Paragonò i Beatles a Cristo non per ironia, ma per provocatoria disperazione – La necessità di comunicare col pubblico espressa attraverso clamorosi paradossi

 

C’è una fotografia ufficiale dei Beatles, datata 1967, che è bella e significativa. Fredda ma vera come tutte le fotografie che non lasciano scappare via nulla e ti inchiodano per sempre. Fermo come una statua di sale, con lo sguardo pietrificato, che ha visto ma adesso non vede più niente. Bene. In alto a sinistra ci sta Paul e sembra Bel Ami; a destra Ringo e sembra un mercante di quadri del tempo di Bodler; in basso a sinistra c’è Harrison e sembra Stevenson a Samoa appena sbarcato dal panfilo; a destra infine c’è John: e lui si distingue.

Ha il viso allungato e il labbro appena contratto, sembra non uno che sta pensando ma uno che sta cominciando ad odiare, con qualche indecisione. E che, al principio di questo suo privato ma profondo travaglio contro il mondo, sia sul punto di rifiutare qualcosa di decisivo e si scopra, in quel momento, debole e affranto. È lo sguardo di uno che non concede pause neppure a se stesso. Ci vedo una determinazione ossessiva, introiettata, a livello esistenziale. Ecco perché l’affermazione fatta in pubblico da Lennon alla fine degli anni Sessanta, che il successo suo e dei compagni era paragonabile soltanto a quello di Cristo, è certamente più realistica e anche più pertinente delle dichiarazioni fatte da Lennon alla fine degli anni Settanta, tra cui mi ricordo il seguente: “In qualche modo, i miei ultimi anni sono stati una sorte di penitenza, un modo come un altro di dire: comprendo completamente e sono pronto a porre la mia vita in linea per dimostrare tale comprensione”.

È certo vero che lui era clamoroso, come è stato scritto, ma non credo che la dichiarazione secondo cui i Beatles erano più grandi di Cristo fosse fatta con una punta di ironia, come è stato scritto. C’era forse una esagerazione iraconda, dentro quella frase, o quel bisogno di esacerbare ogni situazione con il fuoco della sorpresa clamorosa – per l’appunto – che era un contrassegno del gruppo sin dal principio e poi diventò una necessità. Una necessità di comunicazione col pubblico. Per me, comunque, l’ironia non c’entra, non c’è. Lennon affermava quelle cose perché così doveva, perché quello era il gioco. Il grande gioco. Dentro cui ormai si trovavano invischiati, e che richiedeva di continuo simili propellenti nei riguardi dei quali Lennon era diventato, via via affinandosi, un campione.

Un gioco accettato, che richiedeva l’interesse o il distacco della ragione (ragione uguale a lucida invenzione) ma non tollerava certo l’ironia, che rende impossibile di stare dentro le cose o di fingerle, minuto per minuto. La correzione alternativa a questo essere o stare dentro al mondo in modo clamoroso, dunque, non è l’ironia, ma la disperazione. E Lennon era un artista disperato – alle volte con violenza alle volte con discrezione – che non riusciva a rassegnarsi, ad accontentarsi. Il settimanale francese l’«Express» del 20 dicembre, dando notizia della sua morte, ricordava che il 9 febbraio del 1964 i Beatles si erano presentati per la prima volta alla televisione americana nello show di Ed Sullivan. Quella sera in 73 milioni li guardarono e li ascoltarono e la polizia, il giorno seguente, poté dichiarare che per la durata dello show nessun crimine era stato compiuto da un giovane su tutto il territorio nazionale.

Dunque è vero che, per un processo inevitabile di autodistruzione, gli eroi finiscono per diventare non dico caricature ma ombre di se stessi? E si fingono santi o mistici o scettici o pensosi più del lecito per coprire la perdita di potere autentico e quindi la loro progressiva decadenza?

Adesso che le ceneri di Lennon sono disperse è possibile raccogliere la sua voce da terra senza essere calpestati dalla folla eccitata, facendo contemporaneamente alcune considerazioni più distese, fuori dall’ansia dei primi momenti; perché parlare dopo un mese è come parlare dopo un secolo, dentro a tanto silenzio. Così richiamo, intanto, tre affermazioni lette o ascoltate. Una è di Severino Gazzelloni sulla musica dei Beatles, che era raffinatissima e attenta, prevalentemente, al periodo elisabettiano. La seconda è di Gianni Celati (che andrebbe tutto citato), secondo cui i Beatles avevano scelto il “rock da camera”, Chamber Music, una cosa che non si faceva più da secoli: e per quello sembravano un po’ elisabettiani. La terza, infine, l’ha stampata la rivista «Time» tempo fa, e sosteneva che Lennon era l’unico poeta da salvare nel nostro secolo.

Tutte centrano un punto, di volta in volta prevalente, a cui ci si può attenere per non uscire dal seminato. Le prime due indicano intanto una verità, cioè che i Beatles hanno cercato e hanno trovato ma non hanno inventato; la terza, che sembrerebbe soltanto un’esagerazione, insinua che la professionalità sempre più rifinita dei quattro giovani di Liverpool, in Lennon è diventata prima un dramma, poi disperazione, infine convinzione e ricerca di comunicazione nuova, di una comunicazione diversa.

“Io non ho mai preteso di essere un rivoluzionario” scrisse in una lettera a Todd Rundgren del 30 settembre 1974; ma certamente lui ha sempre cantato, ha cercato di cantare come se lo fosse. Rivoluzione attraverso il canto è niente altro che cercare e magari trovare altri segnali per comunicare, è la ricerca di un mondo diverso dei segni. Puntuale all’appuntamento con la storia dei nostri anni, Lennon si è presentato scaruffato, disarmato e ha subito cominciato a cantare-suonare. Cercando un ordine dentro al bosco disordinato dei suoni; e infine proponendolo, questo ordine. Suonava e cantava la dolcezza disperata in un mondo eccitato e disordinato; proponeva la lucida geometria delle loro esibizioni mentre, sulle strade, c’erano barricate e bruciavano le macchine. Affondava la mano nella memoria dei suoni mentre il mondo sembrava capace solo di fischiare, o di piangere.

Si può dire che dentro alla grande e terribile incertezza del nostro mondo un uomo come Lennon, l’uomo che Lennon era diventato, aveva almeno capito. Il gioco è contro l’ignoto mentre la disperazione tutela, difende il presente. Si può giocare soltanto per morire; piangere basta per vivere. Basta questo lungo lamento. Se il gioco è contro l’ignoto anche la morte si può accettare come una conclusione che deve arrivare, come una vittoria al derby. “Ti rendi conto di cosa hai fatto?” – ha chiesto il portiere subito accorso all’assassino. “Certo – ha replicato ghignando Chapman – ho sparato a John Lennon”.

Di morte violenta muoiono soltanto i potenti, i prepotenti e i disperati. O coloro che dentro la vita aspettano. È anche vero che, in questa nuova attesa, forse Lennon sopravviveva. Double Fantasy è un dischetto graziosino e rifinito fino all’esasperazione ma senza un tremito. Ascoltarlo è come andare in barca sul lago in un giorno senza vento. La carissima Yoko canta I’m your angel che sembra una canzone per Biancaneve; ma tutte le quattordici sono sottotonate, con echi e piccoli rigurgiti musicali che vibrano come i capillari di un fumatore accanito. Il disco resta lì e non ha storia. Ma a lui, autore originale e importante (fra i pochissimi) bisogna subito riconoscere la grande capacità, unita a una volontà continua, di cercare, cercare e continuare a cercare la comunicazione. Il respiro, oltre che i soldi, degli altri.

 

 

l’Unità, 8 gennaio 1981

 

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Alice Grandi e Arianna Elmi)

Un giudizio critico di Roberto Roversi sull’organizzazione dei concerti di Patti Smith

 

Viene dunque in Italia e canterà in Italia. La brava Patti, la grande Patti. A Bologna. A Firenze. Forse in una terza città. Ma intanto a Bologna, (Emilia, Italia). È abbastanza vecchia, è abbastanza antipatica, è abbastanza brava, è abbastanza scatenata, è abbastanza nuova. Lei che, come ha scritto Roberto Gatti, si sente tutti e nessuno. Eppure mescolando la sua antipatia, la sua ossessione, la sua scaltrezza, la sua età, il suo professionalismo, e la forza/violenza non di un canto ma di un suono (che a me sembra prolungato e uniforme, da sirena di fabbrica in lontananza) adesso siede sulla cresta dell’onda. Perché manipola, con una forsennata ed approssimativa aggressività, la cultura della gente mezza colta; perché manipola con altrettanto forsennata e approssimativa aggressività (a cui aggiungerei un tanto di drammaticità, di teatralità) il sesso; che come è stato detto per lei è anche, anzi è soprattutto una dimensione di conoscenza. Dice o canta “il paesaggio è in movimento”.

Forse recita più che cantare; quindi si ascolta più che farsi ascoltare; ma nel contesto del suo discorso comunque avviato, con il bisbiglio, con l’urlo, col suono o con il canto rauco da colomba che tuba, la passione stravolge, avendo il sopravvento, la ragione; e ciò che lei ci comunica in definitiva è un magma metaforico traboccante di riflussi culturali generalizzati e mescolati, spesso anche riciclati, non senza un’astuzia maligna o un’astuzia piena di fretta irritata. La mancanza di riflessione e di pazienza è un dato. Quindi concluderei questa annotazione dicendo di ritenere questi concerti comunque un avvenimento che farà gioire chi organizza ed offrirà la possibilità alla stampa di prolungate argomentazioni.

Ma a me che ascolto e leggo la Smith senza un entusiasmo eccessivo (c’è una ridondanza uniforme e un manierismo abbastanza contraffatto nel suo discorso cantato) interessa soprattutto la gestione di questo concerto. Di questo, come del precedente di Dalla-De Gregori a cui feci in precedenza un cenno, e come del prossimo intitolato “Woodstock in Europa”. Perché la gestione spetta all’ARCI; anzi, per l’esattezza, alla CPS, cioè al “Centro programmazione spettacoli dell’Arci”; e perciò ritengo che un discorso sull’organizzazione di questi megaspettacoli-concerti allarghi il discorso, rendendolo certamente più aperto ed interessante prima alla valutazione e poi alla verifica dello stato della gestione non tanto del tempo libero (termine un poco generico), ma degli spettacoli in Italia da parte delle istituzioni di sinistra. Pare a me che la quantità e la grandiosità (non tanto dell’apparato in generale, ma dei modi e dei personaggi in ballo) vada a coprire la mancanza di coordinamento e di interesse per la individuazione dei problemi culturali emergenti e per la conseguente valutazione e programmazione, puntando ancora una volta – come sempre nel dopoguerra da parte della sinistra storica – sul coinvolgimento e sull’utilizzazione del grande nome o comunque della personalità di rilievo (magari anche solo di un rilievo momentaneo) si conferma la destinazione sempre subalterna e sempre solo ricettiva di centri o delle istituzioni o delle organizzazioni che dovrebbero invece avere predominante l’impegno di pensare di stabilire, provvedere, organizzare, rischiare.

Soprattutto rischiare, con intelligenza responsabile e consapevole. Portando e sostenendo Patti Smith in questa occasione, non si fa che ricalcare la vecchia proposta di un Sartre, o di un Brecht negli anni sessanta, quando bastava accennare al nome perché gli applausi scoppiassero.

Poiché in questi anni tutto sta cambiando rapidamente nella sostanza (anche se in superficie il mare delle cose pare ripetersi in antiche lagne e in appassiti anche se conclamati recuperi) credo che sarebbe un poco rasserenante vedere o accorgersi che si smette di ricalcare le vecchie strade per imboccare una qualche via diversa e nuova. Dato che dopo Patti Smith e il suo concerto Bologna ritornerà al bravissimo Dino Sarti, che è tuttavia un cantante dialettale. Oppure se ci volgiamo per altre occasioni o per altro verso a Torino vediamo che nello stretto pertugio di un mese (trenta giorni) sono annunciati in forsennata ammucchiata 70 concerti, dunque due o tre al giorno; concerti di musica classica, in questo caso.

Non c’è in ogni direzione un eccesso che svela fretta, anche se onesta, e un certo affanno di adeguarsi? Io per me questi spettacoli accatastati ed accavallati li sento come un frastuono di suoni o di cose che poi appena si vedono o appena si ascoltano; che possono magari accontentare ma che per la loro concitazione non possono rappresentare alcuna novità di fondo.

Voglio perciò chiudere solo facendo un’annotazione Patti avrà a Bologna forse sessantamila ascoltatori che, finito il concerto, torneranno a casa parecchi avendo comperata l’ultima cassetta della cantante con la colomba. A lire 7.500. Ma a Bologna manca un vero teatro di prosa. Manca cioè un luogo vero adibito a spettacolo teatrale. Dico a Bologna, Emilia, Italia. Dove come sappiamo, il nove di settembre la brava Patti verrà a cantare e suonare. Rassicurando molti personaggi ufficiali e un poco tutti che i vuoti e i silenzi non ci sono.

 

 

La Città Futura, anno 3, n. 30, 7 settembre 1979

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Alice Grandi e Arianna Elmi)

Venerdì, 10 Luglio 2015 09:44

Pasolini: accettato o subìto?

Pasolini: cronaca giudiziaria, persecuzione, morte, Garzanti, Milano 1977, pag. 404

Pasolini e il “Setaccio” 1942/1943, a cura di Mario Ricci, Cappelli, Bologna 1977

 

Nel primo di questi volumi sono raccolte le documentazioni degli errori imputati a Pasolini e degli orrori perpetrati pubblicamente contro di lui dalla società egemone del suo tempo. Nel secondo volume è raccolta un’anticipazione di ciò che Pasolini stava diventando, nel momento della piena giovinezza e di una felicità che era appena incrinata. (È sempre necessario ricordare che anche nei momenti più grevi o più tragici – così come sono riproposti con secchezza burocratica dai documenti del secondo volume – una tensione qualsiasi, ma continua a un tanto di felicità, sia pure stravolta, è il dato del Pasolini anche più maturo e già celebrato. Celebrato nel modo distorto e anomalo che conosciamo).

Credo che entrambi i volumi – l’uno, come ho detto, di resoconti tragici o gravi; il secondo di memorie giovanili e di opere giovanili – siano due contributi molto importanti per cercare di districarsi dentro ai problemi che la vita prima, poi l’esecuzione di Pasolini hanno lasciato aperti. E senza che si arroghino di arrivare a conclusioni – in quanto la gravità di questi problemi induce ad approfondire le questioni piuttosto che a concluderle, sollecitando a continue considerazioni particolari. E a me pare questo il beneficio maggiore, tuttora in atto, che dobbiamo a un autore straordinario (nel senso d’essere, con l’autorità e l’importanza delle opere fatte, fuori della norma istituzionale; nella quale persiste invece il sopore di tante posizioni adagiate nella routine o il contrassegno di innocue stramberie).

Il volume dedicato a raccogliere le “cronache giudiziarie” non è stato pubblicato senza qualche patema, a leggere la notula in appendice firmata dallo stesso Garzanti. E penserei che la perplessità maggiore sia provenuta dall’impostazione generale (che condivido) di questa raccolta di documenti e di contributi di vario genere e misura; partendo dalle convinzioni di come e perché Pasolini è stato ucciso. La volontà di un’autodistruzione? La conclusione inevitabile di un’eccitazione vitalistica e privata? O al contrario il confluire di ragioni generali, rese effettive in quel momento perché a edificazione e in nome della società che abbiamo sotto gli occhi si potesse declamare, come fu fatto, “oscenamente vissuto, oscenamente morto”? Concordo con un’affermazione di Zanzotto, lì dentro al volume: “nella sua morte c’è stata pedagogia”. Ma è soprattutto nel saggio fondamentale di Rodotà che si compongono gli elementi essenziali della vicenda biografico-giudiziaria di Pasolini; e si capisce la sua morte. Rimando dunque il lettore che vuol sapere e capire a queste pagine esemplari. Lì sarà convinto (o stimolato a credere) che intorno a Pasolini si è snodato per vent’anni un unico processo che si ingrossava o risecchiva a seconda delle circostanze; che la società italiana, anche la più tollerante, in quel periodo non appare mai disposta ad accettare questo uomo fino in fondo – anche se è costretta a subirlo. E sarà pure convinto (o stimolato a credere) che Pasolini non fu mai un bersaglio facile, un bersaglio rassegnato; che non diede mai l’impressione di essere in fuga. Anzi, cercando continuamente di masticare la realtà, anche nemica, egli espresse una prorompente vitalità “culturale” chiedendo sempre qualcosa di più e di diverso. Questa fame dei particolari, questa voracità esistenziale aggressiva e insaziata (però non nevrotica, si badi; piuttosto panica, totalmente goduta e totalmente di volta in volta rinnovata) sono il segno condizionante fino dagli anni giovanili – quale appare molto bene indicato nell’antologia curata da Mario Ricci, della rivista bolognese «Il Setaccio», in cui Pasolini molto giovane, redige, scrive, critica, disegna insieme a un manipoletto di compagni intelligenti: Fabio Mauri, Luigi Vecchi, Luciano Serra, Mario Ricci, Achille Ardigò, Giovanna Bemporad fra gli altri. Dal n. 1 del novembre 1942, al n.6 del maggio 1943, questa «Rivista mensile della Gil bolognese» (politica, letteratura, arte, notiziario) raccolse scritti pasoliniani di notevole interesse; ma più generalmente, leggendo il libro intero si può ricavare con lucidità lo spaccato di una generazione che, nata sotto il fascismo, si stava sfasciando insieme (e quindi anche contro) il fascismo.

La particolare e caratterizzante relazione di Pasolini da Weimar potrà essere raffrontata a quella di Giaime Pintor pubblicata nel volume einaudiano Il sangue d’Europa. A Weimar i tedeschi avevano radunato intellettuali da mezza Europa; a Weimar Pintor, Pasolini e altri giovani erano andati con Vittorini. Doveva essere un momento di confronto (come si dice oggi), di verifica; comunque fu una presa di cognizioni e lo sblocco di una situazione di stallo (il primo balzo fuori dal confine, il primo impatto con una aria che non era più di casa). È da questi esami (raffronti) in dettaglio che a mio parere potrebbe avviarsi una più attenta e precisa valutazione nello svolgimento anche contorto, contrassegnato da una ansia culturale estrema e da un dolore, nel fare, realmente atroce, di una generazione che proprio in quei mesi cominciava ad aprire gli occhi; e a conoscere una diversa realtà. Gli elementi esistenziali e culturali “generali” di tale sconvolgimento non sono mai stati considerati fino in fondo, e con il necessario rigore, da una storiografia che ha marciato per lo più sulle generali o sulle contrapposizioni immediatamente identificabili. Il libro di Ricci, compiuto intorno alla personalità di Pasolini, potrebbe molto aiutare a un approfondimento in questo senso.

 

 

Rinascita, anno 35, n. 3, 20 gennaio 1978

 

(Alla digitalizzazione del testo hanno collaborato Alice Grandi e Arianna Elmi)

 

Giovedì, 02 Luglio 2015 16:12

Gli occhi della bambina e l’eclisse

Gli occhi della bambina e leclisse

Fotografie di Guglielmina Otter

con annotazioni di Roberto Roversi

 

 

PREFAZIONE

 

È davanti alla tela diurna della veglia o all’immagine notturna del sonno alla palpebra abbassata del cosmo durante l’eclisse, che la poesia risponde agli occhi, al volto, in un dialogo tra sguardo e voce. Roberto Roversi narra di una corrispondenza che non è solo tra organi, non solamente tra i media e i codici, ma si fa entro la medesima visione poetica. Così gli occhi, che sanno il mistero del reale, conoscono il colore dell’affetto, annunciano viaggi, diventano forza attiva d’irradiazione e d’espressione, mentre la leggera trina della reiterazione anaforica o l’altalenare di nette coppie opposte spostano il verso in un tocco di pittura che vorremmo definire “verbale”.

Se l’occhio è lume e coscienza, è altresì partecipazione ad un segreto che appena può rivelarsi nella sillaba: domande che sprigionano favole, metafore abbaglianti che riscaldano la parola, delicate innervazioni aforistiche, via via in volo di pensiero per distendersi nell’infinito della vista: “guardare vedere osservare”.

Avviene anche che la parola ritrovi in sé il desiderio e le ragioni della propria libertà, che si veda: raccontando altro traccia infanzie di mito e letteratura, nominando il colore porta le tonalità al tono, visitando gli spazi riconosce il luogo del lirico. La poesia allora illumina e purifica un concerto di sguardi ed echi, tracce che risalgono dall’antica composizione cinese o atmosfere che ammiccano dalla classicità greca.

Gli occhi del poetico paiono dunque, come voleva Ildegarda di Bingen, indicare le stelle che a tutto danno luce. Se qui lo fanno è per la capacità di donare. Nella sinestesia operante del verso, nel gioco antinomico di vecchio e giovane, si apre una scena ricreante le cose, del rinnovamento: “Come se il mondo fosse nuovo / davvero / per la prima volta”. I versi, Roberto Roversi lo esempla, si disegnano come sentieri nel campo del vivere.

Alberto Cappi

 

 

GUARDARE ASCOLTARE

 

Spesso la verità non ha tempo da perdere, per questo ama la sintesi che ha quelle pieghe in cui le piace nascondersi. Per questo ama anche la poesia che vaga alla ricerca di una mente in cui espandersi, dove parole o immagini che siano si dilatano al punto di diventare insostenibili, occupando stanze sempre anguste e mai sufficienti.

Allora, per il titolo di questa riflessione prendo in prestito un verso di una poesia di Roberto Roversi, la più breve tra quelle che accompagnano le fotografie di Guglielmina Otter, e lascio questi due verbi all’infinito consegnarsi reciproche osservazioni, scambievoli impressioni. È così che nasce un incontro, quando c’è qualcuno disposto a guardare, e qualcun altro pronto ad ascoltare. Lì in mezzo c’è spazio sufficiente per la conoscenza.

Guardare ascoltare. Chi guarda chi ascolta? È l’occhio capace della Otter a guardare l’ascoltarsi dentro e fuori della bimba? Un ascoltarsi che è un prendersi cura di sé e dell’altro. Oppure è l’occhio impudicamente candido della bimba a guardare la Otter che l’ascolta? Un ascolto che prevede la discreta premura dell’attenzione. Oppure ancora è il fotografo o il poeta a guardare l’ascolto del poeta o del fotografo? E infine chi di questi guarda l’ascolto dello spettatore, che sicuramente guarda l’ascolto di uno di questi?

Nel guardare ascoltare c’è tutta l’umiltà e la pazienza della conoscenza. Che lo sappia la Otter non sorprende, ma che lo sappia anche la bimba in parte sconcerta, e fa pensare a quanta saggezza può confondersi con l’innocenza, con l’ingenuità, ma anche con la spregiudicata spigliatezza.

Eppure quegli occhi a tutto campo non lasciano dubbi: la recita è vera, non c’è spazio è per la finzione, e se c’è finzione non è falsa, e comunque che sia raccolta nello spazio di un palcoscenico dove un’anima ascolta, e debutta emozioni da lasciar guardare allo spettatore, anche solo per vederli affiorare un sorriso, la carezza di un’approvazione.

Solo il sonno, il riposo degli occhi, pretende e ottiene l’intervento del volto per distinguere tenerezze, sensazioni, il passare fugace di un pensiero, di un sogno, della vita. Solo l’invisibilità degli occhi nel sonno chiede il dettaglio delle labbra, delle guance, le ombre delle ciglia, degli zigomi per offrire a chi veglia il racconto del sogno, immaginato, presunto, inseguito in un guardare ascoltare che restringe la propria azione nel seno di un unico soggetto, lasciato fuori a congetturare, estraneo a quel mondo che da qui troppo gli assomiglia alla morte.

Ma l’età della bimba è un’età in cui la morte non ha peso. È un chiudere gli occhi come per il sonno, un’attesa per un nuovo incontro o un altro risveglio, e così non è altro che un intervallo di tempo in cui il “per sempre” è comunque “per poco”, una pausa, un’assenza momentanea.

È un’età in cui però la fantasia ha consistenza, e ciò che genera ha la sostanza della realtà. Per questo se il gioco visto da fuori è finzione consapevole, da dentro invece è un vissuto che assorbe e segna il tempo della vita, dove gioie e serenità sono dolci come il sorriso di una madre, paure e timori sono densi come il pianto di un padre.

Gli occhi di un bimbo non sono mai davvero innocenti, e i suoi sogni sono tutt’altro che innocui. Ci rivelano la nostra origine da un mondo dal quale siamo partiti, al quale non arriveremo, dal quale tuttavia è impossibile affrancarsi.

Sono piccole finestre aperte su grandi spazi che non basterà un’esistenza intera a colmare. La Otter ci ha guardato dentro, ma guardare ascoltare significa anche ascoltare guardare. La musica è lieve, la parola sussurrata al limite dell’udibile.

Restano così alcune immagini di occhi aperti a specchiare il respiro di un incontro, o altre immagini di un volto con gli occhi chiusi, a trattenere per sé il segreto perduto.

Guardare, per dirla ancora con Roversi, è il mistero della sorpresa. Ma il mistero della sorpresa bisogna saperlo ascoltare.

 

Angelo Andreotti

 

***

 

Solo gli occhi sanno

vedere il colore dei sentimenti

– la più grande pittura –

 

Li vedono mentre i

colori si muovono

negli occhi

sulla pelle del viso

nel mistero delle mani

che non riescono a

nascondersi mai e sono

destinate a tutto vedere tutto toccare

(i guanti sono il cappio

al collo dell’impiccato)

 

Occhi che vedono lontano

occhi che guardano vicino

occhi giovani sorpresi

occhi vecchia montagna e vecchio mare

che è insonne nella notte

 

Nell’occhio c’è sempre

l’annuncio del viaggio dove bisogna andare

 

Guardare un occhio che guarda

il principio del mondo la foglia d’Adamo

la prima giornata della nuovissima Eva sul prato

oppure l’alba di un giorno

che ancora deve arrivare

che ancora non è stato creato

 

In quest’ora uomo o donna

fanno i conti con la vita

e i bambini dormienti al risveglio

hanno la luce sul naso sulle labbra sulle dita

 

 

 

***

 

Perché quando chiudo gli occhi

negli occhi mi entrano stelle

poi mi addormento e negli occhi

c’è subito il sole?

 

***

 

Gli occhi sono

le ruote della luce

velocissime girano

conducono lontano

 

dove cominciano le sorprese

 

***

 

guardare ascoltare

guardare è il mistero della sorpresa

 

***

 

guardare vedere osservare

 

comincio a guardare

osservo

prima di parlare

 

se guardo gli occhi brillano

 

***

 

c’era una luce

e il sole sembrava neve

 

bianco era

e l’occhio lo guardava

affascinato

 

dentro

come rondini

volavano i pensieri

 

***

 

nell’aria del mattino

galoppavano tre cavalli d’Orlando

con biglie leggere

 

dalla finestra

inseguivo con gli occhi

lo loro verde ombra sul prato

 

***

 

Marco è mio amico

non si fa mai aspettare

 

arriva di corsa

vuole arrivare primo

poi insieme cominciamo a leggere le storie

 

colora sempre le figure

di rosso

io preferisco rosa o azzurro

perché si lasciano guardare

 

***

 

la missione del giovane

è di cominciare a vivere

il mondo

 

come se il mondo fosse nuovo

davvero

per la prima volta

 

***

 

l’occhio è giovane dice

cerco ma ancora devo trovare

per questo sono inquieto con

felicità

 

poi un giorno viene il sole

via il buio sulla terra senza luna

 

***

 

il giovane spesso è ferito

perché vuole troppo vedere

il vecchio è due volte cieco

perché ha già troppo veduto

 

l’occhio del giovane insegue

l’orma del cinghiale su campi inondati di sole

 

l’occhio del vecchio è amaro gelido

come le notte d’inverno senza neve