Mercoledì, 29 Luglio 2015 10:02

La Dura Epica Vicenda

La Dura Epica Vicenda

 

Un poemetto inedito e due canti dal poema Dopo Campoformio

 

IMMAGINI

Fabrizio Sclocchini

 

 

***

 

[Estratti da Dopo Campoformio, Una terra e La raccolta del fieno]

 

***

 

LA DURA EPICA VICENDA

 

(23 settembre 1860-20 marzo 1861)

 

 

I

 

Affondo il cucchiaio nella nuvolosa sprisciocca

fresca di fiamma e odorosa di prati

piango lacrime felici

perché il tempo è galantuomo

e a chi rispetta la terra e il mare dona lucente furore

 

Calmati, cuore mio, il cammino non è breve

per sfiorare con l’orma del piede

l’erba d’oro e la polvere dei secoli

a Isola a Castelli a Civitella

a Corropoli a Tortoreto che odora di mare

 

 

II

 

Era il tempo che le pecore accucciate

mormoravano strani riti notturni con i lupi

e guardavano ammirate

il lavoro dei giovani poeti sperduti fra i dirupi

che schizzavano versi d’amore

sulla schiena sublime del vento

 

Assiso sultrono degli anni

ho l’epica ebbrezza che l’oblio non cancella.

Cuor mio, la folgore di un dio

non disdegnò l’impeto e il suono

del campo di battaglia a Civitella

dove l’uomo eguagliò il suo destino

e l’aquila gli fu sorella

 

 

III

 

Furono i giorni di grida e di bandiere

poi il vincitore masticò le pietre

una per una lanciando le ossa ai cani

senza l’agio di rimpianti.

Così tacquero le canzoni si spensero le speranze.

La memoria urla la gloria

là dove la nobiltà della sconfitta

si erge sovrana

 

 

IV

 

Il gregge per il tratturo transitava lento

brucando dai sassi fiori

ma gli agnelli guardavano stupiti

le onde del cielo

coprire con lacrime azzurre

i soldati caduti la battaglia che si spegneva

in un Abruzzo avvolto nelle sue antiche memorie.

Nomi non se ne fanno, la fortezza taceva.

Nell’aprile l’Italia già polverosa canuta

impigrì davanti allo specchio

aspettando la sua quarta glaciazione

 

 

NOTE MESSE IN APPENDICE, IN FORMA ESIGUA DI UNA BALLATA SENZA

ZUCCHERO, MOLTO AMARA, MA UNA BALLATA DI PURA VERITÀ.

 

 

Il Maggior Generale Pinelli adirato per la resistenza impensata

ostinata

di Civitella che non voleva cadere

con un bando ha ordinato alle schiere dei soldati Savoja

di incendiare

i paesi vicini dove questa resistenza fosse provata

e di eseguire ipse die il comando

senza alcuna pietà

 

 

di fucilare inoltre

tutti i cittadini che si trovino armati

ed eziandio tutti coloro senz’armi alla mano

che venissero da altri indiziati

fedeli a Ferdinando lontano.

 

 

A difendere da una parte e ad assaltare la Fortezza dall’altra

questa è la verità delle cifre sicura;

382 soldati e 4 ufficiali dentro le mura

assedianti 3379 soldati e 167 ufficiali

i banditi come era usanza dei Regi

insepolti abbandonati a marcire.

 

 

Oh, l’Italia nasceva

con grande dolenza e dolore!

Nelmarzo 22 da Torino

Sessantuno era l’anno

ordinanza spietata del Ministro di Guerra

sia demolito il Forte,

siano demolite le mura di questa città.

 

 

È nemico il destino di chi si tiene fedele

alla parola che ha data

al giuramento prestato

a chi non chiede pietà

e con un’arma nel pugno da bravo soldato

lì sta

…………………

 

 

ANDANDO, ANDANDO, ERO LIETO DI ARRIVARE

 

Andavo. Nell’anno miracolosamente emerso dopo una tragedia epocale:

il 1946.

Andavo.

Da Bologna si arrivava in treno merci. Ma prima, ad Ancona, si poteva prendere una corriera.

Fino a Giulianova.

Ed era un bell’andare. Si cominciava ad essere miracolati, io almeno, dalla premura delle persone, che s’accorgevano di me foresto ed erano piene di buone premure.

Ancora una corriera per Teramo. Con quel contadino caricato a mezza strada, nel bivio verso Canzano, che entrò sedette e per un saluto a un’altra persona, sollevò la coppola, con la dignità e la fermezza di un antico romano, ed era vestito di panni solidi e odorosi di buona acqua di fiume.

Odore? Profumo? Era nell’aria?

L’aria strisciava, ordinatamente composta, sulla pelle come una brezza che mi pareva quasi curativa.

Ero, naturalmente, ben disposto e cominciavo ad essere catturato da quel mondo, che mi riportava a un ordine che avevo quasi del tutto dimenticato.

Per me, che venivo dalla tempestosa Emilia, più avvoltolata nel grigiore torbido del mondo.

Invece lì, il grande dolore, come negli antichi, era stato già pazientemente assimilato. Divenuto non sentimenti, non tanto sentimenti, ma storia.

Dopo il furore insensato e lacerante della guerra, stupidamente o sapientemente impietosa, non percepivo più l’odore denso dolente tormentato doloroso inquieto della canapa superstite in attesa di

naufragare nei maceri, ma quello di erbe fresche e giovani sopravvissute al diluvio, di tenere foglie d’alberi alti e svettanti che si disperdevano nell’aria.

Mi sembrava di entrare, lentamente ma con armonia, dentro a un rinnovato sentimento delle cose.

Venivo da una guerra, come tutti ma in quel momento io solo, le strade erano ancora tartassate dai micidiali cingoli dei carri armati; dappertutto erano andati distrutti borghi, paesi, città; l’Italia sembrava arata nella polvere ed io da questo Abruzzo, che tanto aveva sofferto, in quelle ore traevo motivi di non attesa lietezza per le cose che vedevo e che sentivo.

Io mi trovavo bene, io c’ero.

Macerie, polvere.

Macerie, polvere, rovine di pietre. Ma io c’ero e la natura mi abbracciava.

Si può essere lieti in quella situazione e in quel modo? Si può.

Ero un reduce giovane e forte che riconquistava la vita, infervorato da lieti sentimenti e l’Abruzzo, ripeto, mi ha reso subito felice, mi ha accolto, ripeto, con felicità.

Ecco perché mi libero e mi accaloro, anche dopo tanti anni trapassati.

Teramo e il suo mondo intorno, i Prati di Tivo ancora straordinariamente intatti e silenziosi fra antichissimi tronchi, Civitella del Tronto con la sua formidabile fortezza disegnata da un genio tanti secoli prima e tutta la sua riviera su cui si placava, così mi pareva, il mare di Ulisse.

Dal buio delle notti di guerra l’Abruzzo tornava a dare senso e peso alla vita, al lavoro dell’uomo.

Martin Sicuro.

Alba Adriatica.

Tortoreto.

Il ponte sul Salinello, fiume che ancora scorreva libero dal cemento; la lunga strada alberata e ancora contadina da Giulianova a Teramo.

Teramo era lì che aspettava e a Teramo sono arrivato.

Abruzzo ardito e tempestato e mai piegato una goccia del suo cielo mi è caduta sul palmo della mano e lì è restata.

 

***

 

[Estratto da Gianni D’Elia (a cura di), Conversazione in atto, «Lengua», n. 10, 1990].

 

 

 

Giovedì, 23 Luglio 2015 09:33

Da ribelle a frate, però…

Dicono che verrà in Italia, nel corso della prossima tournée in Europa. Dicono che canterà una sera a Milano e una sera, probabilmente, a Bologna. Parlano di un pool di banche che finanzierebbe qua da noi le due serate; anticipano di stadi stracolmi come uovi. Sempre, negli ultimi anni soprattutto, sul nome di Bob Dylan si sono spese notizie, sospetti e c’è maretta, discussione. È un personaggio che, ad ogni occasione, viene affrontato in una sorta di ricapitolazione globale. Gli si rivoltano, impietosamente, furiosamente, le tasche dell’anima. Per esempio, è da sempre che si disputa sul disimpegno (o sul falso impegno) di Dylan: per scivolare su un “privato” che galleggia come una macchia di petrolio sul mare di una ideologia di continuo inquinata: e per fermarsi sulla mistica, più esattamente, sul suo momento mistico. Momento che sta ad indicare – è possibile – il suo lento ma continuo incanutire (è ormai un uomo di più di 40 anni).

Dicono che si è fatto frate ma che è un frate interessato, e che la conversione alle vie del Signore è fasulla e che lui mira soltanto a restare sulla cresta dell’onda. Con conseguente mantenimento di percentuali che, sia pure ridimensionate, consentono di vivere senza economie. Per me, saranno obiezioni o critiche molto giuste, o soltanto giuste, inoltre ritengo giusto che ciascuno chieda ad un uomo pubblico di rispettare l’immagine con cui si è imposto e con la quale ha convinto; ma ogni uomo pubblico ha da parte sua, credo, il diritto (e, aggiungerei, forse anche il dovere) di cambiare, se segue un filo di coerenza e se può dare, al pubblico, non giustificazioni ma motivazioni.

Direi che tra questo obbligo di servizio e questa necessità di cambiare e magari di stravolgersi si muove Dylan, straordinario braccobaldo che sta invecchiando dopo aver imparato “Puoi essere il diavolo o puoi essere il Signore ma dovrai sempre servire qualcuno”; e dopo aver ribadito anche con un’affermazione più arretrata “chi non è degno di fiducia deve soccombere”. Forse Dylan non vuole più servire nessuno, potendolo fare; ma ritiene di non dover ancora soccombere pensando di meritare ancora fiducia. Anche se il suo momento attuale non mi sembra buono.

Sono fermo a Saved, un disco dell’anno scorso, che mi sembra lagnoso, fra un white spiritual scaricato di tensione ed il ricordo di un rock che non è più felicità nella libertà ma che è affumicato come se avesse sulla testa, a coprire il cielo, una lamiera prefabbricata. Quel che mi dà fastidio è la pulizia senza malizia; è la maestria al servizio di una inquietudine che è senza sfondo, senza dramma, senza traumi, senza fuoco. E senza giuoco. Lì Dylan mi sembra ancora molto bravo ma come spento dentro (si lamenta, cantando, come una piccola capra cieca portata al macello). Tuttavia questo suo volere “essere”, nonostante tutto, è ancora un soffio drammatico, vitale; il cercare, il suo volere ancora un rapporto col pubblico può significare che il suo ciclo non è chiuso.

Per me Dylan sta cercando il fiammifero per accendere un altro fuoco. Ecco perché questo cercare cantando, dentro la polvere dei giorni, non mi sembra cosa da poco. Se non merita un entusiasmo rinnovato merita certo molta attenzione. Se viene in Italia, faremo qualche conto in diretta. Ma chissà se verrà.

 

 

l’Unità, 28 giugno 1981.

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Alice Grandi e Arianna Elmi)

Mercoledì, 22 Luglio 2015 16:22

Il gorilla mansueto della canzone italiana

Adriano Celentano mi interessa come personaggio. Il cantante? Sì, è anche un cantante. In una intervista del 1964 ha detto: “Mi piace la montagna e la solitudine dei boschi. Potrò pensare in pace. Il bisogno di solitudine – dunque – come modo per non perdere il contatto con se stesso. E il bisogno, da dire in pubblico ma da esercitare anche in privato, di restare a contatto con se stesso; di non perdersi di vista. Ma poi – contemporaneamente – emerge da lui il bisogno, che è una necessità, di vivere in gruppo, sempre con lo stesso gruppo, sempre con la stessa gente, sempre con le stesse facce, per non patire quella solitudine che lo metterebbe, è inevitabile, in un contatto duro e non refrattario con se stesso. Gli occorre un filtro, per depurarsi.

Ha cantato: “Io t’amo, t’amo, t’amo o ho o-o / questo è il primo segno o-ho / che dà / la tua fede nel Signor / nel Signor / nel Signor / La fede è il più bel dono / che il Signor ci dà…”. Ha più volte ripetuto che va a messa ogni domenica ed è puntuale nelle pratiche della fede. Ha fatto miliardi ma non sembra attaccato al denaro in modo forsennato. Infatti dicono che sia generoso con gli amici. È nato nel ’38; il suo primo trionfo è nel 1957. Ha dunque 43 anni ed è sull’onda da 23 anni. Sull’onda alta.

Ma chi è, sul serio, questo Celentano? Il suo ultimo film “Il bisbetico domato”, programmato lo scorso anno e ancora in circolazione a sale piene, ha battuto ogni record di incassi. Nel 1958 vince un festival non di Sanremo ma di Ancona, in una settimana vende trecentomila copie della canzone Il tuo bacio è come un rock. Aveva esordito, con successo strepitoso, l’anno precedente al primo Festival nazionale del rock and roll, al Palazzo del ghiaccio di Milano, con la canzone Ciao ti dirò.

Ma chi è questo Celentano? Forse ormai una maschera? Forse ancora e sempre il “molleggiato”, come lo definì fin dal principio il ballerino e amico Bruno Dossena? Nato a Milano da piccoli-borghesi immigrati dalle Puglie; orfano presto del padre; esauriti in fretta molti tentativi di mestieri, da idraulico a meccanico motorista, ad apprendista commesso in un negozio di orologeria, la vita di Celentano è stata dedicata a cantare, ininterrottamente. Il lavoro di cantare dura ormai da un quarto di secolo. Con successi travolgenti fin dall’inizio, dopo poche prove. Nel 1960 vince a Sanremo con la canzone 24.000 baci; nel 1963 per il suo spettacolo allo Smeraldo di Milano più di duemila giovani restano fuori dal teatro. Ma già nel 1959 Fellini l’aveva voluto nel cast della Dolce vita; e solo pochi rapidi momenti di un declino apparente (ai tempi del successo improvviso di Rita Pavone o quando arriva anche in Italia l’alluvione dei Beatles).

Ma riemerge presto, con astuzia determinata dentro l’apparente indolenza e indifferenza. Ha detto una volta: “Quando il successo finirà sarò triste per un quarto d’ora. Poi troverò un’altra cosa che mi diverta. Ma non ho mica tanta voglia di lavorare. E invece lavorare gli piace; fare cose diverse gli piace; cercare di organizzare il lavoro nei modi più svariati; trovarsi fra gli amici sul lavoro. Ha detto in un’altra occasione: “Mi sarebbe piaciuto fare quello che ha fatto Gesù: andare sulle spiagge in riva al mare, in cerca di apostoli”. È sicuramente un personaggio del nostro tempo; furbo (più che acuto); istintivo (più che sottile e previdente) ma attento a ciò che capita intorno; o comunque, all’erta su quello che vuole fare e deve fare. Una sua frase è esemplare “Bisogna ragionare prima di fare qualcosa”. Nel 1958, quando girava la pianura padana col complessino chiamato “I ribelli”, cantava: “Io sono ribelle e non mi piace / questo mondo che non vuol la fantasia”. Ma poi sosteneva di non capir nulla di politica (“Non me n’intendo di politica”); salvo dichiarare pubblicamente di votare per i liberali e di amare Gesù.

Molti l’hanno accusato di qualunquismo, di disimpegno grossolano, risvolto interno di quell’aspetto di mansueto gorilla, come è stato scritto, posseduto da una carica di sex appeal volgare, plebeo.

Volgare – dico io – nel senso del popolo incavolato, ma mai ripugnante, mai insulso. La sua voglia di libertà personale, magari interessata, infatti l’ha sempre riscattato da cadute troppo improvvise, troppo in profondità; e la sua furbizia popolana, alimentata da un’attenzione, da una curiosità continuata per la realtà effettiva, cioè per tutta la realtà e non solo per quella ufficiale, l’ha preservato dal perdere il contatto con le richieste del pubblico, con le domande della gente. In bilico continuo fra l’approssimazione e una verità – una certezza raggiunta – che potrebbe poi mostrarsi troppo facile per essere degna di attenzione, riesce a comporre esercizi di conciliazione degli opposti, tali da fare invidia a politici consumati.

Preferisce far ridere sorridendo, piuttosto che far lacrimare o far pensare per convinzione; anche se varie volte tocca, con successo popolare, la corda dei sentimenti. Di tutti i sentimenti. Con scalcinata genialità. Ha cantato agli inizi una canzone esemplificativa nella sua maligna ambivalenza: “Donne e motori / son gioie e dolori” poi è passato a declamare: “Nel nome di Gesù / voi non piangete più” rivolgendosi ai piccini picciò nella canzone intitolata Bambini miei. Oggi è di nuovo forte come un toro; abbastanza impavido e ironico, anche se si dichiara inquieto (non incerto) dentro a una realtà da cui non si lascia travolgere; anzi riesce a passarci in mezzo. Una domanda: perdiamo forse tempo a parlare in filigrana di un personaggio che spesso sembra rozzo fino all’irritazione?

Rispondo che questo è un personaggio del nostro tempo e se cerchiamo di capirlo, di capire la ragione del suo successo che dura, capiamo qualcosa di più anche di noi. Magari appena un poco poco poco. Ma certo qualcosa di più. Quindi vederlo (ascoltarlo) non fa male. Ascoltarlo con le orecchie, oltre che con gli occhi. Credo che da più di vent’anni Celentano canti, con istrionismo istintivo quindi originale, sempre la stessa canzone. Stessa musica, stesse parole. Ma senza annoiare, perché – con sottili artifici – la sua maschera svaria. Anzi, dico meglio: si adatta. Tanto che lo credono di volta in volta diverso. Un personaggio, ripeto. Ah, è astemio.

 

 

l’Unità, 1 marzo 1981.

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Alice Grandi e Arianna Elmi)

Mercoledì, 22 Luglio 2015 16:07

Il “metodo” di un cantastorie

Guccini è il solo cantante (insieme a Ray Charles) che si può ascoltare mentre uno legge o studia; dunque a mio parere è il solo cantante italiano che si può ascoltare con l’orecchio del cuore, dei sentimenti e con attenzione al suono, mentre l’orecchio della mente vola per la sua strada ad ascoltare altre voci in apparenza più serie, e diverse. I due momenti sono complementari, non interferenti; sincronici, non diacronici.

Fatta la constatazione, vorrei cercare di spiegarla. E prendo Auschwitz che Guccini ripropone insieme ai Nomadi nel nuovo e recente LP. Questa canzone l’ascoltai, a suo tempo, cantata dall’Equipe ’84 in un modo ascendente; come tanti piccoli sbalzi di quota ciascuno vibrante di una particolare emozione.

In questo LP comincia subito Guccini: “Son morto con altri cento / son morto che ero bambino / passato per il camino / e adesso sono nel vento”, anche nel riscontro con la Equipe ’84 si nota la orizzontalità della frase cantata di Guccini (che è un suo dato tipico, inconfondibile). Le quattro frasi nel canto corrono parallele, come su un binario.

Non ci sono oscillazioni, quei mutamenti di tono che sono sempre avviati da tante acidule o astute improvvisazioni. Ma al contrario, semplici insistenze. Una sulla o di morto (primo verso), a cui segue una breve pausa; un’altra, appena più prolungata della precedente sulla o finale di morto (secondo verso) e sulla i di bambino; nel terzo verso c’è invece una leggera e controllatissima ascensione in per il cam…; infine nel quarto verso c’è un rapido indugio molto dolce e carico di effetto sul sono.

Invece i quattro versi seguenti cantati dai Nomadi subiscono continue manipolazioni vocali che lacerano con piccoli strappi il tessuto della frase: sia pure con un risultato interessante.

L’esempio cerca di spiegare la posizione di Guccini dentro alla frase musicale; una posizione particolare, che tende sempre a radunare le parole. Infatti, quando canta, Guccini ricompone la canzone; la ricuce e la riordina, allinea le parole per disporle su una sola linea di comunicazione e perché arrivino, alla fine, con questo ordine sgranato. Sono prolungamenti fonici che si stendono per collegarsi alla parola vicina, al suono vicino, al suono e alle parole che stanno per venire.

Suscitano indugio e attesa. Questo direi è inevitabile in quanto Guccini esprime dei concetti ma dentro alle cose; e non il contrario, come capita ad altri. Così ha subito acquisito una semplicità tutta tesa che gli permette di esaminare se stesso e la propria vita, nonché il mondo, mentre racconta le sue canzoni (invece di cantarle). Come facevano i cantastorie veri a cui Guccini si richiama: “Quando, in diverse occasioni, mi chiedono di parlare delle mie canzoni e del come e del perché, di solito rispondo… di sentirmi un cantastorie”.

E per esempio, Amerigo è una canzone in lingua nazional/emiliana equivalente alla Storia di Turi Giuliano di Ciccio Busacca. È il materiale di una cultura e di una memoria esistenziale che viene stivato e imbarcato dentro al suono sempre ripetuto e semplificato con acutezza di una chitarra. Un materiale composto di America, amicizia, vino, strade sognate, amori cercati e perduti, case bolognesi, accento modenese; che non si ingolfa, ma, come in un container, parte ogni volta per un viaggio che sembra aprirsi alla speranza. Perché la mappa è tracciata con tanta discrezione, con tanta decisione, da poter navigare anche fra le pagine di un libro, magari di un libro di Cartesio; col suo tenero contributo di suoni, fra le cose serie e non solo fra i versi di altri poeti.

Una prima verifica potrebbe essere il riascolto della Canzone delle situazioni indifferenti; ricordando contemporaneamente l’annotazione premessa da Guccini alle sei canzoni che compongono Stanze della vita quotidiana: “La canzone è il fatto di un momento, che serve per altri momenti”. Con amabile indifferenza, e con una certa ironia tutta da godere. Guccini sta componendo il suo Discorso sul metodo. La sua Canzone sul metodo.

 

 

l’Unità, 25 aprile 1980.

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Alice Grandi e Arianna Elmi)

Mercoledì, 22 Luglio 2015 16:03

Il segreto è l’ambiguità

“Luisa Rossi sa bene quel che fa, regala un giorno a me, ride poi se ne va”. Nel libro di Antoni sui Beatles pubblicato dal Formichiere alla fine c’è una intervista con Gianni Celati che è fra le cose più spiritose e intelligenti che ho potuto leggere di recente. e naturalmente anche fra le più precise nella loro apparente frivolezza. Suggerisco di leggerla e di leggere tutto il libro; intanto io ne cavo per questa occasione tre riferimenti che servono da buona introduzione al mio discorso, insieme ai tre versi di una canzone di Battisti.

1) Le parole, tutto quel silenzio introno alle parole; 2) Ecco: la comunicazione è un venir fuori dalla nebbia; è una delle cose centrali dei Beatles; come ci si metta in comunicazione; come ci si trova, ci si aspetta; 3) Il problema non è mica di arrivare ad afferrare la cosa giusta e vera, è di imparare a muoversi fra gli effetti.

Queste frasi si adattano all’argomento che è Lucio Battisti, cantante con connotazioni notevoli, visto il successo permanente di quasi tutti i suoi dischi. Ha una voce flebile tutta voltata all’agro-dolce, quasi scipita; eppure la sua comunicazione cantata conferma un professionismo che in Italia solo Gaber credo gli possa opporre. Rigoroso fino allo sfizio ma senza alcuna concessione alla ricerca vera e al movimento delle idee cantate, eppure sempre abbastanza pronto ad usare segnali nuovi non appena si siano resi indispensabili. Il rapporto uomo-donna; meglio: il rapporto o disaccordo Lui e Luisa Rossi è il centro persistente del suo discorso; e nel corso degli oltre dieci LP confezionati a partire dal 1969 la sceneggiatura di base è in prevalenza un rincorrersi e rincorrere i gradevoli o sgradevoli bisticci amorosi: composti dentro a un molliccio dei sentimenti calibrato con grande intelligenza.

Allora come spiegare, con l’ausilio di strumenti così semplificati, la resistenza nel successo di questo cantante? Per l’uso sapiente – direi – dell’amalgama, cioè il dosaggio di voce parole musica suono arrangiamento sospiri pause paure resistenza nel lavoro. Così le canzoni di Battisti cantante con una tenerezza molto regolare, dentro a una calcolata monotonia, riescono a convincere di proporre messaggi non trascurabili; e che il corpo della canzone è più resistente, più utile della sua apparente frammentarietà. Riciclato di volta in volta non dall’ideologia, non da particolari premure culturali ma da un’attenzione quasi ossessiva degli umori pubblici, Battisti è un cantante che può durare cent’anni. La sua flebilità gli impedisce di consumarsi, il suo rigore lo rende impermeabile alle mode rapide e generiche. Defilato, si fa vivo solo coi dischi. Non è dunque un personaggio ma una voce.

Una voce che inserisce con metodo il silenzio fra le parole. Creando turbamenti laddove potrebbe esserci solo approssimazione. Dentro il frastuono odierno mormora con insistenza, sorridendoci sul cuore. Dice: Cammina piano / perché nel mio silenzio / anche un sorriso può fare rumore. Canta una canzone che in una varietà di piccoli e continuati lamenti ricorda il dramma dell’amore; proposto con una tenerezza inquieta. In questo dramma l’uomo è colui che chiede invoca prega dice propone; insomma è subalterno. Mentre la donna è quella, fra i due, che può sempre partire e ritornare. Può ritardare. O decidere di stare. Perché è più forte e libera di volere. L’effettivo merito di Battisti, in questo gioco tradizionale dei sentimenti, è quello di non apparire né Re né Bertoldo; ma un campagnolo che, imparando l’inglese, si è un poco sofisticato; e che identificando nelle pene d’amore le pene della vita, riesce a muoversi fra gli effetti e fra i suoi silenzi.

 

 

l’Unità, venerdì 4 aprile 1980.

 

Non era una macchietta ma un estroso prodotto di una fantasia viva ed ironica – Fu un idolo dei juke-box

 

Quando Fred Buscaglione morì all’alba del febbraio 1960 schiantandosi con l’auto contro un camion carico di ghiaia, i giornali portarono la notizia intitolandola: “Scompare l’idolo dei Juke-box”. Mentre nel 1959 quando Fred Buscaglione esplose nell’Italia del miracolo economico (che correva dietro ad una ebbrezza abbastanza dissennata e provinciale) i complessi in voga furoreggiavano impigriti dietro una melodia lavorata in superficie, spesso ricalcata e solo alle volte incrinata da qualche ricerca nuova. Voglio dire che in quei quattro anni, da noi, era accaduto almeno un profondo cambiamento: la canzone non era più fischiata o solo ballata ma era ascoltata.

Buscaglione buttò in pubblico o sul pubblico una canzone tutta raccontata e concentrata, in cui immetteva piccole minuzie da commedia dell’arte. Il racconto, infatti, era consumato rapidamente; e anche le canzoni si svolgevano con una fretta tormentata e poggiavano sempre, o quasi sempre, su uno spunto da capitalismo avanzato e non da civiltà contadina ancora prevalente nell’Italia di allora. Ogni episodio era un sentimento d’amore non di uomo-donna ma di femmina-maschio, e sembrava dovesse prolungarsi oltre il canto; sembrava dovesse avere un seguito che l’ascoltatore poteva immaginare e svolgere, volendo.

Infatti, a mio parere, un pregio di queste canzoni era il compimento di una tristezza non detta, ma lanciata, lasciata fra le righe; tanto che si proponeva quasi una dissociazione fra il personaggio e la sua ombra. Il personaggio era un piccolo borghese che si fingeva duro con il cappelluccio da gangster, i baffetti stretti come lame e i capelli tirati a lucido in una faccia gonfiata dall’alcol e sopra un vestito a righe degli anni Trenta; l’ombra, dietro, si muoveva cauta, in una realtà più diretta e più precisa, divisa fra la fatica di fare (anche il lavoro duro di cantare) e un’ironia in cui si avvolgeva interamente, magari contro se stessa.

In realtà Buscaglione non cantava alla TV o non recitava in un film o nei night clubs ma in una piazza; anche se con approssimazione esprimeva sempre una richiesta, una verità popolare.

Non era una macchietta; ma uno di quei prodotti estrosi della fantasia, che la gente bruciava come legna nelle lunghe sere dei paesi. Le sue canzoni più famose avevano un cliché quasi simile: l’avvio proponeva il tema e il luogo con suoni e rumori (in Teresa non sparare i titoli dei giornali e la voce radiofonica; l’ululare della sirena in Che notte; il sottofondo di campanelli, un fischio e una voce, in Che bambola; ancora la sirena della polizia in Ciao Joe); seguiva poi uno svolgimento rapido, un racconto tutto sulle cose, un accompagnamento essenziale, ed una conclusione con appena poche note (a parte Frankie and Johnny, in cui il modo “caldo e rabbioso” di improvvisare di Buscaglione prende spazio e ci convince).

Con una lingua registrata sul gangsterismo made USA, (ma con quel tanto di ironia compensativa che le impediva di coagulare) questo lavoro cantato di Buscaglione che ho passato una intera sera a riascoltare si conferma – qua da noi – un poco più avanzato del suo tempo e non ancora inghiottito dai tempi nuovi. Tanto è vero che ce lo ritroviamo intorno.

 

 

l’Unità, 8 giugno 1980.

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Alice Grandi e Arianna Elmi)

 

Mercoledì, 22 Luglio 2015 15:40

Malinconici anni ’60, irruenti ’70

Nel 1968 a Sanremo vince la Canzone per te canto e musica di Sergio Endrigo su queste parole di Bardotti “La solitudine che tu mi hai regalato io la coltivo come un fiore”. È un momento importante della canzone italiana; ed essendo ogni canzone diretta testimonianza del tempo (e del suo mutarsi) è un momento importante anche della società in generale. L’anno prima, con un suicidio improvviso come in una tragedia greca, era morto Tenco; nell’anno 1968, in corso, esordivano, a Sanremo, Lucio Battisti, Paolo Conte, nonché il grande e stanco Louis Armstrong. In un mondo agitato da un movimento di violenza che esplodeva e dissacrava, Endrigo porta avanti la sua comunicazione molto tipica, centrata sulla malinconia della felicità.

Mi spiego. Connotazione specifica di questo cantante istriano è la perseveranza sui discorsi esistenziali filtrati attraverso alcune griglie persistenti, quali: la memoria di tante cose passate, l’inquietudine di chi è senza terra ed è reduce, l’odio-amore per la nuova cultura che si deve tutta accettare o subire, l’ambizione di non rassegnarsi mai ad essere divorato completamente. La festa appena cominciata è già finita, il cielo non è più con noi. Sento dentro le canzoni di Endrigo il senso e il peso di una persistente fatalità, quasi una piccola ma dolorosa dannazione che si porta addosso; ma sento anche la tensione di una speranza di cose diverse che si accompagna a progetti di viaggi e di viaggi e di viaggi verso terre più felici, assolate dove l’uomo non è più rassegnato e può consumare la vita col lento affanno, ascoltandosi amare.

Priva di ogni violenza, la canzone di Endrigo è anche priva di ogni dura rassegnazione. È una specie di piccolo manuale di sopravvivenza, abbastanza preciso nei dettagli. Sembra che Endrigo canti esclusivamente per se stesso.

Ho detto senza rassegnazione, aggiungo senza stanchezza fastidio rabbia. Ma per necessità. Solo per ascoltarsi, per rompere, con il coltello della voce, la filigrana del silenzio che gli si ricompone di volta in volta attorno e addosso come una tela di ragno. Spiego così anche il suo amore per la canzone brasiliana, per il Brasile come terra senza confini e tutta foreste. Un luogo dove uno non ha più la voglia o l’ansia di fuggire perché gli spazi sono immensi e lasciano respirare. Se gli anni Sessanta sono passati sotto il segno di una grande rivoluzione dentro le cose e dentro le idee; e cumuli di contraddizioni si sono sovrapposte come macerie: se anche la canzone ha cozzato sbrindellandosi contro i muri; gli anni Settanta sembrano diversi come un inferno. Mortificati da una nebbia impolverata, come mossa da trecento bandiere in continuo movimento. È una sensazione singolare. E lì dentro anche la canzone si imbroda.

Quando Branduardi esordisce con il primo LP è il 1974 e cominciamo ad essere in piena bagarre politica. Il boom è finito, si fanno vive le br; tutto cambia e comincia a cambiare in Italia, tranne l’infernale giuoco di morte avviato con piazza Fontana. Branduardi canta: “Re del suono e del silenzio – che comanda foglie e fiori; re del fiume re dei mari, re del tempo e delle idee. Re del sonno e del risveglio, di rinuncia e di paura, re di fiaba e di follia, re di tutto sono io…”.

È indubitabile che fin dal principio si identifica in questo autore non la rottura ma il capovolgimento degli schemi sia tradizionali che ideologici del suo rapporto col mondo. Viene privilegiato non il privato, con le inquietudini ed incertezze; non il politico che travolge senza lasciare respiro, ma direi la fisicità della vita; l’aspetto vitale dell’esistenza; le sorprese che produce e anche la trepida felice irrequietudine che non si gode tanto col cuore ma si tocca con le mani, così come si palpa un raggio di sole attaccato al muro. È stato detto con esattezza che le canzoni di Branduardi portano a ricostruire un paesaggio di immagini e di emozioni; aggiungerei che questo precisare cose sognate e questo ascoltarle dentro al loro silenzio porta in conclusione a distribuire una comunicazione fatta di tanti piccoli precisi momenti e motivi che si avventano sulla pelle e ci fanno risentire.

Gli anni Settanta non sono interpretati ma sono riconosciuti; non sono descritti ma toccati coi pollici, da scultore. Non sono giudicati. È segno del riflusso? Il termine è un’invenzione del gran chef della comunicazione, perché anche noi si resti convinti che non c’è più niente da fare. Invece siamo appena in movimento. Branduardi avverte semplicemente che i tempi sono tali da richiedere in ogni situazione il massimo della fantasia, il massimo della tenerezza, il massimo dell’invenzione.

 

 

l’Unità, 6 aprile 1980.

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Alice Grandi e Arianna Elmi)

Mercoledì, 22 Luglio 2015 15:25

Le smorfie verbali

1. È probabile che “Tozzi”, LP di Umberto Tozzi; “Sono solo canzonette”, LP di Edoardo Bennato; “Non so che darei”, 45 giri di Alan Sorrenti siano fra i dischi o addirittura siano i dischi italiani più gettonati della prossima estate. Che non sarà certo un’estate tranquilla, dentro a questo mondo che gira veloce e giuoca col fuoco.

Allora in due parole circoscrivo alcune delle fiamme più alte che in questo momento stanno di fronte a tutti, anche ai giovani, probabili consumatori di questa comunicazione sonora che è senz’altro destinata a loro. La violenza inutile e atroce che insanguina; l’inflazione che abbassa con metodo i livelli di guardia dell’economia; le manovre en plein air o anche quelle clandestine del capitale monopolistico che nei suoi travasi produce sconquassi; le trentamila Fiat invendute che diventeranno sessantamila in ottobre secondo le dichiarazioni ufficiali; e soprattutto la impossibilità quasi frenetica di identificazione sociale che colpisce e ferisce con conseguenze patologiche le nuove generazioni. Non possedendo più il (certamente) retorico ma in effetti utile o strumentale rifugio/nido della famiglia tradizionale, travolta dalle ondate di una crisi irreversibile, i giovani non hanno neanche più la casa come una indicazione solida o quantomeno utilitaristica di un tetto sotto cui sottostare (che è diverso di passare, transitare); mentre adesso hanno magari quella stanza, quello sgabuzzino a mezzadria come luoghi proposti soltanto per dormirci; e poi quella piazza, quella strada per soste prolungate; spesse volte non possiedono niente di niente e possono salvarsi viaggiando, muovendosi alla ricerca di una persona, di una voce, di una mano; anche di una canzone. E così capita che su una canzone si impuntano.

Da parte loro le persone mature si sentono per lo più perdute di fronte al movimento continuo di una realtà che non si riesce a controllare e spesso tanto meno a capire (dato che non abbiamo ancora strumenti rinnovati di conoscenza e dobbiamo accontentarci di moduli antichi); perdute dietro il rimpianto della memoria, dentro il vertiginoso vuoto del futuro o infilati nella paura di una morte senza faccia; paura che non ha compensi. La vita sembra appoggiata per il momento alla caverna del niente.

Il presente quadro coglie la situazione nella sua faticosa ovvietà; né sarebbe valso il caso di riparlarne se non per verificare l’impatto fra essa e le parole cantate da esaminare; vale a dire le voci delle canzoni sopraindicate che sembra meritino la palma non delle più belle o più nuove o più intelligenti ma, ripeto, delle più richieste e ascoltate.

Per il momento il quadro, sia pure così sommario, è grigio ma realistico. In ogni modo un po’ tutti sostengono che nelle canzoni non si dovrebbero cercare più questi problemi generali che circondano la nostra vita, ma semmai si potrebbe cercare e tollerare solo l’ombra di questi problemi, che divaga alleggerita e mescolata come un pesce nell’acqua. Canta Bennato: “io di risposte non ne ho! io faccio solo rock’n roll! se ti conviene bene, io più di tanto non posso fare!”. Semmai, essi concedono, si potrebbero annotare i pericoli che incombono sulla nostra vita intera, oggi; ma senza infierire; cercando anzi di renderli sopportabili e leggeri; vale a dire riciclati nel prato dei sentimenti e con qualche ammicco insistito.

Se, dopo questo vario confronto affrettato, consideriamo lo stato della canzone in USA, Gran Bretagna o nella R.F.T., si può intanto concludere che la canzone italiana ha patito un regresso molto più accelerato e forse traumatico in favore di un “privato declamato” o di un “privato esistenziale”; cioè di un privato tutto raccontato o tutto rimpianto. La notazione parcellizzata e insistita prevale su ogni altra; così è puntuale e ribadita l’emarginazione o l’espulsione di qualsiasi rapporto diretto con la realtà politicizzata. Si tratti di un riflusso non più arrestabile e poi voluto e accettato; oppure di una stanchezza da eccesso di politicizzazione, quindi certo astiosa ma episodica e che sarà presto contraddetta, è presto per dirlo – però non è mai troppo tardi per volerlo. Tuttavia lo stato delle cose è questo e va considerato.

Ha cantato Pierangelo Bertoli, che meriterebbe più fortuna e più consenso: “adesso dovrei fare le canzoni / con i dosaggi esatti degli esperti / magari poi vestirmi come un fesso / per fare il deficiente nei concerti”; mentre per dire ciò che si pensa bisogna “spendere quattro secoli di vita e fare mille viaggi nei deserti”. E a proposito dei dosaggi esatti basterebbe scoperchiare la canzone “Evviva lo stivale” di De Gregori e controllare il microcongegno astutissimo e asettico. Oggi infatti, sotto lo sforzo psichedelico e promozionale di un tecnicismo sempre più accentuato (gli arrangiamenti made USA, l’uso e l’abuso dei suoni made England, gli allestimenti tecnologici made R.F.T. hanno raggiunto un grado di sofisticazione quasi intollerabile; così che non c’è più un suono né uno strumento con cui affrontarsi; ma piccoli mostri meccanici che tutto promettono e tutto fanno, freddi (e osceni) robot del suono senza grido, senza errore, senza vera fatica); oggi, ripeto, confezionano prodotti quasi esemplari ma affacciati “sul vuoto di troppe ore concentrate nel vuoto di troppe giornate”; cioè sulla disperazione di una vita che prima c’era e adesso è scomparsa lasciando solo una traccia bagnata; dato che gli autori cercano di riannodare l’appiglio col privato – nel rifiuto ossessivo del politico oramai scalciato tutto via. E a ogni buon conto questo ritorno nel guscio del proprio cuore non riesce a far lievitare la canzone né a confortare neanche un poco; perché non è neppure un giuoco, un giuoco aperto; ma un pretesto con poca tensione; e chiede in prestito appena un orecchio e non il cuore; o i fili dei pensieri. Ricordo in questo momento, invece, i primi versi di “War”, la canzone di Bob Marley: “Ciò che la vita mi ha insegnato / lo vorrei dividere / con tutti quelli che hanno voglia di imparare”.

2. “Vedremo più in là, scrive Piergiuseppe Caporale in “Tozzi fermoposta” su Ciao/2001 del 23 maggio, come quest’ultima fatica dell’artista torinese sia veramente, per la prima volta, un qualcosa scaturito da un lavoro istintivo, quasi senza preparazione, buttato giù di getto e poi costruito in studio da musicisti fra i migliori del mondo”. Costruito in studio; un’operazione di assemblaggio. Infatti Greg Mathieson ha curato gli arrangiamenti; poi il chitarrista Lee Ritenour e gli studi Union di Monaco di Baviera per la realizzazione hanno cercato di portare fuori il disco di Tozzi dal “cliché di prodotto di consumo, anzi di consumissimo, da bruciare in una sola estate”, a cui l’autore sembrava relegato. Ma i milioni di dischi venduti di Ti amo; Tu; Gloria; inducono a esaminare l’ultimo LP di Tozzi almeno con attenzione. E sarà almeno utile ricordare quanto ha dichiarato l’autore nell’intervista sopraindicata: “Probabilmente è stata questa nuova ventata di rock… che mi ha entusiasmato e mi ha permesso di ‘partorire’ tanto facilmente il mio ultimo disco. Finalmente siamo tornati alla musica che preferisco, e tutto ciò è avvenuto nel modo migliore, prendendo quei canoni classici ed insistendo sulla parte melodica, che, da alcuni anni, era abbastanza soffocata da quella rimica”. Ma da una parte il rock in atto è anarchia avida, oppure è anarchia spietata e senza suono, oppure anarchia rassegnata, cioè ferita da brividi di angoscia; dall’altra è anche una felicità con dentro una rabbia; è improvvisazione molto decisa ma molto imprecisa, col rifiuto di ogni suppellettile culturale; è anche invenzione alle volte approssimata e alle volte un poco ingenua; ma soprattutto in ogni caso è un modo di graffiare lo specchio del mondo (di graffiarlo per cercare di guardare dietro); o di alitarci sopra anche solo per appannarlo e non specchiarsi.

Il rock di Bennato, nel suo LP “Sono solo canzonette”, direi che è un pretesto; è un rock-consumo, un rock-giornale aperto su un moralismo che sfiora il grigiore; ed è parecchio irritante; “E voi banditi, pirati e contrabbando! / è da parecchio che vi sto osservando! / ma che rivoluzione! la vostra aspirazione / è diventare né più né meno come quelle… / persone serie, persone rispettate / che per scemenza guardate e scimmiottate!”. Lo sottosegno come tante piccole eruzioni di violenza verbale, neppure gridate; corrette di continuo dal proposito (che è un’ansia) di allontanarsi, di essere altrove; ma non là dove sta l’uomo a cercare di rendere, nella sostanza, diverso il mondo; invece arrapato lassù in cielo, con utile e ironico distacco, in una lontananza che non contamina ma semmai promette; dando illusione alle cose. Il verbo volare (da intendere come un modo di guardare dall’alto, ripeto, ma anche come uno staccarsi svelto e definitivo dal basso; pretesto effettivo o click solo sentimentale per ricominciare a sognare e forse a sperare); questo verbo compare più volte nei punti di maggiore tensione e di maggiore contraddizione della canzone: “che rischi corri se non vuoi volare...”; “Ma voglio volare anch’io / volare a modo mio / il prezzo è assai alto / pur non essendo mai andato a scuola”.

Queste piccole impennate “a contrasto” sono tali da incrinare una certa monotonia delle canzoni, abbastanza ripetitive e un poco smorzate, di questo LP; che sembrano strette dentro a una versificazione sostenuta da piccole referenze molto corte, molto ritmate; ma che non riescono a formare una scansione di segnali. Aiuta, a volte, l’inserimento di un’ironia abbastanza esplicita, che, in momenti canonici, rompe la struttura itinerante e un poco salmodiante del contesto: “non bastano i discorsi / ci vogliono le bombe” e “se qualcuno mi vuol fermare / sono disposto anche a sparare”.

3. Ma di fronte alla uniformità seriosa di Bennato, Tozzi propone nei suoi testi una struttura in cui sono prevalenti, a mio parere, la dissociazione e l’approssimazione (cercata? calcolata? voluta?). Tozzi infatti avvicina un argomento o una situazione senza approfondirli (anzi, evitando di approfondirli) ma dissociandoli; in altre parole, scomponendoli e mescolandoli in un modo che può sembrare disordinato mentre è ben calcolato. L’ovvietà così scomposta e mescolata concede qualche volta la frizione di metafore non previste (ma comunque ogni risultato in tal senso è lasciato alla piccola manomissione o alla previdenza del caso). E tutto con una calcolata pazienza; al modo con cui si spolpa un osso. Prendo ad esempio le ultime cinque righe di “Gabbie” e le scompongo e ricompongo per mio uso: “Gabbie / nella mia vita non ho mai conosciuto che gabbie / se mi aspettasse vivrei / ma troppo bello sarebbe / fammi un favore Gesù / fa questo gancio che regga / non mi lasciare quaggiù / non come un’aquila in gabbia…”. Questo procedimento dell’approssimazione (cioè dell’avvicinamento, della manipolazione e della dissociazione della struttura logica) riesce evidente anche nel testo di “Luci ed ombre”, che appanna e sfuma in un controluce da brivido del cattivo gusto un incidente automobilistico in cui un lei e un lui sono coinvolti durante un sorpasso, con la conseguente morte di lei e il ricovero di lui in clinica, da cui esce dopo una lunga degenza per andare a suicidarsi buttandosi da un campanile. Il racconto; anzi, direi, il resoconto appoggiato senza scrupoli sul patetico più sfacciato è organizzato su alcune frasi (travi) portanti che indico in successione: 1) infermiere lei dov’è perché non la vedo (è una domanda che gronda angoscia e vuol far presagire il dramma); 2) vedo soltanto luci e ombre la sposerò, a settembre (è immediato il contrasto fra il trauma del presente e la speranza che illumina e rimanda); 3) la cinquecento di papà (stabilisce una felicità povera, tanto più goduta e da godere; e che è solo felicità e giovinezza); 4) amore dove sei firme sul gesso luci ed ombre (la stessa domanda che ritorna, gli amici che fingono serenità nello strazio e l’oscillare del ferito ancora dentro al suo male); 5) non disturbarti c’è il taxi e lei mi lasci pure qui davanti al campanile sì (si prepara un dramma che non era previsto); 6) soltanto amore solo tu quel che mi fa volare giù (un epilogo rapido in poche parole). Di fronte a questo guazzabuglio di gastronomia sentimentale ricordo un solo verso di una canzone di Jim Morrison, credo sia “Lament”: “ho stretto la coscia di lei e la morte ha sorriso” dove è bruciata in un baleno ogni cartaccia sentimentale e il giuoco dell’orrore.

4.Ma per tornare sull’argomento;Tozzi raggruppa in quest’occasione (e quasi sempre anche altrove) con una rapidità sfilacciata, sottile i vari elementi di un racconto strappacuore; al fine di immettere dentro alla concitazione semplificata dei sentimenti anche una dose di inquietudine tutta di testa, che torna però abbastanza utile e, in questo caso, funzionale. Magari a scapito di una sostanza della storia che non riesce ad articolarsi e a prendere quota e finisce per arrotolarsi dentro a un contenitore di alcune parole e di alcuni suoni abbastanza uniformi. La mancanza di pause, di sospensioni calcolate o di attesa sulle cose che si dicono o si fingono, è un altro elemento di queste canzoni. Le quali propongono quasi sempre un immediato rapporto uomo-donna; meglio, un lei e un lui, al centro della comunicazione; da cui partono piccole ramificazioni con prevalenza della lagna all’italiana; cioè con il maschio costretto dall’abbandono o dall’indifferenza o dal destino a pregare, inseguire, chiedere, piangere; e con la donna che è sempre o quasi sempre sprofondata in una inquieta mobilità sentimentale, mai definita: “un anno che tramonta senza lei”; “ma di nascosto piango amore dove sei”; “anche una donna si perde se per un po’ non si stringe”; “dimmi di no, non morirò”. Come anomali, annoto solo alcuni passaggi particolari abbastanza precisi: 1) ”Capirà lei sente / anche muoversi un fiore quando fa l’amore”; 2) “del tuo tumore sa tutta l’orchestra / dirigi per il tempo che ti resta”. Sono piccole tracce su una pelle che resta intatta.

In “Stella stai”, che rischia di essere un boom estivo, si possono valutare ancora meglio le astuzie calcolate, i calcolati difetti di questo cantante e autore. Riordino i primi quattro versi: “Stai Stella / stai su di me questa notte / come se fosse lei / fosse Dio / fosse quello che ero io / Polaroid / stella stai / dolce vento di foulard / visto mai visto mai / che mi sospiri di più / che mi sospiri di blu”. Non c’è neppure il proposito o il progetto di una comunicazione strisciante; si sceglie di procedere per sussulti, per piccoli agglomerati di parole/suono in cui ogni tanto affondare metafore non strutturate, in un escluso rapporto subalterno con la musica. Perciò la canzone è in equilibrio su un sistema di segnali brevi e ripetuti, con l’intrusione di alcune metafore che gonfiandosi interferiscono: “i funghi dell’umiliazione” oppure “le mani… due farfalle di nuovo ho”. Ma in ogni caso la canzone finisce sempre per sedersi e proporsi come esclusivo prodotto di consumo; di un consumo senza vuoto a rendere.

 

 

Laboratorio Musica, mensile di musica e didattica musicale, anno 2, n. 14/15, luglio-agosto 1980.

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Alice Grandi e Arianna Elmi)

Mercoledì, 22 Luglio 2015 15:00

Oltre il mito dei Beatles

Gli Stones sono adesso in Italia per due concerti a Torino e a Napoli. Ci arrivano dopo dodici anni, e dopo che sono passati i lunghi contraddittori anni Settanta, zeppi di intuizioni decapitate, di errori grossolani, di novità faticose e quasi clandestine, ma soprattutto contrassegnati dal progressivo stravolgimento della nuova sinistra; sgretolatasi al vento implacabile di una vecchia retorica ideologica.

Un’approssimazione alle volte tragica e alle volte tetra nel dibattito sulle cose e sulle idee durante quel decennio (che però non si deve maledire ma riconsiderare e riesaminare in dettaglio con la necessaria pazienza) aveva anche dirottato, con una furia sciamannata e senza previsione del futuro, tutti i grandi concerti rock del nostro paese. Lasciandolo disarmato o buffamente lusingato al tiepido borbottio musicale dei nostri divi locali, piccoli, gialli cardellini di serra.

Ma oggi può essere un buon giorno, nel ricevere la visita dello straordinario circo di parole, voci, suoni e gesti affidati ai cinque Rolling e ai trecento impiegati e tecnici che li accompagnano. E questo senso di gradimento per un avvenimento che molti ritengono, invece, solo spettacolare, industrializzato, di pura speculazione e senza l’aggiunta di novità sostanziali, è determinato dalla convinzione che si tratta, in ogni caso, di un “evento”, nel senso di avvenimento fuori dall’ordinario con conseguenze stimolanti e positive per il nostro modo di intendere, vedere, ascoltare non solo i concerti dal vivo, ma anche, tutta intera, la vita che scorre.

Al primo approccio viene sempre, diretto o indiretto, il confronto o il rapporto con i Beatles. Per livello di fama, per necessità generazionale, per scadenze di date nel lavoro. In questo senso mi pare ancora esatta l’indicazione rilevata da altri circa la struttura dei due gruppi (non contrapposti, non antagonisti, ma certamente molto diversificati): orizzontale per i Beatles, verticale o verticistica per gli Stones. Questa struttura ha stabilito nei Beatles una sostanziale omogeneità, nel senso che ognuno dei quattro aveva una sua collocazione ed esprimeva un suo segno, ed era, per il pubblico, identificato in quella, ed in questo come un prototipo che presupponeva, per l’assemblaggio, la partecipazione di pezzi di eguale valore, o almeno di eguale sicurezza nel risultato. Però una struttura, è stato anche aggiunto, falsamente democratica, in quanto i dislivelli di valore erano impliciti.

Gli Stones hanno invece struttura piramidale, che parte da una base ampia e si restringe fino a lasciare Jagger in cima – essendo diventato quasi subito il padrone del vapore.

Questa disposizione presuppone la mente di Giove e quattro abili pifferi di pianura. Una mente che pensa, ma direi soprattutto, una mente che canta. E Jagger è una voce che suona, una voce che segna: coordinatrice di tutti gli sfrenati elementi che determinano una comunicazione cantata. E dato che il canto di Jagger è suono non è un suono che si isola; al contrario, partecipa, giuoca, insegue e finge di nascondersi tra gli altri strumenti, per uscirsene fuori strappandosi lo spazio come se aprisse la strada del cuore con una lama.

I Beatles hanno subito toccato una classicità “ordinata” che sembrava fuori dalla storia, ma ben dentro i sentimenti. Cantando, era come si disponessero a ricordare, magari avvenimenti clamorosi che, in un certo modo, li avessero sfiorati senza travolgerli. Alle volte pareva che soffrissero con tanta tenerezza da far sembrare dolce, o desiderabile, anche l’atto o la fatica di morire: ma poi conducevano al risveglio dei sensi – o dalle utopie del dolore – con un respiro che soffiava sul fuoco, sfiorandolo appena.

Il mondo continuava con loro e loro camminavano col mondo, cercando e inseguendo l’armonia di questo camminare lungo, che accompagnava il destino.

Gli Stones sembrano sempre capitati dentro a una battaglia o appena usciti da essa, come i personaggi dissacrati delle acqueforti di Callot. Inzaccherati, sciamanati, smagriti dalle fatiche, con la faccia giovane devastata dal sole, dalle battaglie, con vestiti colorati, improvvisati, raccattati per strada, e indossati con indifferenza; anzi, con una certa violenza, con una gioia forsennata ma calata dentro a un momento. E questo della quotidianità, dell’assenza di storia e di qualsiasi malinconia, mi sembra il loro dato sempre conturbante e sempre nuovo.

Tale ritmo vitale che li porta a correre col mondo (con le ore, i minuti, i secondi del mondo) non ha mancato di fare vittime all’interno del gruppo; spesso devastato come un campo travolto da una grandinata, bianco di ghiaccio o stillante di torpida pioggia. Mi riferisco per primo a Brian Jones, ucciso dalla vita, dalla voracità e dalla pienezza della vita e che non ha retto a questa partecipazione del mondo. I Beatles invece resistono fino alla fine; portano vasi a Samo; indulgono alle crisi esistenziali, a quelle religiose, ma sono – dentro a una dura intransigenza – solo toccati ma non feriti da tutto e possono continuare a cantare a lungo, immersi (e come tutelati) nella stessa immacolata candidezza.

Fino a che un giorno, proprio come elementi disposti – sia pure per comodo – sullo stesso piano e che possono divaricare senza sforzo e senza traumi, decidono di terminare, si sciolgono e si trasformano in acclamati signori dalla chioma grigia, come i grandi tenori di un tempo che si ritiravano nelle splendide ville sui laghi. Anche la morte tragica di Lennon coesiste straordinariamente ordinata dentro a questo quadro di perfezione del cuore. È un sacrificio, non un assassinio. Un’aggiunta non una sottrazione. Lennon non aveva disperazione ma sopportazione; tenerezza inquieta ma anche speranza. È stato veramente ucciso dalla morte. Al contrario di Brian ucciso, ripeto, dalla vita; e che per questo è ancora un personaggio che resiste con violenza, come tutti i personaggi veri e tragici è un po’ repulsivo e un po’ incomprensibile.

L’esemplarità rabbrividente di Brian sta proprio nel non essere stato ucciso ma nell’essere stato consumato fino in fondo, risucchiato come da un’onda alta che non gli lasciava speranza. Così non ha avuto modo di reggere neanche allo scontro conclusivo con Jagger, che lo stava divorando con i suoi dentini ridenti, simile ad un ragno morbido impietoso magnifico e affamato. Nelle poche “situazioni” appena enunciate si rannicchia secondo me anche la spiegazione della durata di questo gruppo, che chiama raduna coinvolge trascina oggi come vent’anni fa, e che non si è lasciata intonacare dentro le bacheche del sentimento, delle formule e dell’industria; e così si è preservato non “miracolosamente” ma con fermezza dall’inevitabile obsolescenza. E con questa determinazione ha potuto aggredire ogni formula, passare attraverso ogni moda, masticando con terribile indifferenza ogni erba (anche alcune che parevano velenose) perché in mezzo ci mescolava l’antidoto di un’attenzione violenta, di una curiosità senza pace e riposo; un’impazienza non superficiale, legata direttamente ai segni, ai fonemi.

Per questo direi che ogni canzone degli Stones è sempre marchiata a fuoco, per stabilire una proprietà nella foresta. Naturalmente, in questo mondo composito di segni, che ogni giorno sembra rendersi nuovo col nuovo sole, c’è posto anche per inevitabili o esecrabili sgradevolezze. Dunque, ci sono pagine abbastanza nere, o nere addirittura, nella tempestosa vicenda ventennale di questo gruppo. Altamont, per esempio. La collusione con gli Hell’s Angel (“questi pazzi che facevano cose assurde”, come disse Keith tanti anni dopo); i pestaggi; l’uccisione del giovane Hunter. Era il 6 dicembre del 1969, in California. Un episodio documentato nel film “Gimme Shelter” uscito l’anno seguente. L’anno in cui essi rompono con la Decca e cominciano a gestirsi da soli; l’anno in cui “riprendono” il rock (un rock non contaminato) proprio nel momento in cui invece i Beatles, non riuscendo a saltare la siepe per riprendere il cammino in campo aperto, decidono di abbandonare.

Il punto è tutto qui, nel senso dell’intuizione del mondo e del suo movimento, della musica, delle proprie disponibilità a fare, ad agire. Con l’appoggio di Jagger, personaggio fuori da ogni norma. Una bocca enorme che si apre come l’antro della Sibilla e da cui ci aspettiamo ogni volta oracoli colorati, storie di prodigi e che debba produrre solo echi echi echi dentro al suono del giorno che si gira. A me, poi, sembra un fratello gemello di Raffaele Viviani, napoletano di New York o americano di Napoli. Così colorato, così notevole, così leggero, così vecchio, nella sua disperante giovinezza, così vitale sino ad una ridente esasperazione. Quindi va bene che il luogo per cantare sia Napoli ma non dovrebbe essere S. Carlo bensì il San Carlino, il teatro classico e antico, faccia a faccia con il più grande il più difficile il più umano pubblico del mondo.

I Beatles erano troppo inglesi per continuare a durare oltre la fine del loro mondo. Un sottile egoismo li riconduceva sempre alla ragione. Erano troppo lucidi per non avere paura di quel futuro che adesso cade dentro alle mani di Jagger e soci, itineranti come i grandi comici del Cinquecento attraverso un mondo pieno di croci.

 

 

l’Unità, 11 luglio 1982.

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Alice Grandi e Arianna Elmi)

Mercoledì, 22 Luglio 2015 14:52

Ma perché in tanti scelgono la morte?

La “cultura della droga” e la brutalità della vita quotidiana – Un minuto felice

 

Quando Pierangelo Bertoli canta, quasi spaccando la frase: “Scoppiò un sorriso e illuminò / i prati della solitudine”, propone solo una schiarita improvvisa in un racconto generale detto e ripetuto dai veri cantautori che invece è tutto segnato da una unica lunga camminata e lunga battaglia dentro la droga. Perché l’eroina è la protagonista di molte estati e molti inverni recenti, quindi lo è anche di questa estate fredda.

Le voci di questi cantanti, di tutti questi cantanti, rendono l’oggi terribilmente lontano e diverso da ieri. Un abitante di Woodstock, la cittadina dove nell’agosto del ’69 si svolse il leggendario festival, in una rievocazione televisiva dieci anni dopo ha detto: “Sì, c’era un po’ d’erba in giro, qualcosa si fumava ma i ragazzi erano meravigliosi”. E un altro: “È stato un momento in cui la società del futuro si è manifestata”. L’erba dunque riusciva ancora a trasportare senza travolgere e si identificava con la tenerezza della fantasia; e poi c’era ancora “rassicurante e straordinaria”, la vicinanza, la comunanza, la partecipazione diretta di cinquecentomila giovani attendati. Ha detto un terzo: “È stato bello a Woodstock avere tutte quelle persone nello stesso tempo, e non è successo niente”. Dopo quel raduno comincia l’epoca contemporanea nella musica e nella partecipazione dei giovani alla canzone. La quale diventò il veicolo per entrare dentro ad un universo lontano da quello ufficiale; che è l’universo delle buone intenzioni e dei politici ciarlieri.

Il dopo Woodstock diventò eguale per importanza al dopo Hiroshima, al dopo Vietnam e a quello che sta cominciando ora da noi, cioè un dopo qualcosa. Una progressiva devianza, un salto di qualità in direzione anomala e un progressivo inabissamento nella droga sempre più pesante. Fino a toccare l’eroina, torva e immobile come la peste sull’Europa nell’anno 1200. La musica così, quando è vera, pesca sempre più dentro a quel mare e trascina, con voci e suoni mescolati, la gioventù a un completo distacco dalle generazioni precedenti. “È domani o la fine del tempo?” si chiede Hendrix; poi canta: “Una nebbia color porpora è nel mio cervello, ultimamente le cose non sembrano più le stesse… Scusami se bacio il cielo”.

Così questi cantanti, e altri vicino a loro, sono portatori di una comunicazione “totale” legata alla propria vita; e non scherzano su niente, neanche quando sembrano leggeri. Ciò spiega la ossessiva attenzione, quasi una identificazione con le loro canzoni, da parte di un pubblico alla ricerca di referenti credibili, veri e vicini. Ficcati dentro a una realtà che si sbriciolava risucchiata dalla frana di ogni residuo “valore”, questi poeti del nostro tempo propongono agli ascoltatori, soprattutto ai giovani ascoltatori, non tanto una immagine ma la tragica faccia di una esistenza consumata nella ricerca di una felicità impossibile. Ormai impossibile. Ma i tre nomi sopra indicati sono ormai dentro al mito e sono autori completi. Dopo di loro la musica trascinata dall’ossessione della droga (o la droga trascinata dall’ossessione della musica) è diventata sempre più imprecisata, sempre più precipitosa, sempre più approssimativa. Già Patti Smith cantava la quinta dimensione dell’eroina, quella che dà l’abbrivio di un momento di pace, che fa magari ballare a piedi nudi ma che finisce per portarti via da tutto.

Lasciandoti dove? Nel decennio dal ’69 al ’77 i giovani dopo grandi e scatenati entusiasmi hanno respinto ogni residuo appiglio politico e col rifugio nel privato hanno scelto una terra desolata in cui attendarsi da soli, senza più guerra con nessuno; neanche con se stessi. Una ragazzina giovane giovane a chi le chiedeva: “Ma non hai mai pensato che magari fra sei mesi di Travolta non te ne fregherà più niente?” ha risposto: “Beh, e allora? Vuol dire che mi piacerà quello che ci sarà”.

La cultura della droga dei vent’anni passati è spazzata via dall’uso del quotidiano afferrato con brutalità, appunto perché senza speranza. Meglio, dicono, un minuto felice che una lunga vita nel grigio spento delle città che schiacciano ogni cosa. Sembra lontana di un secolo Scimmia di Eugenio Finardi: “il primo buco l’ho fatto una sera”. Oggi i complessi producono una comunicazione che trova un’esaltazione o comunque una conferma della propria autonomia e della propria attualità nell’abbassamento apparentemente o volutamente sconclusionato dei segni e dei significati. C’è, in questo degrado, una strafottenza che è ironica o una indifferenza che è tragica. Keith Richards, chitarra solista dei Rolling Stones, arrestato per spaccio di eroina, a chi gli chiedeva: “La musica è magica per te?”. Ha risposto: “Nessuno riesce a capire l’effetto che certi ritmi hanno sulla gente, ma i nostri corpi pulsano. Siamo vivi semplicemente perché il nostro cuore continua a pulsare tutto il tempo. Certi suoni del resto possono uccidere”.

Nella musica ossessiva dei nostri giorni la via dell’ascolto, come un filo sottile, sembra partire dalla vita ma passa vicino o passa attraverso anche la morte. I giovani, visti senza miti e senza repulse, sono ormai una classe non emergente ma emersa e propongono o esigono linguaggi e quindi modi di comunicazione del tutto diversi da quelli istituzionali. I veri responsabili del loro cinismo (spesso), della loro fragilità, della loro solitudine, della loro violenza – e quindi anche della loro droga e della loro musica – sono tutti coloro che reggendo il mondo, lo guidano con la rabbiosa e inquieta arroganza di sempre, senza modificarsi e senza volere conoscere e capire fino in fondo i cambiamenti in atto e le autentiche richieste, che continuamente eluse portano al rifiuto totale e al parossismo. Sicché le nuove bande o formazioni musicali spaccano, anzi buttano via ogni armonia; aggrediscono il suono come fosse un cubo di ghiaccio o fosse il cuore del mondo da sbriciolare a martellate: gettano dentro la pentola del linguaggio ogni genere di parola ramazzata, senza altro impegno che riaffermare il rifiuto della realtà; di questa realtà. La quale è tale da preferirle contro, come dicevo, la morte. (Morte per droga, con un momento di allucinata felicità: morte pronta per suicidio, senza nemmeno il rimpianto del pensiero). O comunque un lasciarsi prendere, andare; lasciarsi trascinare via. Le cinture periferiche delle metropoli prima, poi delle grandi città dopo hanno prodotto questa musica che delira, che prega, che urla col dito puntato che il mondo è finito.

Naturalmente non è vero. Ma se oltre a discettare per giorni e settimane sulle percentuali di voti i dirigenti politici ascoltassero un LP di Peter Tosh o di Lou Reed? Sarebbe un utile aggiornamento culturale. Entrambi venendo in Italia mettono i giovani del nostro paese in movimento. E a migliaia. Centinaia di migliaia.

 

 

l’Unità, 18 luglio 1980.

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Alice Grandi e Arianna Elmi)