolazione e testo. Rimandando a quanto già si è detto diffusamente, basti sottolineare qui il nesso assai intimo tra la dimensione tutta artigiana della confezione-veicolazione e i significati polemici e critici che vi sono connessi (contro il mercato capitalistico e il pubblico consumistico, per una veicolazione e destinazione non mistificatoria ed equivoca), tra le connotazioni automortificatorie e autodissacratorie dell’intera «operazione» e la carica fortemente autocritica del testo stesso (nei confronti dei privilegi ed equivoci e precarietà della condizione intellettuale); e ancora tra nesso e nesso, per così dire, per quanto l’industria culturale favorisce e utilizza, perfeziona e strumentalizza, la più o meno dorata separatezza dello scrittore. Una valutazione, questa, che non è certo smentita – nella sua sostanza di fondo – dalle contraddizioni e limiti intrinseci all’operazione di Roversi, come del resto appare dall’analisi fatta a suo tempo.

Negli anni settanta sembrano esplicitarsi ulteriormente quelle proiezioni esterne della sua condizione di militante solitario ma partecipe. È significativo che un autore così poco «pubblico» come Roversi, percorra le vie del teatro e dello spettacolo, ma sempre senza rinunciare a nulla del suo personale arroccamento, del suo moralismo rigoroso. Riprendendo in modo nuovo l’esperienza già tentata di un teatro fondamentalmente politico (Unterdenlinden, Rizzoli, 1965: un altro aspetto dell’eccezione suddetta), Roversi scrive la già considerata Macchina da guerra più formidabile (1971) e l’opera teatrale epico-brechtiana Enzo re (1974), dedica un intero numero di «Rendiconti» (gennaio 1974) al «teatro come comunicazione», e «monta» una «lettura ad alta voce» di testi pasoliniani (I campi del Friuli, 1978), destinando i suoi lavori a sedi di pubblicazione e a compagnie teatrali non istituzionalizzate per così dire (con l’eccezione, ancora, di Unterdenlinden, rappresentato al Piccolo Teatro di Milano; mentre diverso è il caso dei testi per Lucio Dalla, nati come fatto «locale» e illusoriamente «alternativo», al pari di altri più recenti), o a iniziative più o meno direttamente legate alla pubblica amministrazione (è il caso di Enzo re scritto per essere rappresentato in piazza Maggiore a Bologna, e del «montaggio» pasoliniano scritto per le scuole). Due facce abbastanza significative di quel suo atteggiamento complessivo. Su «Rendiconti», inoltre, egli dà spazio ai processi politici e alle inchieste sui problemi della società e della scuola italiana.

In questi anni Roversi definisce anche quel suo ruolo di intellettuale oggettivamente tradizionale che cerca la politica, e che anche la pratica. Se la sua posizione era stata in passato, e rimane nei primi anni settanta, quella di un «minoritario» di sinistra, con i vari collegamenti relativi, egli aveva tuttavia mantenuto sempre, e continua a mantenere, un rapporto di leale e aperta discussione polemico-problematica con il Pci, non senza fasi di adesione ideale e sostanziale consenso nei confronti di esso. Un’adesione e un consenso che sembrano trovare un momento di emblematico approdo nella pubblicazione e relativa motivazione del suo ultimo romanzo: I diecimila cavalli (1976). Con esso Roversi apre significativamente la nuova collana di narrativa degli Editori Riuniti, e in alcune dichiarazioni introduttive collega in modo abbastanza esplicito la sua ricerca critica di «un rapporto con più lettori» (e lettori «nuovi») alla sua scelta politica: considerando perciò l’esperienza del ciclostilato «superata da altri problemi, da richieste ormai diverse»2, nel clima (non dichiarato ma ben presente al fondo del suo discorso) delle nuove attese e potenzialità intellettuali e di massa del giugno 1975 e dell’imminente giugno ’76.

E non mancano neppure possibili nessi tra queste dichiarazioni programmatiche di Roversi, certi aspetti della confezione-veicolazione (l’edizione economica, gli apparati critico-informativi, la stessa conversazione introduttiva per gran parte intesa – nel quadro suddetto – a sciogliere criticamente le maggiori «difficoltà» di lettura, i canali di partito di cui in parte si valgono gli Editori Riuniti), e la presenza di un discorso politico dentro lo stesso testo letterario. Ma nonostante tutto il romanzo mostra di resistere a una lettura di massa, o anche soltanto a una lettura non circoscritta, fin dal suo attacco quasi «provocatorio». La sua struttura e scrittura sperimentale, il suo movimento di costante frantumazione e riorganizzazione del discorso, la sua densità problematica e simbolica, la sua forte letterarietà sembrano destinarlo alla lettura (anche se nell’ambito di una vendita certamente superiore) di quei «pochi» lettori inequivoci cui erano pervenute Le descrizioni in atto, o comunque a non molti di più. Mentre del resto il «programma» di Roversi e dell’edizione stessa non sembra tener conto dei reali processi di produzione e distribuzione culturale; esso viene enunciato come se la ricerca di un nuovo destinatario collettivo non dovesse passare attraverso di essi, e (implicitamente) come se fossero sufficienti le vittorie elettorali della sinistra a modificarli.

Roversi si trova in sostanza a dover fare i conti con la separatezza oggettiva di ogni prodotto letterario e con una situazione di mercato alla quale non può sfuggire neppure una casa editrice di sinistra: che ne è anzi per più versi condizionata, come si è detto già in generale, e come confermano non poche connotazioni della confezione e veicolazione del romanzo in questione, il quale non può non rientrare – alla fine – nella logica dei livelli «alto-basso», «difficile-facile», meno e più vendibile, ecc. La verosimile delusione di Roversi di fronte a un destinatario di massa ancora così largamente dominato dalla nuova strategia consumistica, e di fronte alla difficoltà o spesso impossibilità (almeno a questo livello di lettura) di un reale rapporto critico perfino con i nuovi strati sociali e intellettuali emergenti e politicamente consapevoli, sembra poi intrecciarsi alla delusione verso il progetto del Pci, che Roversi viene manifestando in tutta una serie di scritti critici e polemici soprattutto sul «Manifesto», tra motivi di ragionata insoddisfazione e – talora – istanze di non produttivo «dissenso». Ma sempre, ancora, con un atteggiamento di critica leale e tendenzialmente costruttiva.

Ebbene, dall’analisi fin qui condotta apparirà forse un po’ meno sommaria la scelta di Cassola e Roversi come i «campioni» di un modo opposto di essere scrittori. Rispetto al primo, infatti, l’altro si presenta complessivamente come un autore intransigente e severo, che sembra quasi autoescludersi dalla moderna strategia dell’industria culturale, o comunque nettamente respingerla, con ogni aspetto della sua fisionomia editorial-letteraria: una sorta di natura preindustriale e artigianale di fondo; la intrinseca (prima ancora che intenzionale) refrattarietà della sua pratica sociale e del suo discorso letterario, al consumismo e al successo nelle loro varie manifestazioni più o meno nobili; la scelta costante e pressoché esclusiva (soprattutto nell’ultimo decennio circa) di sedi di pubblicazione della sinistra, con relativo rifiuto di ogni possibile compenso; il senso altamente autocritico della sua condizione intellettuale; l’intransigenza di fronte a ogni possibile cedimento al ruolo di «personaggio» (fino alla reiterata, ostinata rinuncia a parlare in pubblico); un’opera, poetica soprattutto, che talora, dal testo alla confezione-veicolazione, riesce a saldare tutti i motivi fondamentali di questa sua fisionomia, nel segno di un agonismo anticapitalistico di grande pregnanza ideale e letteraria. Uno scrittore insomma che a proposito di un suo romanzo può affermare, in modo paradossale ma emblematico, «con onestà e un po’ di utile autoironia […]: leggete il libro prima di acquistarlo»3.

Roversi poi sembra contrapporre in modo quasi paradigmatico, alla espansione cassoliana del privato nelle sue varie implicazioni descritte, un’acuta consapevolezza delle potenzialità del politico anche in letteratura. Tutto il suo discorso è profondamente segnato da una tensione mai estrinseca né volontaristica verso un politico, appunto, volta a volta sofferto perché imposseduto o trasformato in eversione e «rabbia» contro la società esistente o vissuto come istanza critico-autocritica, distruttivo-costruttiva. E un significato analogo viene ad avere quella sua insofferenza disagio contestazione nei confronti dell’«autonomia» intellettuale, messa così costantemente in discussione se non in crisi (e invece costantemente riaffermata e «aggiornata» da Cassola e da tanti altri scrittori); quella sua capacità a vivere dentro lo specifico letterario le contraddizioni e crisi del ruolo dello scrittore e dello specifico stesso. Certo, neppure Roversi arriva a porsi concretamente il problema dei processi produttivo-distributivi all’interno dei quali nonostante tutto opera, giacché vi occupa pure sempre (oggettivamente) un livello previsto dalla logica del sistema; per contro, tuttavia, non c’è in lui nessuna illusione di «purezze» originarie da preservare, ma una tendenza a rovesciare ogni forma di distacco e di rifiuto (anche se velleitaria) in agonismo ideale e morale, e a nutrirne così ancora una volta il suo discorso complessivo.

A questo punto, per riprendere le fila dei tre tentativi di analisi fin qui condotti, sarà interessante sottolineare come i relativi «campioni» prescelti rappresentino altrettanti e diversi tipi di rapporto con l’industria culturale (ai quali si potrebbero ricondurre non pochi scrittori italiani contemporanei). In breve (e dando per scontate tutte le cautele e riserve, oltre che le implicazioni e pregnanze via via considerate), nel caso di Cassola si assiste a un’involuzione letteraria che coincide appunto con lo sviluppo dell’industria e del consumismo culturale; nel caso di Roversi si verifica quasi una necessità a prescinderne, a emarginarsene; e nel caso della Morante si può invece seguire uno sforzo programmatico (e in gran parte illusorio) a servirsene per affermare il proprio messaggio. Concludere deducendo da ciò la mera conferma di un’industria culturale tutta negativa (se non altro nei confronti della letteratura), sarebbe quanto meno superficiale e improduttivo, e si risolverebbe in una passiva e lamentosa accettazione dell’esistente. Mentre al contrario, come si è detto già, è necessario approfondire la ricerca in questa direzione, considerando l’industria culturale come un producente terreno di analisi, e portando la critica sempre più a monte dei processi, nella prospettiva di una loro trasformazione anticapitalistica.

 

NOTE

1 Il romanzo Caccia all’uomo (Mondadori, Premio Salento «opera prima» 1959), per il periodo e per i modi della pubblicazione, non si può certo considerare un precedente in tal senso.

2 R. Roversi, Conversazione introduttiva,cit., pp. IX-X.

3 Ibidem,cit., p. X